Introduzione
Quando una scuola di
psicoterapia, con uno specifico indirizzo epistemico, si arrocca all’interno
dell’ortodossia scolastica, rischia di disperdere il coraggio dell’innovazione
tecnica e ideologica che sola consente una contaminazione rigorosa per una
crescita consapevole. A parte l’impoverimento ideologico e tecnico che ne
deriva, il danno che consegue alla chiusura epistemica si riproduce anche sui
cultori della stessa materia clinica che ereditano, implicitamente e senza
accorgersene, uno schema difensivo di rifiuto aprioristico delle novità.
Anche se l’appartenenza
dogmatica consente di garantirsi un’identità e salvaguardare uno specifico principio operativo e tecnico, tende a creare
steccati che impoveriscono e isolano anche le intuizioni più brillanti dei
singoli terapeuti. Superare le logiche isolazioniste non significa scivolare in
un eclettismo improvvisato, bensì integrare e far dialogare linguaggi,
strumenti ed epistemologie diverse evitando la trappola dell’autoriferimento.
Solo attraverso un’ibridazione, critica e sistematica, delle intuizioni dei singoli e delle
scoperte della scienza, si possono offrire risposte adatte alla complessità
della domanda che viene posta in psicoterapia.
I figliastri della vegetoterapia
La vegetoterapia ha spesso offerto, alla possibile espansione
divulgativa del suo epistema, il suo lato dogmatico presentandosi profondamente
legata al corpus teorico originale di Reich e dei suoi seguaci. Questa adesione,
in certo qual modo fideistica, si è realizzata specialmente nei riguardi della formalizzazione
della tecnica esecutiva degli acting.
Poiché il lavoro sul corpo evoca dimensioni arcaiche profonde, accade
che, alla conclusione del proprio percorso formativo, molti terapeuti formatisi
nelle diverse scuole di derivazione reichiana, tendono ad affiancare le proprie
competenze con elementi tecnici provenienti da altre scuole.
Indipendentemente dal motivo per cui nasce questa esigenza, il
nuovo materiale, che se integrato nel modello appreso potrebbe fungere da arricchimento
clinico, nel suo uso si accompagna ad una sorta di ‘fedeltà’ al modello
vegetoterapeutico classico (rigida scansione dei sette livelli della corazza
muscolare, concezione puramente energetico anche quando questo punto assume un
aspetto meccanicista dell’energia vitale) alternandoglisi nell’utilizzazione.
Tale modo di abbinare le tecniche, che ne impedisce la fusione, può provocare
una duplicazione di metodi applicativi che può rivelarsi confusivo.
Anche se sembra encomiabile, la fedeltà al modello appreso rischia
spesso di trasformarsi in immobilismo perché tende a impedire l’integrazione
con i moderni modelli mente/corpo come le teorie dell’attaccamento, la teoria
polivagale e i contributi della neurobiologia interpersonale.
Questo fenomeno genera una profonda e paralizzante ambiguità nell’identità
professionale dei nuovi terapeuti che neanche Federico Navarro suggeriva[1].
Si ha quindi che da un lato, le nuove generazioni di
vegetoterapeuti mostrano un’ampia apertura intellettuale: studiano i contributi
della neurobiologia interpersonale, frequentano corsi sulla regolazione emotiva
basati sulle neuroscienze e assimilano i nuovi modelli sul trauma corporeo e
sulla meditazione vipassana.
Dall’altro, al momento dell’applicazione clinica, creano come un
cortocircuito concettuale: queste intuizione vengono trattate come accessori
che non possono scalzare o intaccare la struttura portante della vegetoterapia.
A questo punto la disciplina dei nuovi vegetoterapeuti si rivela
spesso a due velocità in cui l’innovazione tecnica resta confinata alla superficie
senza mai diventare materia per una rielaborazione teorica della stessa vegetoterapia.
Ciò produce un’empasse nella possibile revisione epistemica della tecnica
vegetoterapeutica oscurando anche i contributi di chi ha introdotto, nella
propria pratica, cambiamenti innovativi significativi e di cui solo a distanza
di qualche decennio ci si può rendere veramente conto.
È il caso di Francesco Dragotto[2]!
Francesco Dragotto e l’energia
Superando una concezione riduzionista dell’energia biologica (libidica),
e rivestendola con la ridefinizione di ‘campo energetico’, Dragotto non solo ha
ampliato l’asse relazionale di Reich, quello delineato con “L’analisi del carattere” (W., Reich,
1933), ma ha anche introdotto nel suo pensiero il concetto di ‘Principio Paterno’
e la funzione del t’Terzo’ all’interno del disegno vegetoterapeutico.
Nella sua riconcettualizzazione l’energia smette la sua funzione
idraulica (carica/scarica) assumendo un valore informazionale e relazionale in
cui l’energia si organizza in un unico campo intersoggettivo con valore di
reciprocità intrinseca. L’organismo quindi non è più un contenitore di tensioni
bloccate da liberare, bensì è una struttura immersa in un campo di informazioni
e interazioni continue, con l’ambiente e con l’altro.
Gli actings, esercizi corporei che, eseguiti secondo una sequenza rigidamente
definita, servivano per riattivare i segmenti (corporei) e liberarli dalle
rigidità emotive, per Dragotto si trasformano in strumenti di riarmonizzazione
del campo energetico individuale e relazionale. Da qui l’esperienza agita attraverso
gli actings non è più una semplice stimolazione meccanica ma diventa uno
strumento di riconnessione con la propria matrice energetica, matrice capace d’interazione.
Anche la relazione clinica e il setting cambiano dimensione: non saranno
più il luogo protetto per svolgere gli esercizi corporei ma saranno lo spazio
di condivisione in cui i due campi energetici, del paziente e del terapeuta,
possono entrare in risonanza.
Lo sblocco e la guarigione allora non sarà più determinata dalla ‘scarica’
energetica ma, come accade nella coppia madre/bambino, il campo energetico che
contiene ambedue evolve verso una riorganizzazione globale di contenimento.
Quest’integrazione risale agli anni ’80 e ’90 del secolo scorso e non
solo non rinnega il rigoroso lavoro di Navarro, ma lo potenzia contribuendo ad
affrancare la vegetoterapia da una visione prettamente positivista,
affiancandola ai moderni paradigmi complessi della biologia moderna, della
psicosomatica e della fisica dei sistemi.
Il concetto di ‘Principio
Paterno’ rappresenta un ulteriore snodo chiave nella rielaborazione
teorico-clinica condotta nell’alveo del Funzionalismo Energetico post-reichiano
(anni ’90 e i primi anni 2000). Questo nuovo paradigma tenta un superamento del
modello patriarcale rigido e del matricentrismo bioenergetico.
Mentre nelle formulazioni classiche, anche della psicologia e
della vegetoterapia, le funzioni del padre sono sempre state identificate con
la legge, la norma, il limite socio-culturale e la rottura del legame
madre/bambino, nella prospettiva energetico-funzionale il ‘Principio Paterno’
si affranca dalla visione normativa e gerarchica per traghettarsi in quella di
sostegno e facilitatore del passaggio dall’esistere all’essere come
contenimento del campo relazionale.
La nuova dimensione, relazionale e intersoggettiva, sposta l’attenzione
dal corpo del singolo individuo alla relazione e smette di guardare alla figura
paterna con sguardo edipico. Con Dragotto diventa un principio energetico di
contenimento e radicamento che sostiene la madre e il bambino e che, senza
interferire direttivamente, offre una presenza sicura per l’evoluzione della
coppia.
Questa nuova concezione si
riflette anche nella relazione analitico-terapeutica che a sua volta si affranca
dall’asse autoritario, o strettamente interpretativo. Il terapeuta non è più il
padre (direttivo) che corregge o impone il superamento del blocco o della
resistenza. Né è più la madre, che accoglie sempre e in ogni caso.
Diventa invece quel campo
energetico sicuro, fermo e non giudicante, che coadiuva l’evoluzione e permette
al paziente di riorganizzare autonomamente la propria indole profonda.
L’effetto prodotto da Dragotto nell’ambito della vegetoterapia, è quello di un'estensione teorica e clinica dello strumento classico
che sposta l'accento energetico dalla dimensione somatica a una visione relazionale del corpo. Ancora in anni insospettabili, introduce ad una complessità clinica e terapeutica che solo negli
ultimi tempi ha iniziato a riceve valide conferme.
Per Dragotto il movimento non è solo uno spostamento fisico, ma è riconducibile a un'espressione primaria dell'esistenza stessa. Concezione che fa pensare ad un accostamento implicito al
pensiero di Winnicott per il quale l'impulso spontaneo originario è la ‘motilità’ che permette al bambino di sentirsi "vivo" e reale. Le sue tre istanze
(Esistere, Essere, Relazionarsi)[3], fondamentalmente
biologiche, rappresentano l’evoluzione naturale del campo energetico umano che
si struttura, si esprime e interagisce con l’ambiente.
In quest'ottica il blocco energetico, tipico delle nevrosi (la "corazza" reichiana), prende origine
dall’inibizione di quella motilità (originaria), una sorta di arresto della vitalità che, impedendo l'espressione del Sé, diventa matrice della costruzione dei diversi falsi Sé.
.
Il merito di Dragotto sta anche nell’aver portato nella pratica
clinica l'estensione di questo lavoro sui campi energetici.
Ha applicato questa nuova concezione della vegetoterapia nei gruppi di coppie gravide ancora prima che la vegetoterapia si fornisse di
uno strumento d’intervento gruppale.
Conclusioni
Una riflessione a
questo punto è d’obbligo. Una riflessione che tocca i grandi nodi della storia
della psicoterapia in cui grandi personaggi, solo perché periferici, vengono
poi dimenticati e con essi, i disegni innovativi che avrebbero potuto apportare
ai modelli originari.
In questo la
Vegetoterapia Carattero-Anatilica è in ottima compagnia.
Fin dalle sue origini
ha sofferto questo fenomeno particolare.
Nata come approccio
pioneristico e radicale con Reich, spesso ha sviluppato dinamiche da “scuola
chiusa” e settaria, a volte per proteggere la propria identità; altre per
conservare un posto di privilegio nella coda di supposte stelle del firmamento
(vedi la psicoanalisi).
Questo l’ha portata a
sfiorare il dogmatismo come quando non ha potuto accettare quelle ibridazioni
che anticipavano i tempi evolutivi. Il lavoro di Dragotto dimostra quanto
un’apertura epistemologica, capace anche di contaminare la tradizione corporea
con quella dei sistemi energetici, possa fare la differenza tra una disciplina
che si fossilizza e una che evolve.
Giuseppe Ciardiello
[1]‘ In più vorrei aggiungere che la rigidità dello schema di base che vi propongo della metodologia è smentita dal fatto che, da un punto di vista clinico, ben volentieri ho accettato le proposte, alle quali sono sempre aperte e disponibile, di integrazione di acting che possono migliorare la mia metodologia, quali gli acting proposti da Mirella Origlia della vocalizzazione sul lavoro del collo, quello delle orecchie proposto da Roberto Sassone, quello del no del collo in concomitanza dei pugni proposto da Jean George Henrotte e, ancora da Roberto Sassone, quella della lateralizzazione della testa contemporaneamente alla coda, per la sincronia collo-bacino.’ (Federico Navarro, comunicazione privata per gli allievi SEOr)
[2] Psicologo, psicoterapeuta post-reichiano, trainer e supervisore. Fondatore della Scuola Europea di <<orgonomia (SEOr) e presidente della SEOr-AIPEF.
[3] ‘ Il primo asse scorre lungo la colonna vertebrale e continua fino ai piedi seguendo la via ossea. In questo canale l’energia viene attivata grazie alle respirazioni e al movimento diaframmatico. Questo canale è legato alla funzione dell’esistere e corrisponde anche al movimento primario individuato dall’osteopatia […] Il secondo asse, deputato alla funzione dell’essere, è rappresentato dalla funzione visiva; una funzione che nasce dal profondo e che si esprime negli occhi. […] Il terzo asse rappresenta la funzione dell’<<essere - con>> della relazione e dello scambio, rappresentato da un canale energetico che ha una sua apertura nella cavità buccale e l’altra nella zona anale.’ (F. Carbonari, “La psicoanalisi del corpo”, Spartacolibri, 2009)

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