domenica 17 maggio 2026

L’orgone di Reich: prospettive biologiche, psichiatriche e psicoterapeutiche.

 

L’orgone, concepito da William Reich (1897 – 1957) come una forma di energia vitale vibrazionale, negli anni 30 ha attirato l’attenzione soprattutto di psicoterapeuti e psicoanalisti che cercavano una spiegazione di natura energetica per quei fenomeni emotivi e somatici.

Tuttavia proprio oggi, che viviamo in un momento in cui la psicoterapia di tipo vibrazionale sarebbe molto più accetta e comprensibile per l’ambito psicoterapeutico e per la gente comune, la Conferenza Internazionale di Orgonomia che si terrà a Napoli il 30 e 31 maggio 2026, all’HotelRoyal Continental di via Partenope 38, in modo piuttosto anacronistico, per gli interventi previsti nelle diverse sezioni, sembra privilegiare gli interessi di un pubblico di biologi e psichiatri.

Queste figure professionali, che  hanno sicuramente la formazione e gli strumenti per valutare le ipotesi moderne sui processi vitali e sulle correlazioni mentre cervello, purtroppo però, a volte non tengono nella dovuta considerazione le osservazioni e i costrutti soggettivi e relazionali che emergono dalle osservazioni psicoterapeutiche.

Per i biologi l'interesse principale riguarda la possibilità che alcuni fenomeni descritti da Reich (modulazioni di carica, effetti su tessuti o su processi fisiologici) possano essere reinterpretati alla luce di concetti moderni come campi elettromagnetici biologici, bioelettricità cellulare e stati di metabolismo estremamente rallentato.

La letteratura su forme di «animazione sospesa» o di vita criptobiosica suggerisce, come osservato da Zucconi nella sua presentazione ad Orgonon nel 1982, analogie tra la criptobiosi (stati reversibili di arresto metabolico) e alcune descrizioni reichiane: per la verità non si tratta di un'equivalenza concettuale immediata, ma di uno spunto per indagare se esistano meccanismi misurabili che possano spiegare fenomeni clinici riferiti a «vitalità» ridotta o ricuperata.

Questo è solo un esempio per dire che oggi più di ieri le ipotesi reichiane possono trovare una sede privilegiata di verifica in studi che mettono in relazione misure neurofisiologiche (EEG, imaging funzionale), parametri neuroendocrini ed esiti clinici in disturbi dove componente somatica e affettiva sono variamente intrecciate (ad es. disturbi somatoformi, stati depressivi con marcata manifestazione corporea e correlazioni relazionali).

Integrare l’osservazione clinica biologica con il punto di vista psicoterapeutico, potrebbe quindi introdurre ad una maggiore opportunità per escludere l’effetto placebo e poter confermare, o confutare, l’utilità clinica di interventi che si ispirano al concetto di energia vitale.

L’intersezione tra studi e ricerche sulla bioelettricità, indagini neuropsichiatriche ed esiti Vegetoterapeutici integrati con le pratiche corporee di ultima generazione come l’EMDR, il massaggio di riequilibrio vagale, le tecniche sensomotorie, ecc., potrebbero offrire una via metodologica per affrontare le affermazioni reichiane con rigore scientifico: formulare ipotesi misurabili, progettare esperimenti ripetibili e integrare i risultati multi disciplinari.

L’ipotesi esplicativa originaria di Reich per i fenomeni somato-psichici, l’Orgone, necessita di sostegno scientifico che la confermi nella sua efficacia di realtà vibrazionale. Questa può derivargli solo dagli sforzi congiunti di una biologia sperimentale, di una psichiatria clinica e una psicoterapia che insieme s’impegnino a passare dalla suggestione terapeutica a protocolli che possano confermare i parametri reichiani con evidenza empirica.

A riprova dell’operato (spiace dirlo, ma spesso inascoltato) degli psicoterapeuti a sostegno delle idee reichiane, desidero riportare per intero l’intervento di Ezio Zucconi Mazzini al Convegno Internazionale di Orgonon Rangeley, Maine nel luglio del 1982 e che pochi conoscono!

Giuseppe Ciardiello





CORE – INSTITUTE – ROMA – ITALY

Relazione scientifica presentata dal dottor Ezio Zucconi Mazzini al convegno internazionale che ha avuto luogo ad Orgonon, Rangeley, Maine, nel luglio 1982

TITOLO

Il problema della CRIPTOBIOSI nella ricerca reichiana e negli esperimenti biolnici di Reich: luci, ombre e prospettive.

 

Chi si occupa della ricerca bionica secondo le prospettive di Reich, non può ignorare il fenomeno della “criptobiosi” perché potrebbe erroneamente scambiare per biogenesi un fenomeno di criptobiosi e viceversa.

Lo stesso Reich, anche se non usa il termine di "criptobiosi", ammette la possibilità che i bioni Potessero derivare da precedenti forme criptobiotiche. Infatti a pagina 108 del suo libro ‘Esperimenti bionici’ Reich scrive: “Può essere possibile che i bioni provengano non da sostanze senza vita non organizzate e bollite insieme, ma da ‘spore’ che possono essere presenti in sostanze quali il carbone e la gelatina e che possono resistere alla bollitura a 100° C o a 120° C. In questo caso non avremo a che fare con l’organizzazione di materiale senza vita in forme viventi, ma soltanto con lo sviluppo di spore rimaste sconosciute”. Con queste parole Reich ipotizza la criptobiosi microbica.

L’obiezione che la bollitura liberasse spore presenti già prima in queste sostanze”, scrive ancora Reich, “continuava a riproporsi non soltanto nel mio pensiero, ma anche da parte dei batteriologi. Non dubitai neppure per un attimo del fatto che esistono spore da cui possono svilupparsi esseri viventi”. Ed ancora a pagina 135 dello stesso libro, Reich scrive ulteriormente: “è molto probabile che organismi unicellulari possano essiccare, tramutarsi in materia senza vita, e che poi, ricombinati con acqua, possano ritrasformarsi in un colloide vivente, funzionante, cioè possono riemergere dalla condizione germinale”.

Criptobiosi è uno stato limbico, o vita nascosta, latente, uno stato tra la vita e la morte, e dal punto di vista funzionale costituisce una fase di resistenza e di sopravvivenza alle avverse condizioni ambientali. Mediante il fenomeno della criptobiosi alcuni animali microscopici, monocellulari e pluricellulari, riescono a sopravvivere anche per numerosi anni in uno stato che la biologia tradizionale definisce addirittura di morte.

Durante la criptobiosi tali animali non respirano né mangiano, sono immobili, l’attività nervosa è completamente interrotta, i processi digestivi e tutti i metabolismi sono bloccati, qualsiasi espressione di vita è assente. Ma basta una goccia d’acqua perché creature apparentemente morte si risveglino dal letargo, si rigonfino e riacquistino vita. Basta uno spruzzo d’acqua per fare resuscitare mucchi di animaletti raggrinziti che sono rimasti come granellini di sabbia chiusi in una provetta per decine di anni sullo scaffale di un laboratorio. Appena bagnati cominciano a rigonfiarsi, cominciano ad espandersi e contrarsi in una piastra di Petri, o strisciano fuori dal vetrino del microscopio in cerca di cibo.

Cos’è esattamente questo stato limbico, che non è morte ma neanche vita, da cui si può resuscitare alla vita ma anche esitare in una morte definitiva?

Il primo a dimostrare che la linea di separazione tra vita e morte è lungi dall’essere ben definita fu il pioniere della microscopia Anthony Van Leeuwenhock. Egli trovò che quando tutta l’acqua era evaporata, alcuni animaluncoli si contraggono in una forma ovale. Per vedere se questo fenomeno di morte apparente era reversibile, Leeuwenhoek reidratò diversi mucchi di animaluncoli immergendoli in acqua in un recipiente di vetro. In breve tempo alcuni di essi nuotavano nel recipiente.

Questa capacità di sopravvivere in uno stato di vita sospesa, è un importante fenomeno al limite della vita, che potrebbe darci preziose informazioni sui fenomeni bionici all’origine della vita. Infatti questa apparente risurrezione veniva citata anche nel 19° secolo come prova in favore della teoria della generazione spontanea. L’uomo è stato sempre angosciato di fronte alla morte dal momento in cui ha avuto cognizione della sua mortalità. La prospettiva che qualche organismo poteva ritornare in vita dopo la morte assunse così un’immensa attrattiva.

Molti testi di biologia sostengono che la vita non può esistere senza acqua perché i processi vitali sono caratterizzati da un’enorme numero di reazioni chimiche che costituiscono il metabolismo. Cessando il metabolismo, per mancanza di acqua, sopraggiunge la morte.

Queste affermazioni categoriche della biologia contengono in sé una parte di verità e una parte di errore. La parte di errore è rivelata proprio dal fenomeno della criptobiosi che è una vera e propria sospensione dei processi vitali, compreso il metabolismo.

Criptobiosi etimologicamente significa vita nascosta, ed è un fenomeno che mette in crisi la definizione convenzionale di vita In base alla quale quando cessano i segni di metabolismo anche la vita è cessata. Il concetto tradizionale che la vita fosse basata sul metabolismo è talmente dominante che fino ad epoca recente la maggior parte dei biologi ebbe il sospetto che negli animali criptobiotici essiccati vi fosse un po’ d’acqua residua da assicurare un metabolismo ad un livello così basso da non essere rilevato dall’esterno. In altre parole, per la biologia la cessazione completa del metabolismo è un evento che esclude la sopravvivenza, per cui nella criptobiosi viene ipotizzata una riduzione del metabolismo più spinta che negli animali in letargo, ad un livello cioè al di sotto dei limiti dell’analisi. Per questo motivo sono in voti a ritenere che gli animali criptobiotici rappresentano semplicemente un grado spinto di letargo, anche se la maggior parte degli studiosi è d’accordo nel ritenere che durante la criptobiosi ogni forma di metabolismo è completamente interrotta. Pertanto si tratterebbe di una interruzione della vita e non di vita nascosta, proprio come un interruttore è in grado di interrompere la corrente elettrica in un circuito, conservando però la possibilità di riaccenderla al momento opportuno.

Del resto Reich ci ha insegnato con l’esperimento XX che l’energia orgonica può immobilizzarsi al centro della provetta, quando l’acqua bionica viene congelata; in queste condizioni si potrebbe parlare di stato criptobiotico dell’energia orgonica. Cioè l’energia orgonica congelata non è energia morta, ma criptobiotica, in grado di rivitalizzarsi con lo scongelamento. Del resto anche gli animaletti di Leeuwenhock pur sembrando morti all’osservazione microscopica, una volta in presenza di umidità riprendevano a vivere, perché la loro energia orgonica, nonostante il silenzio della notte criptobiotica, aveva conservato la capacità pulsante della vita.

Questa sorprendente capacità criptobiotica è insita nella natura di un gran numero di specie viventi. Per citare solo alcuni esempi più noti, le uova essiccate di Artemia possono sopravvivere molti anni, e quando vengono immerse in acqua, il loro metabolismo si attiva in tre ore, e dopo 9 ore i gamberetti cominciano ad uscire dal guscio.

Anche i semi dei fiori e di piante si conservano allo stato secco in criptobiosi, e germinano a contatto con l’acqua. Così il lievito di birra del fornaio, che è formato da singole cellule di lievito; ma anche altri esseri viventi possono assumere lo stato criptobiotico, come le spore di batteri e funghi, i semi delle piante più strutturate, le larve di certi insetti e le uova di alcuni crostacei, ecc.

Sebbene il fenomeno della criptobiosi sia più esteso in natura di quanto non si creda, esso è stato studiato meglio in piccoli animali pluricellulari, per lo più lunghi meno di 1 mm, come i tardigradi, i vermi nematodi, i rotiferi, i gamberetti di Artemia ecc.

Questi animali vivono in ambienti molto ostili, come la tundra artica dove restano congelati per mesi, come il deserto dove hanno acqua solo per qualche giorno all’anno durante le piogge occasionali. In queste impossibili condizioni ambientali l’animale entra in uno stato di vita quiescente in attesa che le condizioni ambientali migliorino. In natura pochi animali criptobiotici devono resistere tanto tempo al secco. Di solito la siccità dura ogni anno solo settimane o mesi, nei periodi in cui non piove. Un tardigrado che non entrasse mai in criptobiosi vivrebbe meno di un anno, morendo alla prima siccità, mentre con l’alternarsi di periodi secchi ed umidi può estendere il suo arco vitale a sessant’anni. Gli animali in stato criptobiotico mostrano fenomeni di resistenza alle condizioni ambientali più avverse, che sarebbero rapidamente mortali se l’animale rimanesse nelle condizioni di vita normali.

Dopo le prime rudimentali osservazioni di Leeuwenhock, la criptobiosi fu riscoperta nel 1843 da John Needham, e ciò accese un ampio dibattito per stabilire se la resurrezione, come spesso veniva chiamata la criptobiosi, fosse un evento unico al mondo, come sosteneva il cristianesimo, ed era capitato a Gesù Cristo nel giorno di Pasqua, oppure fosse un fenomeno naturale piuttosto diffuso.

L’eco di questo dibattito giunse anche in Italia ed attirò l’attenzione di uno scienziato Lazzaro Spallanzani, docente all’Università di Pavia. Spallanzani lasciò fuori dal suo interesse i contenuti teologici e filosofici, ed ampliò la scoperta di Needham trovando che i nematodi essiccati erano in grado di resistere a temperature estremamente elevate. Egli scoprì inoltre che i nematodi potevano ritornare in vita dopo essere stati a lungo sottovuoto, e sopravvivevano anche a shock elettrici e ad altri trattamenti sicuramente letali su nematodi di controllo non essiccati .

Il dibattito tra coloro che erano pro e coloro che erano contro la resurrezione come fenomeno generale in natura continuò fino alla metà del XIX secolo. In Francia, il far rivivere al microscopio nematodi essiccati divenne uno svago comune nei salotti alla moda. La controversia giunse ad un punto critico intorno al 1860 per cui la Società di Biologia Francese pensò bene di affidare ai più grandi ricercatori dell’epoca il compito scientifico di accertare se il metabolismo, e quindi la vita, si interrompeva completamente o no, durante la criptobiosi.

Questi illustri scienziati fecero essiccare rotiferi sottovuoto per 82 giorni, poi li scaldarono fino a 100° C per mezz’ora, poi li fecero tornare perfettamente in vita con una sola goccia d’acqua. Tuttavia non si sentirono in grado di dimostrare che tutti i processi vitali erano stati completamente bloccati e se la cavarono così senza confermare o smentire nessuna delle due teorie.

Da allora le ricerche sulla criptobiosi si sono susseguite ad intervalli. Rotiferi ed altri animali sono stati riscaldati a 150° C per alcuni minuti e poi congelati quasi allo zero assoluto; in entrambi i casi essi sono stati in grado di resuscitare. Gli organismi criptobiotici mostrano una grande resistenza alle radiazioni ionizzanti, ma anche al vuoto spinto.

Il resuscitare di organismi essiccati è un fenomeno di importanza tale da obbligarci a correggere il nostro modo tradizionale di intendere la vita. Si può considerare la vita come un processo discontinuo che può iniziare e terminare ripetute volte. E per fare un parallelo Con i risultati dell’esperimento XX di Reich l’energia orgonica può perdere e riacquistare la capacità pulsante ripetute volte

Io da anni utilizzo nella ricerca e nella lettura della natura la grammatica e la sintassi del funzionalismo orgonomico. Pertanto ho potuto cogliere nella criptobiosi il superamento dell’antitesi vita-morte, configurandosi uno stato limbico in cui i due aspetti antitetici coesistono. Ancora una volta il funzionalismo orgonomico di Reich trova conferma in un fenomeno naturale di vasta portata, da meritarsi Il valore di legge universale.

È possibile così ipotizzare che la teoria del germe abbia ancora una sua validità se analizzata sotto la prospettiva criptobiotica. Il germe, da cui deriverebbe il microbo, sarebbe una forma di resistenza inanimata, cioè criptobiotica. Ciò non toglie nulla alla genesi bionica di Reich, cioè alla formazione di bioni da materia inanimata.

I bioni sarebbero forme primitive ed incomplete di vita, con metabolismo e con funzioni vitali così grezze e grossolane che li differenziano dagli animali criptobiotici.

E con la genesi bionica si riapre tutto il discorso sulla generazione spontanea che è stata definitivamente messa a tacere con il celebre esperimento di Pasteur. Ma alla luce delle nuove frontiere aperte da Reich, sarebbe opportuno ripetere gli esperimenti di Pasteur con altri germi ed altre tecniche, perché secondo me l’errore di Pasteur è stato quello di generalizzare a tutte le forme viventi i risultati di un esperimento che erano veri solo per i lieviti che egli aveva usati nell’esperimento stesso.

Non possiamo ignorare che l’esperimento di Pasteur ha fermato la ricerca e le acquisizioni in tema di generazione spontanea, dando al mondo scientifico una risposta definitiva ed incontestabile sul problema della generazione spontanea.

Reich a pagina 151 di “Esperimenti bionici” scrisse che l’esperimento di Pasteur “non prova ancora niente di definitivo, perché un’aria per così dire priva di germi non contiene appunto quelle particelle finissime di polvere che nel processo di gonfiamento producono organismi viventi. Pasteur raccolse la polvere dell’aria e scoprì che esiste una quantità di germi, i quali in condizioni favorevoli, cioè in ambiente umido , sono capaci di ricreare piccoli organismi. Questa affermazione è già compromessa”, scrive ancora Reich, “perché la natura e l’origine di questi germi restano ancora ignote. I germi sono organismi che, per così dire, dormono e si sviluppano in un’altra forma di vita, cioè come batteri o protozoi (così Reich ipotizza la criptobiosi batterica); oppure sono sostanze piccolissime e prive di vita che si trasformano in organismi viventi per effetto del gonfiamento prodotto dall’umidità (generazione spontanea di bioni)”.

Così Reich continua la sua critica a Pasteur: “Il fatto che si sviluppino organismi dall’aria carica di polvere mentre da quella priva di polvere non si sviluppano, non dimostra affatto che dalla materia senza vita non posso formarsi la vita. In effetti proprio le piccole particelle di polvere potrebbero essere i germi senza vita da cui si sviluppano organismi viventi: dipende dalla definizione del termine ‘germe’. Allo stato secco la polvere potrebbe ancora contenere germi, che messi a contatto con l’umidità tornerebbero ad essere vitali. Questi germi essiccati sono ancora organismi viventi o soltanto particelle di polvere?” (Esperimenti bionici, pagina 152).

La risposta a questa domanda di Reich è: criptobiosi. Questa risposta è implicita nella seguente considerazione di Reich (pagina 152 di Esperimenti Bionici): “La teoria del germe dunque non è necessariamente in contrasto con la teoria della generazione spontanea, se solo si ammette l’idea che la materia senza vita possa trasformarsi in materia vitale e viceversa. I seguaci della teoria del germe, come è stata definita fino ad oggi, devono ancora rispondere a queste domanda: che cosa caratterizza i germi come organismi latenti? Che cosa distingue i germi dal pulviscolo atmosferico non vivente? Come avviene il loro sviluppo in forma di vita con movimento?

È veramente sorprendente come Reich con queste domande mostri di aver intuito il problema della criptobiosi.

Così Reich conclude: “L’esperimento di Pasteur non contraddice quindi la teoria della generazione spontanea, ma si limita a rivelare l’effetto delle particelle di polvere nell’aria”.

A questo punto risulta chiaro a tutti che Pasteur ha commesso l’errore di utilizzare un fenomeno di criptobiosi per dimostrare l’inesistenza della generazione spontanea.

Non è infrequente che grandi uomini abbiano fatto grandi errori, e l’errore di Pasteur è stato un grande errore nella misura in cui ha fermato la ricerca sul problema della generazione spontanea con la sua autorità scientifica. Ma oggi noi abbiamo gli strumenti tecnici per poter rivedere queste sue affrettate conclusioni che purtroppo hanno bloccato la ricerca in tema di generazione spontanea costituendo anche una minaccia nei confronti degli esperimenti bionici.

Pasteur ha dimostrato soltanto che le particelle di polvere dell’aria potevano generare microbi; ma egli non è mai stato in grado di precisare se queste particelle erano germi criptobiotici o vere particelle senza vita

Nessuno prima di Reich è stato in grado di dimostrare che la materia inanimata può generare materia vivente e viceversa.

Trasferendo le due opposte teorie che sono state in antitesi per diversi secoli, sul diagramma del funzionalismo orgonomico classico, noi possiamo meglio comprendere il significato che Reich dava al termine ‘germe’. Da questo risulta evidente che Reich dava al termine germe un significato più flessibile; infatti, nel senso del flessibile di Reich, germe è una particella generatrice di vita che può essere sia inanimata che vivente.

A sostegno del significato dato da Reich al termine ‘germe’ sul New World Dictionary americano si trova la seguente definizione: “germe è la forma rudimentale da cui si sviluppa o genera un nuovo organismo”.

La Microbiologia usa il termine germe in modo rigido, come una forma di resistenza da cui si sviluppano microbi. Al contrario Reich usa il termine germe in un senso più flessibile, nel senso cioè che germe può essere allo stesso tempo una forma di resistenza da cui si sviluppano germi ed una particella inanimata da cui si originano i bioni.

Questo è il problema centrale della ricerca bionica: dovunque si trovano germi, nel senso di Reich.

Possiamo trovare germi nell’aria (pulviscolo atmosferico), nei terreni di cultura (auto inoculazioni), nella materia inanimata, nel sangue durante i processi degenerativi, e in tutti i processi di trasformazione energetica. I processi di gonfiamento e di idratazione poi attivano la pulsazione ed il ritmo della vita.

Ancora una volta la scienza meccanicistica distorce la comprensione dei processi naturali.

Ezio Zucconi Mazzini M. D.

giovedì 8 gennaio 2026

I sogni si possono interpretare?

 

Il sogno, che è sempre stato guardato come frutto di un'attività cerebrale diversa dalla veglia se non addirittura alternativa, mentre in realtà le è contigua. Il sogno tratta lo stesso materiale di contenuto della veglia (affetti, emozioni, sensazioni, pensieri) con gli stessi organi che lo producono, attivi però nel corso del sonno. Il cervello quindi è sempre lo stesso; quello che cambia è la modalità di funzionamento degli organi che che lo compongono che passano da una modalità etero diretta (diretta fuori di sé) di confronto con la realtà (per la probabile costruzione di mappe, a detta di Damasio ( 'Il sé viene alla mente', Antonio Damasio, Adelphi, 2012), ad un modo di funzionare, autoriferito, in cui i materiali interni, originari o derivati dalle esperienze della veglia, sono processati in modo diverso da quello usato nello stato di veglia.

Lo stato di sogno è allora come una fotocopia di quello della veglia perché rappresenta gli stessi contenuti; solo, in modalità alternativa: persiste una coscienza, si riproducono gli stessi contenuti, persiste un 'io' a cui gli eventi si riferiscono e a cui appartengono. Si può allora affermare che il gioco onirico è il frutto di una modalità di funzionamento cerebrale in continuità con quello della veglia; una continuità che genera anche momenti ibridi in cui si può essere coscienti in tanti modi e, in tanti altrettanti modi, si può elaborare il materiale della veglia. 

Lungo questa scala si collocano anche tanti momenti relazionali come per esempio quelli delle confidenze, del romanticismo, intimismo e tanti altri in cui sono processati gli aspetti sensoriali ed emotivi di un io (della veglia) che, apparentemente diverso perché fiducioso, innamorato, sedotto ecc., in realtà sta agendo un altro aspetto della propria profonda realtà il cui esame processuale si colloca lungo l'intervallo che va dalla veglia al sogno (stato sognante, innamorato, ecc.).

Gli stati intermedi tra la veglia e il sonno sono anche quelli attivati nelle relazioni di aiuto. In particolare, nelle relazioni psicoterapeutiche, molti momenti (interattivi) sono caratterizzati da stati pseudo sognanti in cui si contattano fantasie e/o si realizzano procedure di pensiero alternative. Da tanti voli pindarici co-costruiti, possono emergere soluzioni, geniali ed esplicative, per le complesse serie di eventi per i quali non sembrava esserci soluzione. 

In Vegetoterapia e in Bioenergetica si fa uso di acting (piccoli esercizi fisici) che inducono stati mentali alternativi alla veglia (intermedi tra veglia e sonno) e sono capaci, proprio per questo, di produrre insight. Oltre che per produrre eventi occasionali, interpretativi o interpretabili, un acting può essere gestito mirando esplicitamente ad una elaborazione personale e soggettiva della propria produzione onirica o narrativa. Racconto di questa possibilità in un recente articolo: 'Verso una autointerpretazione dei sogni' apparso sulla rivista SIAR. Usando a pretesto il presente lavoro, aggiungo due appendici che in origine seguivano l'originale ma lo rendevano troppo lungo. Credo possano rendere più chiari alcuni aspetti del funzionamento interpretativo.


Appendice 1

Queste due appendici consistono in due brevi paragrafi (integrali) circa le onde Theta e il sogno. Tratti dal libro di Margnelli, descrivono in maniera semplice e suggestiva le caratteristiche delle onde Theta e il probabile senso (biopsicologico) del sognare.

Il libro è di Emidio Alessandrini che inventa un’intervista con Margnelli al quale immagina di porre specifiche domande. Una di queste riguarda le onde Theta:

Ci sono novità in quest'ambito? 

Andare in theta è facilissimo: basta cercare di addormentarsi. Ma siccome, come si è detto, lo stato pedagogico dura pochissimo, la prima necessità metodologica per poterlo studiare è quella di prolungarne la durata. Inoltre, se si vogliono studiare le sue caratteristiche psico mentali, occorre far parlare i soggetti in continuazione, in modo da cogliere i processi mentali durante il loro stesso svolgersi. Ambedue queste necessità metodologiche sono anche due grosse limitazioni: facendo parlare i soggetti li si costringe fatalmente ad aumentare il loro stato di vigilanza e, ciò avvenuto, è difficile dire quanto rimanga dello stato ipnagogico stesso. ...

Può darci qualche dettaglio tecnico comprensibile circa le onde theta ?

Certamente. Come ho detto prima, da un punto di vista neurofisiologico lo stato ipnagogico è caratterizzato da una forte densità di onde theta nell'EEG. Le onde theta <<rappresentano>> un ritmo sincronizzato, di frequenza compresa tra i 4 e i 7 cicli/secondo. In stato ipnagogico, tali onde si presentano in treni di pochi secondi di durata, ma di notevole ampiezza, tra i 350 e i 400 microvolt. I maestri yoga e zen sono capaci di produrre ritmo theta ininterrottamente per minuti e ciò, come ormai è abbondantemente noto, significa che è possibile (per chiunque) imparare a controllare volontariamente il ritmo theta. Ovvero, a prolungare volontariamente lo stato ipnagogico (per tale ragione si parla di stato theta). Sempre da un punto di vista neurofisiologico, lo stato ipnagogico è pure caratterizzato da uno stato di profondo rilassamento muscolare e dalla riduzione drastica degli input visivo e uditivo. Ciò si traduce, a sua volta, in una diminuzione globale delle funzioni simpatiche. Queste modificazioni delle attività fisiologiche hanno come correlato mentale la perdita dei confini del corpo ed è comunissimo ritrovare nei verbali di seduta un senso di galleggiamento, di levitazione e di leggerezza.

Ancora, dal punto di vista mentale, lo stato theta è caratterizzato dalla cessazione della logica sequenziale, detta anche cartesiana (che è tipica dello stato di veglia) e dalla comparsa della logica associativa (detta anche euclidea, che è anche caratteristica in parte, dei processi mentali del sogno). 

In base a tale meccanismo, un'immagine porta all'associazione con idee che sono apparentemente molto distanti dal suo significato immediato: si dice anche che ciò segna la cessazione della traduzione del pensiero in codice verbale e l'inizio della sua traduzione in codice visivo/immaginativo. Per la psicoanalisi, questo tipo di pensiero è molto vicino al pensiero primario, quello dell'inconscio. Altra caratteristica mentale dello stato theta sono le allucinazioni ipnagogiche e, cioè, immagini-flash rapidissime, vivamente colorate, che rendono l'esperienza curiosa e interessante a chi la vive, importante scientificamente perché la studia.

 

Dal punto di vista psichico, lo stato theta, infine, è caratterizzato dall'attivazione delle dinamiche emotive (non costante), da un abbassamento delle difese dell'Ego e dall'emersione in coscienza di precisi contenuti simbolici e di memorie remote. (Alessandrini, 2006, p. 165/166)

 

Appendice 2

Il nodo apparentemente insuperabile è il <<contenuto>> della coscienza onirica: se è vero che quella della veglia si forma attraverso il contatto dei sensi con la realtà materiale, quali sensazioni potranno mai costruire la coscienza del sogno?

È una domanda a cui non sappiamo ancora dare una risposta e che equivale a chiedersi, come facciamo da secoli, quale sia la funzione del sogno. L'idea che i sogni servano ad appagare desideri inaccettabili dalla coscienza della veglia sta tramontando e si è tentato di sostituirla con una funzione più aderente alla realtà neurobiologica e psicologica che gli studi sul sonno e sui sogni, durati per tutto un secolo, hanno rivelato. Alcuni dicono che i sogni servono a riordinare la memoria, altri ad adattare l'esperienza biografica del sognatore al modello di realtà della coscienza diurna, altri a verificare se le strategie comportamentali che il sognatore mette in atto nella vita fisica sono adeguate a soddisfare i suoi bisogni primordiali e, cioè, istintuali; altri ancora hanno sostenuto che lo stesso sognare è un istinto, nel senso che il sonno senza sogni sarebbe la <<fase appetitiva>> e il sogno la <<fase consumatoria>> e, cioè, che il sonno e il sogno sarebbero assimilabili, per esempio, all'istinto della caccia (vedere la preda è la fase appetitiva, catturarla e mangiarla la fase consumatoria) o a quello della riproduzione. Sono tutte idee che girano attorno al problema del contenuto della coscienza onirica, ovvero a quale possa essere il suo <<programma operativo>>, conoscendo il quale si capirebbe a cosa serve sognare 

Io mi sono convinto che il programma operativo della coscienza onirica sia stato formato proprio dall'esperienza della vita fetale: uno stato di completo benessere e di godimento nirvanico, quale quello che può nascere dal galleggiare in un liquido caldo, senza peso e senza pensieri, ma percependo, con grande intensità, il formarsi del corpo e il fluire della vita dentro di esso, senza dovere far nulla per nutrirsi e ricevendo forse, di tanto in tanto, messaggi d'amore da parte della madre. È il puro godimento di <<essere>> o di <<vivere>>. Questa esperienza, registrata nel disco del computer in modo <<gestaltico>> ovvero <<olistico>> e, cioè, come un'esperienza <<globale>> senza specificazione di dettaglio che il cervello immaturo non potrebbe analizzare (anche perché non ha ancora costruito la coscienza <<sensoriale>>), costituisce una condizione di riferimento indelebile ed estremamente potente. Tutto ciò che la perturba o la interrompe va eliminato. Quando se ne viene allontanati, se ne ha una profonda nostalgia, come per un paradiso perduto. La nascita e il contatto con il mondo materiale sono come una perdita, la cui gravità viene compresa sempre più a fondo mano a mano che si diventa adulti. Se ciò corrisponde a verità, la funzione del sogno sarebbe quella di risolvere i problemi che impediscono di godere di questo benessere anche nel mondo fisico. I sogni sono costruiti con materiali (preoccupazioni, ricordi e, anche, desideri molto banali), che vengono dalla coscienza della veglia e le trame oniriche si presentano spesso come situazioni problematiche che non si riesce a superare. La coscienza onirica cercherebbe di risolverle suggerendo strategie e azioni cui la coscienza della veglia non ha pensato. Tra questi suggerirebbe anche l'abbandono del mondo dei sensi dal quale continuano a giungergli perturbazioni, problemi, angosce e sofferenze che , nella sua logica primordiale, cesserebbero eliminando tout court il mondo fisico. Quando tale messaggio è sufficientemente potente, se ne può essere influenzati fino ad adottare stili di vita basati sulla rinuncia a piaceri effimeri, sulla mortificazione dei desideri materiali e sulla ricerca della via che permetta di ritornare al benessere nirvanico. (Alessandrini, 2006, p. 141/142)

 

Alessandrini, E., (a cura) “Dialogo improbabile con Marco Margnelli: Gli stati modificati della coscienza. Neurofisiologia dell’”insolito””, Di Renzo ed., 2006.

Giuseppe Ciardiello

venerdì 8 agosto 2025

'Pane al pane' in psicoterapia e dintorni

Proviamo a dire pane al pane anche in psicoterapia…


Capita di trovare in internet elogi circa una psicoterapia o l’altra e trovarsi un po' disorientati. Non parliamo poi di quando ci si trova a leggere di elogi circa ‘strumenti’ specifici che niente hanno dei modelli psicoterapeutici. Approfondendo la questione ci si accorge che perfino gli addetti ai lavori hanno idee un po' confuse circa la differenza tra un modello psicoterapeutico, le tecniche e gli strumenti usati in quest’ambito e, quando e se ne parlano, li sovrappongono superficialmente.

Nel presente contesto, e senza nulla togliere alla validità degli strumenti e tecniche che andremo ad elencare, ci teniamo a rimarcare la differenza fondamentale tra gli strumenti e il modello all’interno del quale tali strumenti sono usati.

Parliamo innanzitutto di quegli accorgimenti operativi che oggi vanno per la maggiore: PNL (Programmazione Neuro-Linguistica), EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing). Sono strumenti tecnici utili in ambito psicoterapeutico, ma sebbene frequentemente utilizzati in ambito clinico, è importante sottolineare che non rappresentano modelli psicoterapeutici completi. Sono tecniche o metodologie che possono essere integrate all'interno di approcci psicoterapeutici (modelli) anche diversamente strutturati.

La PNL, sviluppata negli anni ’70 da Richard Bandler e John Grinder, si propone come un insieme di tecniche finalizzate a migliorare la comunicazione e favorire il cambiamento comportamentale; tuttavia, numerosi studi ne hanno messo in discussione la validità scientifica e l’hanno collocata al di fuori dei modelli evidence-based (Sharpley, 1987; Witkowski, 2010).

L’EMDR, invece, si è affermato come intervento efficace nel trattamento del Disturbo Post-Traumatico da Stress (PTSD) e di altri traumi, ricevendo anche il riconoscimento di linee guida internazionali (APA, 2017). Nonostante ciò, l’EMDR è una tecnica, e non un sistema teorico globale, come nel caso della terapia cognitivo-comportamentale o della psicoterapia psicodinamica.

Anche quella che oggi, sempre più comunemente, si conosce come mindfulness, non è una psicoterapia in sé ma una pratica o tecnica che può essere integrata nei modelli psicoterapeutici. Malgrado abbia ricevuto crescente attenzione per la sua efficacia clinica, soprattutto nel trattamento di disturbi legati all’ansia, alla depressione e allo stress, è necessario distinguere tra la pratica della mindfulness in senso generale (ad esempio quella derivata dal buddhismo o impiegata per il benessere personale) e gli interventi basati sulla mindfulness, e sviluppati in ambito clinico primariamente da John Kabat Zinn (come l’MBSR e l’MBCT). Pur essendo standardizzati, queste tecniche non costituiscono da sole approcci psicoterapeutici completi, ma protocolli psicoeducativi o tecniche di supporto.

Pertanto, si può ribadire che, pur risultando utili e in alcuni casi clinicamente molto efficaci, PNL, EMDR e Mindfulness non possono essere considerati, da soli, approcci psicoterapeutici autonomi e riconosciuti dalle principali istituzioni accademiche e professionali (es. APA, OMS, Ordine degli Psicologi).

Andando ancora più a ritroso, anche l’ipnosi (o ipnoterapia) non è, di per sé, un modello psicoterapeutico bensì una tecnica clinica utilizzata in diversi contesti terapeutici. Lo stesso si può dire dell’ippoterapia, ludoterapia e delle Arti Terapie in genere (musicoterapia in primis).

L’ipnosi è spesso impiegata in integrazione con modelli riconosciuti, come la terapia cognitivo-comportamentale, la psicoterapia psicodinamica o la psicoterapia breve strategica, ma come le altre non costituisce un approccio teorico autosufficiente perché manca di un sistema teorico articolato su psicopatologia, diagnosi, relazione terapeutica e sviluppo della personalità.

Anche l’Ordine degli Psicologi italiano e le principali società scientifiche (come la SII – Società Italiana di Ipnosi, fondata da Franco Granone) la definiscono una tecnica clinica, che possono usare solo professionisti formati, ma non può essere considerata un modello psicoterapeutico autonomo.

Ecco che ci si trova allora a dover distinguere tra modelli, tecniche e strumenti psicoterapeutici che molto spesso, specie nel mondo di internet, sono usati in modo intercambiabile.

Un Modello psicoterapeutico è una cornice teorica e applicativa completa che comprende una visione della mente, della psicopatologia, della diagnosi, del cambiamento e della relazione terapeutica. Dispone quindi di una elaborazione teorica e pratica, di tipo relazionale, che prevede utilizzi specifici di spazi fisici e temporali. Il setting è dettagliatamente descritto come preambolo ad una relazione che per il suo tramite induce una rivisitazione, non solo del comportamento, ma del carattere formatosi per mezzo delle altre relazioni che l’hanno preceduta.

Esempi: psicoterapia cognitivo-comportamentale, psicodinamica, sistemico-relazionale, analitico-transazionale, bioenergetica, vegetoterapia, ecc.

Le Tecniche psicoterapeutiche sono metodologie strutturate basate su evidenze, cliniche e/o sperimentali, che possono essere utilizzate all’interno di modelli per favorire specifici obiettivi (es. riduzione dell’ansia, rivisitazione del trauma, gestione dello stress).
Ne sono esempi: EMDR, ipnosi, mindfulness, esposizione graduale, ristrutturazione cognitiva.

Gli Strumenti psicoterapeutici sono mezzi operativi che il terapeuta usa in modo trasversale ai modelli, come il linguaggio, il silenzio, il contatto corporeo (in alcuni contesti), la postura, il tono di voce, ecc.
Questi
non sono tecniche strutturate né modelli ma componenti della relazione terapeutica o mezzi comunicativi usati consapevolmente a seconda del setting e dell’approccio.

A seconda della formazione, e dell’approfondimento specifico soggettivo e individuale, l’efficacia di questi strumenti dipende dall’abilità del terapeuta che può avere più o meno dimestichezza nell’uso della parola e/o del silenzio.

Il silenzio e la parola sono strumenti psicoterapeutici tanto impliciti che spesso non si avverte neanche la necessità di renderli materia didattica. Anzi, a volte, l’uso dell’uno è caldeggiato a sfavore dell’altro.


In ambito vegetoterapeutico è sempre stato enfatizzato il silenzio. Già Navarro (1925-2002) raccomandava di astenersi dall’uso delle parole nel setting vegetoterapeutico. Personalmente dubito che fosse un’indicazione assolutista mentre altri colleghi ritenevano di doversi affidare esclusivamente all’esecuzione degli acting. … penso sia stato per questo che nel corso della mia seconda psicoterapia non ho mai capito qual’era il tono di voce del mio terapeuta né se il suo sottrarsi dallo scambio verbale dipendesse dalla timidezza o dal timore del confronto.

Piuttosto che la completa negazione della parola, credo che Navarro suggerisse una sorta di moderazione dell’intervento verbale, e quindi una sua modulazione specificamente finalizzata. Questa raccomandazione credo tendesse a sollecitare la pretesa di sapere quale valore dare all’intervento verbale in relazione all’intento per il quale sarebbe stato utilizzato.

Tutto ciò anche perché, oltre che per l’agito, la psicoterapia passa per il comprendere; non ci si può affidare unicamente al silenzio perché la comprensione pretende la spiegazione e l’eventuale sottrarcisi denuncia l’incapacità di essere lineari, semplici e convincenti. Dimostra di non aver capito quello di cui si sta parlando o di non aver compreso, non il silenzio, ma quello per cui si sta tacendo. Tacere può voler anche dire che ci si riferisce ad un taciuto che non trova corrispondenza nella relazione ed espone comunque ad un dubbio che necessita della parola per disvelarsi.

Per noi cultori della vegetoterapia è quindi importante cogliere in questi due aspetti della relazione, nella parola e nel silenzio, il valore evidente dell’abilità nel loro utilizzo. È importante cogliere il fatto che non è lo strumento di per sé ad essere ‘abile’ ma l’uso che se ne può fare: sarà quindi l’operatore ad essere un abile utilizzatore del silenzio, al momento opportuno, e della parola, se la usa, se e quando è necessaria, nel modo opportuno.

Ben venga allora anche una didattica (particolarmente in vegetoterapia) sull’uso del silenzio che si associ alle sue condizioni d’uso: per esempio il silenzio s’accompagna, quasi sempre, ad un attenta e sistematica utilizzazione dello sguardo. Anche ad occhi chiusi, lo sguardo non è solo interno ma assume anche un significato relazionale. E vedere non significa solo avere gli occhi aperti, bensì essere attenti e consapevolmente presenti a quello specifico vedere.  Sapere cosa si sta guardando, in che modo lo si sta facendo (mentre si ascolta i nostri occhi si spostano continuamente e scandagliano il volto e il torace dell’interlocutore) e sapere di sapere che lo si sta facendo e così essere consapevoli di cosa si sta provando, ecc.

Quindi, per concludere, enfatizzare il valore dell’uno o dell’altro, come cosa a sé, dimostra solo una cattiva comprensione strumentale del modello vegetoterapeutico stesso!

Giuseppe Ciardiello

Bibliografia

Granone, F. (1998). Ipnosi e psicoterapia. Edizioni Minerva Medica.

Loriedo, C. (2010). Ipnosi medica e psicoterapia. Franco Angeli.

Caparrotta, L. (2002). L’ipnosi nella pratica clinica. Alpes Italia.
Chiesa, A., & Crescentini, C. (a cura di). Gli interventi basati sulla mindfulness. Quali sono, come agiscono, quando utilizzarli, Giovanni Fioriti Editore, II ed. 2023.
Montano, A. Mindfulness. Guida alla meditazione come terapia, Ecomind, 2007.
Guida pratica che chiarisce come la mindfulness funzioni c
ome tecnica, illustrandone l’integrazione nei modelli della terapia cognitiva.

Witkowski, T. (2010). Thirty-Five Years of Research on Neuro-Linguistic Programming. NLP Research Data Base. State of the Art or Pseudoscientific Decoration? Polish Psychological Bulletin, 41(2), 58–66.
Una revisione critica della letteratura sulla PNL, che conclude che essa manca di fondamento empirico.

Shapiro, F. (2001). Eye Movement Desensitization and Reprocessing: Basic Principles, Protocols, and Procedures. Guilford Press.
Il testo fondativo dell’EMDR, utile per comprendere come si struttura la tecnica e i protocolli applicativi.



mercoledì 9 aprile 2025

A proposito dei cultori della Vegetoterapia e del loro mondo

 

Tecnica psicoterapeutica basata sull'analisi ed elaborazione delle emozioni attraverso il linguaggio del corpo, da quando W. Reich (24 Marzo 1897 3 novembre 1957) ne ha fondato le basi, in tutti questi anni  la vegetoterapia ha guadagnato molte attenzioni e seguaci.

Ciononostante, uno che gli aspetti più preoccupanti di questo movimento, resta il modo in cui i cultori si confrontano tra di loro; modo che rischia di impoverire il metodo stesso e renderlo incapace di un adeguamento culturale costante. Il risultato finale è un grosso rischio: quello che la vegetoterapia possa rivelarsi inadeguata, perché impreparata e quindi incapace ed inefficace, nei confronti delle problematiche emergenti dall’evoluzione culturale.

Inquietante è il fatto che tutto il movimento anziché arricchirsi il più delle volte si carica di conflitti e polemiche.

Viene da chiedersi come mai questo tipo di deriva in un movimento che si dice ‘cultore di moderazione’ (vedi la comune voce: la bioenergetica cerca di rompere la corazza, la vegetoterapia di scioglierla).



Differenze


Ogni disciplina terapeutica ha le sue sfumature e i suoi fondamenti teorici su quali si basa la lettura della personalità umana e la sua evoluzione. A ben vedere in vegetoterapia queste basi sono rimaste sempre le stesse fin da quando Reich ne ha delineato i riferimenti dell’evoluzione organismica, culturale e sociale. Ciò che cambia nei cultori succedutisi sono le diverse considerazioni circa l'applicazione  pratica degli strumenti interpretativi e del modo in cui gli acting (agiti comportamentali) vanno condotti e realizzati. Inoltre, ad ogni nuova generazione di terapeuti, gli apporti di altre discipline fanno capolino per ibridare gli schemi tradizionali della vegetoterapia e renderla più attuale. Senza legittimazione al confronto con i terapeuti collaudati e più anziani, i giovani terapeuti devono decidere da soli come integrare i nuovi approcci.

Quello che lascia perplessi in questo movimento è l'incapacità di vedere che la mancanza di un costante confronto costruttivo (interno ed esterno) rischia di ostacolare il progresso della stessa teoria. L’impedimento del dibattito, anche solo tecnico ed operativo, intralcia l’evoluzione di tutto il complesso sistema formativo, esplicativo, didattico e funzionale che così rischia di diventare obsoleto.


La presunzione


Stranamente è proprio nel campo della salute e del benessere mentale che il concetto di narcisismo professionale diventa più rilevante. Il bisogno di affermarsi come terapeuti esperti e capaci, può spingere molti psicoterapeuti, e vegetoterapeuti nel nostro caso, a negare la validità delle teorie altrui fino al punto da non vedere, e spesso convincersi dell’inutilità o della mancanza di funzionalità, delle modifiche perseguite individualmente dai singoli terapeuti anche quando questi appartengono alla propria formazione. Questo implicito narcisismo può creare una barriera anche solo all'ascolto delle modalità alternative che possono darsi nell'applicazione pratica degli acting.

Un esempio, forse nemmeno tra i più validi perché il suo approccio si diversifica anche negli intenti terapeutici, lo si può trarre da Lowen che è stato allievo di Reich: nell’ideare la bioenergetica, che semplicemente impiega gli stessi acting della vegetoterapia ma in condizione fisica diversa (in piedi piuttosto che distesi su un lettino), ha elaborato un diverso sistema di impiego degli acting piuttosto che suggerirne una modifica nell’ambito della stessa procedura.

In definitiva cosa costerebbe a noi oggi discutere per esempio sulla bontà di un acting fatto da disteso oppure da seduto? Sapere che nello svolgimento di un acting oculare c’è chi usa una ‘penna luminosa, magari di un certo colore piuttosto che di un altro e che altri ancora usano le dita della propria mano (del terapeuta) piuttosto che una lucina come oggetto da seguire? Confrontarsi non sarebbe altro che un arricchimento individuale e professionale.


La paura della critiche


Singolarmente, proprio nell’ambiente culturale dove maggiormente si discute di salute mentale, si riscontrano più facilmente emergenze di conflitti emozionali. Che poi diventano relazionali per la difficoltà ad accettare la critica. 

Confrontarsi con la divergenza rispetto al proprio punto di vista, rispetto all’applicazione teorico – pratica della tecnica, maturata negli anni di formazione e di sperimentazione personale e soggettiva, diventa difficile quando non si è cresciuti e maturati confrontandosi con costanza ed onestà professionale. Confrontarsi con opinioni diverse quando non si è abituati al dinamismo evolutivo, viene vissuto un pò come un mettere in discussione le proprie competenze e credibilità e, implicitamente, la propria identità professionale. Non ci si accorge che così facendo si rischia di restare inconsapevoli del fatto che questa identità professionale, che non ha opportunità di crescita ed emanciparsi in confronti dialettici, rischia di rimanere involuta e bloccata nella difesa delle proprie posizioni.


La polarizzazione


Lo specchio sociale in cui attualmente si vive è quello di una riproduzione, nei piccoli gruppi associativi, della società contemporanea in cui è crescente una tendenza a polarizzare le posizioni e i punti di vista che sono poi accentuati dall'uso dei social media. Questo atteggiamento piuttosto globale è polarizzante e può riflettersi anche nel mondo della vegetoterapia. Le opinioni possono diventare bipolari ed estremizzarsi in atteggiamento specifici piuttosto che guardare ad un ventaglio di possibilità differenziate per paziente o per preferenza personale (del terapeuta).

In queste condizioni, e invece di privilegiare il dialogo, si tende a creare “tributi” di seguaci e di persone unidirezionali che, invece di volgersi al dialogo, rischiano di vedere il mondo in termini di bianco e nero piuttosto che esplorarne le sfumature. Queste posizioni alimentano ancora di più il conflitto piuttosto che smussarne gli spigoli e tendere ad una integrazione reciproca delle posizioni.

Da queste posizioni l’aspetto identitario riappare mostrando quanta vulnerabilità ci sia al cospetto anche della visibilità. Una volta formatisi questa vulnerabilità, saranno quegli stessi terapeuti che vivranno come minaccia alla loro reputazione e alla loro visibilità qualsiasi forma di confronto. Inconsapevolmente, il focus si sposta dalla crescita personale e professionale al riconoscimento e ogni critica verrà interpretata come una minaccia all'"essere" terapeuta.


Conclusione


Come gli anni trascorsi hanno dimostrato, il mondo della vegetoterapia è ricco di potenziale di crescita e innovazione al punto che molti spunti, come quelli relativi ai movimenti oculari, alla corazza caratteriale, al costante rimando alla complessità organismica (comprendente il mondo corporeo, cognitivo ed emotivo) sono stati adoperati con evidenti vantaggi da altri epistemi.

È evidente allora che, tra tutti coloro che si autodichiarano reichiani (i cultori della vegetoterapia), è mancato il dialogo e che questo ha ostacolato notevolmente l’integrazione ostacolandone il progresso o rendendolo monodirezionale.

Gli anni che stiamo vivendo forse sono proprio quelli in cui prendere consapevolezza dell’isolamento culturale autoprodotto da una chiusura al confronto e alla valorizzazione di prospettive diverse dalle proprie convinzioni. Alla fine potrebbe essere proprio questo isolamento a far emergere la possibilità del dialogo, rispettoso e aperto, capace di costruire un campo di crescita personale e collettiva della vegetoterapia? In questo periodo storico, reso ancora più difficile dalle guerre e dai conflitti geopolitici, riusciremo (noi reichiani) a fornire la società degli strumenti di cui siamo portatori per una comprensione (anche della vegetoterapia) più globale ed equilibrata?

Giuseppe Ciardiello




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