domenica 25 luglio 2021

Comunicazione di Sé

 

Narrarsi e raccontarsi

Nello spazio del setting analitico la Vgt privilegia la lettura corporea al racconto verbale.

Questa preferenza non vuole significare che il comportamento verbale non sia considerato per niente.

Al contrario: si considera che, per qualunque narrazione di sé sia fatta in terapia, le emozioni ‘colorano’ le parole in modo specifico. Di conseguenza proprio quella coloritura emergente dalle emozioni, relative a  quello specifico contesto relazionale, sarà necessario leggere come se avesse una sua grammatica e sintassi.

E come le parole, anche gli ‘agiti’ (i comportamenti agiti) assumono gli stessi colori.

Nella consapevolezza dei pazienti che vogliono realizzare un desiderio, devono essere messi in luce i bisogni che reggono l’incontro e che si vestono, camuffandosi anch’essi, dell’arcobaleno dei colori emozionali.

In pratica in Vgt le parole sono viste come un altro modo per narrarsi, come un ulteriore comportamento comunicativo di tipo corporeo che, in pratica, non è dissimile da quello respiratorio o deambulatorio o gestuale.

Nel nostro contesto analitico le parole sono come perline infilate in una collana che viene composta e ricomposta ad ogni incontro per cogliere l’accezione di quel  un senso relazionale implicito specifico.

Per questo scopo sono usati tutti gli strumenti a disposizione e quindi gli spazi tra le perline, le perline stesse, la scelta della loro alternanza, la lunghezza della collana e tutti gli altri elementi contestuali considerati necessari per la realizzazione dell’effetto finale.

Fin quasi dall’inizio della sua attività di vegeto terapeuta, Navarro esprimeva la bontà di un intervento capace di curarsi anche dell’aspetto paraverbale. Rifacendosi però un po’ troppo fedelmente alle espressioni di Reich dell’’Analisi del Carattere’, nelle sue osservazioni mancano note relative alla risposta del terapeuta: il controtransfert. Sembra quasi che il comportamento del terapeuta sia dato per, implicitamente, sempre corretto a patto che venga considerato l’aspetto paraverbale dello strumento comunicativo.

Nella realtà, e restando ancora sulla metafora della collana, il paziente non vuole semplicemente sapere come ha infilato le perline e con quale e quanta maestria l’abbia fatto. Vuole anche sapere se il suo regalo è apprezzato, se è piaciuto e se lui è quindi capace di produrre qualcosa per sostenere l’intimità della relazione. Se è abile nell’approccio relazionale e se ha imparato a curarsi di sé e dell’altro nei modi dovuti (necessari nella cultura di appartenenza).

In pratica, nella risposta del terapeuta è in gioco la validazione del senso d’identità del paziente e il suo senso di Sé.

L’apprezzamento e le considerazioni (le risposte) che il paziente chiede in formati impliciti al terapeuta sulla propria narrazione (circa la sua vita), non possono essere espresse verbalmente per il motivo molto semplice che la narrazione non è una collana. Non si può confessargli apertamente della noia o dell’interesse che la sua narrazione ha suscitato, della paura che ha smosso o del piacere narcisistico che si è colto o della speranza che ha suscitato e delle fantasie prodotte e del loro potenziale energetico emozionale generato. Queste risposte rientrano nel catalogo del ‘personale’ del terapeuta e vengono di norma taciute. Anche se, una volta represse, non è che questi risvolti siano cancellati. Essi ricicciano nascondendosi negli  ‘agiti’ del terapeuta, nei suoi modi di proporre l’acting, nei modi che di avvicinarsi o allontanarsi dal paziente, dalle parafrasi e intercalari usati nelle risposte o dal modo che avrà di usare un massaggio prima dell’esecuzione dell’acting successivo o nei diversi messaggi impliciti che ‘fantastica’ d’inviare per motivi del tutto diversi dai loro veri significati.

Ogni intervento, una volta effettuato, dev’essere sottoposto a revisione: vanno ricercati tanto i riflessi del controtransfert inevitabile quanto le espressioni di controtransfert più massicce. Senza eccezioni, il terapeuta scoprirà almeno un aspetto dell’intervento che non lo soddisfa. Potrebbe trattarsi di qualcosa che ha omesso, odi qualcosa che non ha espresso nella maniera giusta. Potrebbe essere una parola scelta male, o un segmento di materiale interpretato in modo falso. Potrebbe darsi che inavvertitamente abbia aggiunto un’osservazione personale o una parte di materiale che il paziente non aveva comunicato. Potrebbe anche aver fatto un intervento troppo lungo, oppure troppo breve.’ (R. Langs, ‘Interazioni. L’universo del transfret e del controtransfert’, Armando, 1988).

Nell’ambito del setting vegetoterapeutico qualunque tipo di agito è da considerarsi un atto comunicativo per cui ogni elemento, transferale o controtransferale, implicito o esplicito, è comunicazione. Lo sono le parole e lo è il comportamento quando asseconda il desiderio di concludere in anticipo un acting oppure quello che insiste nel proseguimento dello stesso, anche quando si manifestano difficoltà e sofferenza. Lo è quando si propone un acting e quando non lo si propone perché si decide per altro. Lo è ogni decisione presa o non presa!

Le risposte comportamentali che stanno dietro gli atteggiamenti del terapeuta sono evidentissime per i pazienti. Sono specialmente evidenti  nel modo in cui i terapeuti propongono gli acting, di fase e di livello, nei ‘momenti di passaggio’. Nel vissuto di ‘transito’, da un acting all’altro, c’è il modo con cui il terapeuta valuta il tipo di acting, la modalità con cui proporlo e,nelle scansioni temporali con cui proporlo, si nasconde tutto il corpo delle dimensioni psicologiche che il terapeuta vive nei confronti del paziente.

All’epoca del cenno che andremo a leggere di Navarro, sull’uso delle parole in terapia, si era all’inizio dell’applicazione generalizzata della sua sistematizzazione della Vgt. Forse non era ancora maturata l’idea di dover fare attenzione, oltre che alle parole e agli agiti del transfert, anche al verbale e al paraverbale del terapeuta come aspetti che caratterizzavano il suo, di  ‘agito’?

Può darsi!

Però il fatto è che nel corso degli anni in vegetoterapia questa mancanza non è stata colmata e il controtransfert, pur ammesso, non sempre è sempre stato considerato agire nel setting allo stesso modo del transfert. La Vgt sembra assumere un valore oggettivamente miracolo indipendentemente dal terapeuta.

In realtà, come in ogni psicoterapia, anche in Vgt ambedue gli eventi, transfert e e controtransfert,  sono eventi di processo corporeo che emergono negli agiti dei componenti la coppia terapeutica, piuttosto che nelle parole, nel momento in cui queste due persone interagiscono. Né prima né dopo.

Così contestualizzati diventa evidente che ambedue i processi sono imprevedibili. Ma appare anche evidente che, proprio perché non possono essere controllati, si debba essere motivati ad esercitarsi alla loro costante osservazione in modo da diventarne sempre più consapevoli e presenti al loro manifestarsi.

Giuseppe Ciardiello








martedì 20 luglio 2021

Sesso Amore Perversione in un articolo di Mirella Origlia

 

‘Amore e perversione’ di Mirella Origlia.

 

Periodicamente riprende lo scaricabarile, tra scuola, educatori, genitori e agenzie sociali, su chi dovrebbe occuparsi dell’educazione sessuale dei giovani.

Le ricorrenze storiche di quest’argomento si sono presentate come delle tappe sociali in cui si è realizzata, con molta fatica, quella libertà di divorzio, di aborto e di espressione della propria identità sessuale che però, con ancora molto vigore, le tendenze distorte dell’umanità cercano di cancellare.

L’evento Covid19 ha esasperato i conflitti evidenti e latenti.

Laddove ci si era abituati a trascorrere la maggior parte del tempo della propria giornata fuori casa, e ciò vale per le donne e per gli uomini, oggi ci si accorge che la condivisione forzata degli spazi familiari li rende meno intimi o troppo intimi facendoli diventare asfissianti. Inoltre, abituati alla più moderna tecnologia e alla crescente richiesta attentiva, in spazi temporali sempre più ristretti, richieste che diventano sempre più invasive e che annullano i limiti degli spazi personali, si diventa sempre più ‘bionici’ nel senso del dipendere cognitivamente e intellettualmente dalle macchine costruite.

Con quest’andazzo si sta trasferendo nel mondo virtuale anche il piacere, e la sessualità sta perdendo le sue caratteristiche di aggressività (da adgredior), affermatività, carnalità, intimità, modularità e delicatezza.

In questi quasi due anni di pandemia, le coppie che non hanno più rapporti sessuali sono aumentate del 38% (Ordine Psicologi Lazio: Webinar del 18/06/2021 tenuto da Valentina Cosmi dal titolo ‘Sessualità nella terapia di coppia’) e i giovani e giovanissimi (12/14 anni) che fanno uso di pornografia e premono reciprocamente per avere foto di nudo, sono passati dal 6% del 2015 al 18% del 2021 (fonte RAI Gabanelli, in coda al tg7 delle 20.00 del 19/07/2021).

Allarmati, si torna a parlare dell’educazione sessuale e di chi dovrebbe occuparsene rischiando ancora e ancora di tornare a parlare del sesso degli angeli o dell’accoppiamento delle farfalle.

L’educazione sessuale dovrebbe definire il piacere sessuale e la gioia di viverlo. Dovrebbe spiegare come ottenere la completa soddisfazione sessuale e da cosa può dipendere la sua facilitazione o l’incapacità e/o impossibilità a realizzarlo. Dovrebbe raccontare quali sono le fasi evolutive fisiche e mentali attraversate da ogni singolo maschio e da ogni femmina. Ripeterne le similitudini e le differenze. Gli sviluppi psicologici che accompagnano le esperienze e che possono giustificare gli evitamenti e le facilitazioni.

Ai bambini e ai giovani interessa poco come si accoppiano gli animali mentre da subito gli interessano i risvolti del desiderio provato nei confronti delle persone di diverso genere e le motivazioni delle diverse risposte vissute e sperimentate.

Malgrado tutta questa necessità si avverte molta reticenza a parlare del sesso e finanche nei diversi movimenti reichiani questo tema sembra ormai in disuso. La materia sessuale sembra demandata solo agli specialisti della genitalizzazione. Perciò colpisce trovare, nel n.1 del 1982 della rivista ‘Energia Carattere e Società’, nella rivisitazione vegetoterapeutica della perversione, alcuni spunti importanti per una corretta definizione del sesso e della sessualità.

I lavori di Origlia suggeriscono molti altri spunti che sono anche più mirati alla corretta interpretazione ed esecuzione della Vegetoterapia (Vgt). Per esempio ci si può accorgere di quanto, pur utilizzando la Vgt, Origlia tiene in grande considerazione il dialogo all’interno del setting e all’espressione verbale anche dell’interpretazione, con l’accortezza però, di lasciare che sia il paziente a interpretare la propria esperienza.

Il vissuto indotto dall’acting, e sperimentato dal paziente, non è separato dalla propria ideazione che può essere una fantasia o un ricordo. È in tale situazione cognitiva che s'inserisce l’acting (esercizio di Vgt).

Ancora, l’acting non nasce dal vuoto del setting ma è proposto da una persona (il terapeuta) che, assumendosi la sua responsabilità, si concede anche licenze specifiche frutto di esperienza e di sapere personale. Gli acting pur essendo sempre gli stessi, possono essere eseguiti diversamente e, inoltre, possono essere anticipati e seguiti da ‘atti’ comportamentali veri e propri da parte del terapeuta. Atti che hanno un valore interpretativo cui il paziente potrà dare voce.

È ciò che accade quanto la terapeuta appoggia la mano del paziente sul proprio diaframma suggerendogli implicitamente un tocco ‘intimo’, nel senso di profondo. Un con-tatto con una diversa temperatura, un diverso ritmo (respiratorio), una diversa possibilità di toccarsi con le mani ma anche con l’alito, con il proprio respiro, intimo e personale perché leggero, profumato e soggettivo (pag. 34). È questo il caso in cui si può parlare di trasmissione energetica che dimostra che, per lavorare con l’energia organistica, non è sufficiente l’uso della Vgt.

Allo stesso modo il concetto dei blocchi energetici non rimandano necessariamente a un costrutto idraulico rappresentante una diga che impedisce il libero flusso di questo liquido energetico. I blocchi sono un innalzamento di tensione muscolare che, oltre a rendere meno sensibili perifericamente, rendono anche i movimenti meno fluidi e più meccanici. La tensione costantemente trattenuta, per paura, vergogna e altre emozioni, assume una modalità di scarica di tutto/niente. Quando ci sono blocchi muscolari/cognitivi alla libera espressione della propria umanità, l’aggressività diventa distruttiva trasformandosi in odio, livore, invidia, competizione, riscatto. Questa trasformazione si realizza con la modifica dei ritmi respiratori (pgg. 36/37).

Il plurale della frase che precede non è un refuso ma la considerazione del fatto che l’organismo umano non respira solo con i polmoni ma anche con la pelle e con tutti gli altri organi che, ritmicamente, col respiro cercano di armonizzarsi (… anche quello del pensiero).

In pratica, essere naturali significa cercare un equilibrio con la natura che siamo e che ci vive e che, specialmente nella pratica sessuale e nella sessualità, esprime il piacere e la gioia di vivere che si riduce, molto semplicemente, nel sapere come fare all’amore perché ‘fare l’amore fa bene all’amore’.

Giuseppe Ciardiello








martedì 13 luglio 2021

La bocca. Un oggetto ritrovato

 

Ho trovato alcuni vecchi numeri di ‘Energia Carattere e Società’ in cui ho scoperto che, fin dal nostro apparire, come cultori della materia Vegetoterapeutica, abbiamo insistito nel presentare argomenti sempre identici .

Forse per il bisogno di un’identità socialmente e scientificamente negata, abbiamo insistito a parlare di Energia, di Tratti Caratteriali, di Livelli Muscolari frammisti ad articoli che, almeno fino a tutti gli anni novanta, si occupavano della società nella quale si ipotizzavano gli stessi difetti di ‘circolazione energetica’ che si ipotizzavano nelle persone. Questo proponeva l’antico detto per cui, se vuoi cambiare la società devi cambiare te stesso.

Io credo che questo indirizzo, un po’ filosofico, un po’ mistico e un po’ scientifico, ci abbia distratti grossolanamente dalla relazione relegandoci ad un’osservazione esclusivamente intrasoggettiva che, almeno in alcuni gruppi, persevera ancora oggi.

Vorrei ripresentare alcuni articoli così che possano fungere da riferimento sia per posizioni abbandonate da noi stessi sia per posizioni che oggi vanno abbandonate perché terapeuticamente anguste.

I primi due articoli sono di due donne vissute in anni di formazione dei gruppi che si sono occupati di Vegetoterapia: Angela Russo e Giovanni D’Aci.  










Negli scritti dei cultori di Vegetoterapia si è sempre fatto riferimento al comportamento infantile quando si è reso necessario riferirsi ad una forza vitale, intrinseca all’individuo, che lo muoveva nei confronti della realtà. 

L’energia supposta è sempre stata vista come un fiume che, nell’incontro con i diversi ostacoli presentati dalla realtà, prendeva di conseguenza una forma di adattamento funzionale alla sua sopravvivenza. Questa forma era il carattere che era anche condizionato dal tipo di ostacoli incontrati. Questi ostacoli erano diversificati dal periodo dell’incontro perché ogni periodo storico individuale presentava un’erogeneicità differente. Così, se un ostacolo sociale si presentava nel periodo di preminenza orale o muscolare, non potendosi realizzare la naturale forma caratteriale, l’aspetto orale o muscolare prendeva una forma diversa dalla ‘normalità’ di sviluppo.

Al di là del fatto che i presupposti da cui si partiva non erano supportati da osservazioni controllate né da riferimenti scientifici adeguati, appariva evidente che si considerava esistente una normalità di riferimento che, in quanto tale, assumeva le caratteristiche dell’oggettività.

Forse era l’uso del termine ‘energia’ che, riferito al comportamento acquisito interattivamente, dava l’impressione di osservare oggettivamente (scientificamente) il comportamento.

In realtà non c’era e non c’è nessuna evidenza scientifica capace di dimostrare un legame, più o meno stretto, tra la mancanza di montata lattea e l’incapacità del futuro adulto di ‘nutrirsi’ adeguatamente delle opportunità che la realtà gli offre. Oppure tra l’incapacità di nutrire il figlio, da parte di una donna frustrata o arrabbiata o menomata, e la depressione del futuro uomo. Forse il legame c’è ma non dipende dal solo aspetto energetico genericamente inteso.

Oggi è necessario fornirsi di un quadro di riferimento più ampio per poter spiegare fenomeni sociali perché più ampio e dettagliato è l’assetto di discrimine e integrazione che la realtà scientifica ci impone.

Le osservazioni derivanti dalle neuroscienze e dalla materia quantistica se da un lato ci indicano la soggettività fenomenologica dei vissuti, dall’altro ci obbligano a smettere i panni dell’osservazione oggettiva dato che esiste solo una realtà soggettiva che deriva da una costante relazione ed interazione tra persone che assumono, l’uno per l’altro, senso e significato così da dare luogo alla nascita dei processi mentali. In pratica non esiste una realtà normale perché non esiste ‘il significato’ ma tanti significati diversi in relazione a interazioni diverse in momenti e stati diversi.

Allora le problematiche fin’ora definite ‘orali’, ‘oculari’ ecc., solitamente indicate come  ‘blocchi energetici’, vanno ridefinite come difficoltà relazionali che nello scambio interattivo trovano la loro definizione. Per la descrizione di questi aspetti interattivi è molto più utile l’utilizzo delle Dimensioni Psicologiche che sono in grado di cogliere tutti gli aspetti  comportamentali delle persone:  emotivi, cognitivi e corporei.

Se manca lo scambio relazionale, manca il comportamento e vengono a mancare anche il ‘lettore’ e ‘l’osservatore’: ‘Il ripensamento del mondo a cui ci forzano i quanti cambia i termini della questione. Se il mondo è relazione, se capiamo la realtà fisica in termini di fenomeni che si manifestano a sisemi fisici, allora non esiste descrizione del mondo dall’esterno. Le descrizioni del mondo possibili sono, in ultima analisi, tutte dal suo interno. (…) Se immaginiamo la totalità delle cose, stiamo immaginando di essere fuori dall’universo a guardare… Il punto di vista dall’esterno è un punto di vista che non c’è. Il mondo visto dal di fuori non esiste: esistono solo prospettive interne al mondo, parziali, chesi riflettono a vicenda. Il mondo è questo reciproco riflettersi di prospettive.’ ( Carlo Rovelli, ‘Helgoland’, Adelphi, 2020)







Giuseppe Ciardiello


lunedì 5 aprile 2021

Empatia e corpo

 L'empatia è un processo organismico

 Empatia pur essendo un concetto e avendo forma di un'idea, rappresenta un processo che si esprime a livello organismico nel complesso corpo delle persone. 

Non è qualcosa che si ha nella testa, anche se la sua comprensione necessita di uno sforzo cognitivo. Per capirla facciamo ricorso a concetti aggiuntivi quali altruismo, pietà, compassione, simpatia ecc., ma questo accade solo per essere facilitati nel descriverla quando bisogna fare ricorso alle parole, quindi ai simboli verbali, e per poterla adeguatamente descriverla. Ma l’empatia, anche sapientemente descritta, non è facilmente comprensibile se non s'impara a riconoscerla quando è sentita dentro il proprio corpo.

E anche se è un'emozione bella e socialmente positiva, se quando viene provata non dovesse essere riconosciuta, può creare notevoli danni, conflitti e disagi.

Specialmente nelle professioni di cura, dove l’attenzione all’altro si concretizza in un contatto corporeo diretto, la dimensione empatica non può passare inosservata né può essere sottaciuta in un training di apprendimento tecnico operativo. In queste professioni l'empatia è un processo dimensionale che necessita di diventare materia d'insegnamento. 

Ne è una calzante dimostrazione l’esperienza vissuta da un gruppo di terapisti della riabilitazione respiratoria di cui parlo un recente articolo pubblicato da ‘State of Mind’.




In questa esperienza il corpo dei terapisti è inconsapevolmente coinvolto creando inopportune incertezze, titubanze e inconvenienti esiti strategicamente disturbanti la riabilitazione stessa. Immagino che ciò possa valere per tutti coloro che si occupano della riabilitazione e per tutte quelle persone il cui lavoro passa per la relazione che, desidero ribadirlo, è implicitamente corporea anche quando la comunicazione si limita allo sguardo o alla parola. 

Giuseppe Ciardiello


https://www.stateofmind.it/2021/03/covid-19-respiro-relazione/





lunedì 1 marzo 2021

La psicoterapia e le sue tecniche

 A proposito della nostra epoca di tante tecniche psicoterapeutiche

La scoperta di tante tecniche psicoterapeutiche derivanti dal buddhismo (MBSR, Mindfulness, Insight Dialogue, Mindfulness relazionale ecc.) e dal cognitivismo (EMDR, Terapia Metacognitiva, Therapy Remediation, Emotional Freedom Technicques ecc.) ripropongono un tema delicato per gli psicoterapeuti e psicologi.

Lo psicoterapeuta è un professionista che, alla pari di altri, che si occupano di salute o è un particolare tipo di professionista? Cioè a dire, i medici, gli insegnanti, i badanti, gli assistenti sociali necessitano di tanta professionalità e di apprendere tecniche specifiche ma a nessuno di loro è chiesto un ulteriore impegno che affianchi la professione, vale a dire di essere altruisti, compassionevoli, caritatevoli e di fare prestazioni gratuite. Tra tutti i professionisti gli psicologi continuano ad essere visti come quelli che devono mostrarsi amici al punto che anche la compassione oggi è promossa a tecnica psicoterapeutica.

Dovendo far diventare danaro la sensibilità, il sostegno e la compassione, diventa allora legittimo per questi professionisti imporsi d’imparare tutte le tecniche che emergono sotto la spinta dei cambiamenti culturali. Le molteplici offerte fanni il pari con il dubbio d’essere capaci di rapportarsi alla mutevole realtà forse perché mancanti della chiave vincente che, fantasticamente, può risiedere nell’ultima tecnica psicoterapeutica, magari proveniente dall’America. E un’altra domanda è se è veramente necessario, per essere un buon terapeuta, imparare tante tecniche o se non sia meglio approfondire la propria tecnica e cercare di perfezionarla con l’esperienza del proprio bagaglio professionale.

È ovvio che credo sia più valida la seconda opzione perché, immersi come siamo in un campo culturale, una volta appresa una tecnica cambia con noi nel corso dell’intera esistenza e tutto ciò che la cultura impone evolutivamente, l’impone anche alla nostra tecnica. Quindi, sempre che si sia disposti ad ascoltarla, si abbia fiducia nel proprio operato e si sia sufficientemente aperti per sperimentare nuove opportunità, la  tecnica in cui ci si è formati è quella che andrebbe coltivata e perfezionata.

Anche la Vegetoterapia (Vgt), in quanto tecnica, ha sofferto questi aspetti.

Nata dall’attenzione selettiva al corpo nell’ambito della psicoanalisi, e ancora carica di romanticismo seppure all’ombra dell’illuminismo, in quel luogo corporeo la Vgt ha cercato le dimensioni sovraindividuali e spirituali che voleva trovare. L’energia orgonica, individuata da Reich, testimonia bisogni filosofici assolutistici che mettono in comunicazione l’uomo col cosmo. Questa esigenza ha spostato l’attenzione dall’individuale al sovraindividuale e ideando una relazione cosmica ha baipassato la relazione umana e lo scambio intersoggettivo.

Il recupero degli aspetti cognitivi e relazionali nell’ambito della Vgt sarebbe un aspetto importante dell’aggiornamento tecnico e operativo di questa disciplina terapeutica. Oggi si sa che non è sufficiente la semplice somministrazione degli acting per arrivare alla scoperta di traumi più o meno complessi o per stimolare, nelle persone che vi si sottopongono, il racconto spontaneo delle esperienze ricordate e farne una nuova edizione.

Allo stesso modo, la sudditanza alla psicoanalisi ha impedito alla Vgt di avvalersi dei propri costrutti attaccandosi ai valori analitici anche quando quella ha cercato nella relazione nuove dinamiche psichiche. Così, anche quando la psicoanalisi si è fatta ‘relazionale’, la Vgt è rimasta fissata nell’approccio intrasoggettivo lasciando lo sguardo immobile sul soggetto terapeutico e la diagnosi esasperatamente energetica. Le cause dei blocchi e della cattiva circolazione energetica ha continuato ad essere addebitata alle contrazioni fisiche personali e si è sempre evitato di cercare nelle dinamiche relazionali i motivi del disagio. Così anche le interazioni, verbali e non verbali tra diversi interlocutori, sono ancora oggi ricondotte ad espressioni caratteriali piuttosto che occasionali o contestuali.

In tal caso le distonie, le disfunzioni e le nevrosi restano relative al singolo.

Uno sguardo al passato, agli scritti di egregi autori che hanno preceduto questi nostri anni cmplessi, penso sia necessario e opportuno anche perché si rispolveri il bisogno del cambiamento.

Per esempio ‘l’interpretazione dei sogni con l’ausilio di acting di Vgt’ dimostra l’effettiva possibilità di adeguare uno strumento tecnico tradizionale, come la Vgt appunto, alle nuove esigenze emotive e culturali dell’epoca moderna. In questo modo non c’è bisogno di rifarsi al passato né è necessario una conoscenza dettagliata dei simboli e delle dinamiche analitiche perché il soggetto è invitato a fare tutto da solo; agire sul suo sogno, con le sue competenze e conoscenze culturali di gruppo ristretto e allargato dando un senso personale ai resoconti e alle nuove evenienze. Ciò accresce l’autostima e la fiducia nella propria creatività.

Lo sguardo alla propria tecnica terapeutica deve quindi modernizzarsi. La tecnica appresa nel corso degli studi deve essere arricchita con le proprie esperienze di vita professionale e personale. È necessario che l’ambito d’intervento si ampli assumendosi in prima persona il coraggio di ideare operazioni in cui anche i semplici acting siano usati per aspetti e dimensioni anche relazionali. Così si pone in primo piano ciò che fin’ora è sfuggito: la cura della fantasia e della creatività.

Questi due processi sono gli unici che possono facilitare la comprensione della comunicazione intercorporea.

Anche nella semplice comunicazione corporea accade qualcosa, tra i protagonisti, che va al di là delle parole e della possibilità di essere narrato. Quel qualcosa ha a che fare sia con l’apprendimento (implicito) sia con il ‘saper come fare’ che “… comporta una conoscenza simbolica o per immagini che consente a fatti o esperienze di essere portati alla piena consapevolezza in assenza delle cose cui rimandano” (p. 365, ‘Le forme di intersoggettività’ L., Carli e C. Rodini, a cura di, RaffelloCortina, 2008). È evidente allora la necessità per l’analizzato di riappropriarsi della propria capacità simbolica e narrativa che è condizione terapeutica, a sua volta, perché si crei un ‘sapere trasversale’ che rende possibile ripensare alla propria esperienza decostruendola per poi ricostruirla con nuove possibilità narrative (p. 30, ‘Lo sguardo e l’azione’, di O., Rossi, EUR, 2009).

Ogni strumento terapeutico ha necessità di essere ripensato per essere adeguato ai tempi e alle esperienze che, formando gli uomini, formano gli stessi strumenti con cui noi, questi uomini, agiscono percepiscono e costruiscono il reale.

Giuseppe Ciardiello














venerdì 19 febbraio 2021

Far bene l’amore fa bene all’amore

 

A volte è utile tornare a riflettere su quei temi banali che vengono da parte.

Anche il tema dellamore, e ancora di più quello del sesso, sembrano rientrare in questa casistica.

 Chi non sa cosè lamore o il sesso e la sessualità?

Questi due temi comuni, e così comunemente trattati da apparire a volte appaiono banali, in realtà sono molto difficili da esaminare. Sono molto densi e di immane portata culturale tanto che in ogni epoca storica si è cercato di dargli una definizione,  una rappresentazione narrativa, e in ogni cultura si è cercato un inquadramento definitivo che ha sempre mancato il suo obiettivo. La religione, la filosofia, la sociologia, la psicologia, la storia e tutte le arti, hanno provato a delimitarli senza riuscire a definirne gli aspetti poliedrici e cangianti della loro natura. Dai graffiti paleolitici alle opere più belle e intense di ogni cultura portano le tracce della passione e dellamore con cui gli uomini hanno caretterizzato le continue relazioni.

Questo ardore universale prende spunto dai bisogni essenziali degli esseri umani in cui la passione delle grandi opere non è più invadente di quella del desiderio sessuale. E allora, come quello, anche questo desiderio andrebbe coltivato e curato.

 Ma, pur essendo consapevoli di questa verità, mentre per mangiare, bere e dormire ci si impegna per gran parte della propria esistenza, impiegando energia fisica e mentale per la costruzione di condizioni ottimali per soddisfare questi bisogni, l’esercizio della sessualità e il suo apprendimento la si lascia affidata al caso, all’intuito e alla sorte.

Per i figli si spera che tutto vada bene e che qualche amico, più furbetto, scaltro e già ometto (e chiaramente evitando di chiedersi come abbia fatto a diventare già ometto), più grande e pratico, si proponga di soddisfare la grande sete di sapere dei più giovani.

 Viene da chiedersi come sia possibile che un tema così delicato, lamore e la sessualità, venga costantemente trascurato e lasciato alla (in)discrezione educativa di incontri occasionali?

 Eppure fare all’amore è unattività essenziale per il riprodursi della vita. Tutti gli esseri si accoppiano e tutti, ognuno a modo loro, realizzano laccoppiamento che li condurrà alla riproduzione mettendo in atto un loro rito e realizzando una forma dinterazione.

Per luomo, anche quando il comportamento sessuale è finalizzato alla riproduzione, si avvale di modalità più complesse di un rituale istintivo e la spinta sessuale ha lunico scopo di realizzare il piacere orgasmico.

Il raggiungimento del piacere è distensivo, rinnova le energie, affranca dalla noia, gratifica e protegge dalle frustrazioni, normalizza il sonno, consente un riposo più profondo e influisce beneficamente su tutte le funzioni autonome dellorganismo, comprese quelle immunitarie (Favotto, 2020).

 Lesercizio della sessualità libera luomo dallidea di razza e diversità perché è un processo in cui ci si impegna tutti allo stesso modo ed è una funzione in cui, come ciottoli di fiume, si è uguali ma nel contempo diversi in unesperienza dove ognuno cerca, rinnova e conferma la propria identità.

È unesperienza di diversità e contemporanea similitudine a rendere visibili gli uni agli altri e, come le continue vicende di confronto, impegnano le singole identità in un processo di costante e reciproco riconoscimento.

 Godere del sesso e della sessualità obbliga ad essere presenti nel qui e ora dei rapporti e, sottraendoci al fascino della fantasia, ci pone al cospetto della realtà immanente fatta di odori, sapori, vibrazioni, colori, tensioni fisiche ed emotive. Forse è lunica esperienza che, disilludendo, può insegnare a godere del contatto con le persone reali distogliendo da quel virtuale verso cui sembra propendere sempre più la società moderna.

Possiamo notare che non è il suo esercizio a condurre alla perversione quanto piuttosto la sua mancanza a relegare nelle isole fantastiche le personalità meno integrate.

Un buon rapporto damore alimenta una sana fantasia.

Quando infatti accade che il rapporto si deteriora, la fantasia semplicemente tende ad esaurirsi e la relazione continua su un binario stanco. Lanormalità dei rapporti si realizza quando le fantasie non sincontrano e, invadendo completamente la realtà, eclissano la relazione e tutto lo spazio, affettivo ed emozionale, della coppia è invaso da interazioni opportunistiche dove ognuno approfitta dell'altro e lo utilizza come fosse un oggetto anziché una persona, come sé, fatto di carne ed ossa.

 Il sacrificio di una sana sessualità lascia insoddisfatti e destina i giovani alla tirannia dei falsi valori. Si resta legati al passato dorato dellinfanzia o ci si proietta in un futuro fantastico dove tutto è facile e la complessità lascia il posto alla faciloneria introducendo alla moda degli specchi. La mancanza del piacere spinge ad indossare occhiali colorati da gusti estranei che distraggono dai veri bisogni così che, confondendosi nella consuetudine del quotidiano, si perde il senso di sé e delle diverse dimensioni psicologiche personali.

Così si rischia di entrare in processi in cui si abdica a se stessi senza accorgersene. Semplicemente ci si dimentica di essere, di quale si sia e così, le stesse funzioni che ci determinano, smettono di svolgersi. Si diventa insensibili e inconsapevoli al fatto che, se manca il processo, lintera funzione viene meno e il sé, semplicemente non viene ad esistere.

È nella separazione del sesso dallamore che nasce Narciso. Si è narcisi quando tutto il relazionale passa per lestetica e il resto della sensorialità si ferma sulla soglia della percezione dellaltro senza desiderare mai di superare luscio. Si resta allora anonimi a sé stessi perché, al contrario, è nel processo di sentire laltro attraverso i propri sensi che si scopre se stessi. Sono infatti le sensazioni che consentono al Sé di rivelarsi e allIo di scoprirsi in processi con una doppia valenza: individuale e sociale. Sono queste le condizioni imprescindibili delle relazioni. Quelle in cui si ascoltano i suoni, si annusano gli odori, si gustano i sapori, si vivono gli affetti che solo in condizioni di contatto diretto possono essere riconosciuti nella loro realtà fisica e corporea.

 Nelle relazioni sessuali, più che in altre occasioni, i gesti si narrano e i modi diventano veicoli di ampio significato personale imponendosi nel sostegno e nella cura. Ci definiscono tutti nella condivisione, nello scambio, nella partecipazione alla ricerca di un accomodamento reciproco, nella spartizione dellappoggio, nel reclamo delle richieste, nel desiderio di affidarsi, nella condivisione dei propri giochi, nella donazione degli affetti, nel godere del tempo dellamore.

Nei giochi dellamore tutto è concesso ma solo a condizione che gli occhi incontrino una reale condivisione in cui ci si riconosce rispettosi di sé e dell’altro. Rispettosi di quei luoghi, dell’Io e del tu, dove origina la reciprocità e la comprensione, giocando danticipo, permette una chiara individuazione delle emozioni. Quei luoghi dove lIo-tu non rischia di scivolare nell’Io-esso e dove il desiderio delloggetto è ben distinto dal desiderio della persona. Luoghi in cui, mentre i giochi dell’amore celebrano la curiosità, si gode la condivisione del sentire insieme ... come la vita!

E come la vita autori recenti si sentono legittimati a stabile criteri damore!

 

 

Allora, che cos’è l’amore? Secondo Yalom:

 

       Voler bene ad un’altra persona significa relazionarsi in modo disinteressato, lasciare andare la coscienza è la consapevolezza... non si è alla ricerca di lode, adorazione, appagamento sessuale, potere, denaro. Ci si relaziona unicamente all’altra persona... e ci si deve relazionare con tutto il proprio essere.

       Voler bene a un’altra per
sona significa conoscere e sperimentare l’altro nel modo più completo possibile.

       Voler bene a un’altra persona significa preoccuparsi dell’essere e della crescita dell’altro.

       Voler bene è attivo. L’amore maturo significa amare, non essere amato. Uno dà a un altro, non si lascia prendere dall’altro.

       Voler bene è uno dei modi di essere nel mondo.

       Il voler bene maturo ha origine nella propria ricchezza, non nella propria povertà, ha origine dalla crescita, non dal bisogno. ... l’amore passato è quindi la fonte della forza: l’amore presente è il risultato della forza.

       Voler bene è reciproco.

       Il voler bene maturo non è senza ricompense. Si è modificati, arricchiti e appagati, la solitudine esistenziale è attenuata. Attraverso il voler bene si riceve affetto.

 

Questa catalogazione in corsivo è tratta dal testo di Irvin D. Yalom: ‘Psicoterapia esistenziale’, (pagg. 455/456), Neri Pozza ed., 2019 (traduzione italiana. L’originale è del 1980)

 

 Ma non è la prima volta e non sarà lultima.

Larroganza umana nei confronti della sessualità, che fidando dellignoranza può diventare violenza e manipolazione, non è recente ma ha una lunga tradizione testimoniata da molti tentativi. Il seguente è uno dei primi del movimento reichiano che ha sempre visto nellespressione della sessualità gioiosa e condivisa la massima espressione della libertà.

 

CHE COSA È IL CAOS SESSUALE

 

·         è il fare appello fra coniugi alla legge del « dovere coniugale »;

·         è il contrarre un legame sessuale a vita con un partner che non si è conosciuto sessualmente prima;

·         è andare a letto con una popolana perché « non serve ad altro» e al tempo stesso non chiedere una «cosa simile » ad una ragazza «per bene »;

·         è accettare una vita di sordida prostituzione o l'attesa, in astinenza, della « prima notte di matrimonio»;

·         è far coincidere la potenza virile con la deflorazione;

·         è a 14 anni accarezzare avidamente qualsiasi immagine di donna seminuda e poi, a 20, entrare in lizza come nazionalista per la «purezza e l'onore della donna»;

·         è rendere possibile l'esistenza di squilibrati e inculcare i loro fantasmi perversi nella mente di migliaia di giovani;

·         è punire i giovani per il delitto di essersi autosoddisfatti e far loro credere che con l'eiaculazione perdono il midollo spinale;

·         è tollerare l'industria pornografica;

·         è eccitare gli adolescenti con film erotici e trarne profitti, ma rifiutar loro l'amore naturale e la soddisfazione sessuale facendo appello per giunta alla cultura.

 

 

CHE COSA NON È CAOS SESSUALE

 

·         è desiderare per amore reciproco l'abbandono sessuale senza tener conto delle leggi stabilite e dei precetti morali e agire di conseguenza;

·         è liberare i bambini e gli adolescenti dai sensi di colpa sessuali e lasciarli vivere in conformità alle aspirazioni della loro età;

·         è non sposarsi o legarsi durevolmente senza aver prima conosciuto molto bene il partner sul piano sessuale e non mettere al mondo dei figli se non quando si desiderano e si possono allevare;

·         è non esigere da qualcuno l'amore o l'abbandono sessuale;

·         è non soffocare il partner con la gelosia;

·         è non aver rapporti con prostitute ma con amiche del proprio ambiente;

·         è non far l'amore sotto i portoni come gli adolescenti della nostra società, ma desiderare di farlo in camere pulite e senza essere disturbati;

·         è, infine, non mantenere in vita un matrimonio infelice e torturato da scrupoli morali.

 

Le chiacchiere culturali non cesseranno e il movimento rivoluzionario non vincerå se non si risolveranno questi problemi.

WILHELM REICH

 

(Da un manifesto della Sexpol, organizzazione tedesca di sessuopolitica rivoluzionaria del 1936, riapparso all'università di Nanterre durante il « maggio francese »)

 

Bibliografia

Favotto, F., Perché fare sesso aumenta le difese immunitarie, in Internet.

sabato 4 aprile 2020

Coronavirus e respiro: una prova di forza


 Pensieri in libertà nell'aria che si respira!


Benché in sé stessi dolorosi o piacevoli, i sintomi sono sempre un'autoterapia per il terrore e per l'estasi, sono dei modi per dosare l'intensità di ciò che le persone provano per gli altri o di ciò che vogliono da loro. 
(A.  Phillips, ‘Paure ed esperti’, Ponte alle Grazie, 2003, pag. 79)




Non ne siamo del tutto consapevoli o non vogliamo esserlo o non possiamo permetterci di esserlo, ma questo virus sta toccando la società che siamo nei suoi aspetti di carattere e si sa che colpire il carattere di chicchessia significa colpirlo nel respiro.

Gli eventi respiratori si compongono di movimenti muscolari e tendinei che coinvolgono tutto il corpo.

In un percorso di body-scan, in cui si presta attenzione al dettaglio di tutti i movimenti, ci si accorge che ogni atto respiratorio si compone di movimenti, grandi o piccoli che siano, che coinvolgono ogni parte dell’organismo.

Nel momento della inspirazione la testa tende a sollevarsi portando il mento in alto. Il collo si piega all'indietro mentre le spalle si sollevano delicatamente trascinando nel movimento lo sterno e quindi anche le costole si sollevano per mezzo dei muscoli intercostali in un movimento a fisarmonica.

I muscoli dorsali si tendono aprendo il petto e spostano ulteriormente indietro le spalle provocando un’accentuazione corrispondente della curva lordosica del bacino che bascula ancora più indietro di quanto sia solito, facendo più spazio ai visceri che si distendono in verticale,compressi come sono dai muscoli addominali.

Nel suo spostamento il bacino ruota anche leggermente e stira i muscoli e tendini delle cosce che stirano anche quelli delle gambe così che, come conseguenza dello sbilanciamento complessivo del corpo, l’appoggio dei piedi cerca un nuovo equilibrio.

Tutto questo movimento avviene in un piccolo volume di spazio e in maniera così fine e delicata che non ci si accorge di niente. E' questo che porta a dire che noi si è il respiro e che pertanto non lo si può avvertire perché questo movimento è consueto ed è talmente solito nella dinamica respiratoria che rappresenta la normale scansione polmonare. E quindi quel movimento appartiene alla vita, che ci abita e ci produce, che si realizza in piena autonomia malgrado noi e il fatto di accorgerci o meno della sua realizzazione.
In pratica noi siamo questo movimento.

Ma questo movimento non è il movimento originario degli organi che ci costituiscono, non ha la stessa fluidità e ampiezza del movimento primario.

Fin dal concepimento si producono modifiche strutturali, nell'organismo umano, che cercano coordinazioni e integrazioni per costruire relazioni idonee alla sopravvivenza. 
Ciò avviene a scapito dei ritmi originari.

Donna, Felicità, Sunrise, SilhouetteRitmi biologici e pulsativi, respiratori, cardiaci, escretori, di tutti i ritmi funzionali che cercano e trovano adattamento in nicchie relativamente strette costruite in risposta a stimoli ambientali (sociali).

La famiglia condiziona la vita dei figli educandoli attraverso la modulazione delle emozioni, a loro volta veicolate dal respiro.

Sì, perché ogni respiro ha la sua emozione allo stesso modo in cui ogni emozione ha i suoi respiri.
 Lowen afferma che la maggior parte delle persone respira in maniera superficiale e tende a trattenere il respiro ogni volta che si trova in situazioni di stress anche lieve. Ma a cosa è deovuto questo disturbo? Per Lowen la sua origine è da ricercare nelle emozioni represse nell’infanzia: i bambini trattengono il fiato per bloccare il pianto, restringono la gola per non urlare e contraggono il petto per trattenere la rabbia. Ognuna di queste forme di repressione porta a una riduzione del respiro. L’individuo deve limitare la respirazione per mantenere la repressione dei sentimenti e per non provare l’ansia che vi è associata. Già Reich aveva notato la relazione tra ansia e disturbi della relazione. La rspirazione superficiale, e più in generale le difese psichiche e somariche, hanno infatti la funzione di proteggere la persona adulta dall’ansia.’ (‘Il corpo non mentedi L. Marchino e M. Mizrahil, Frassinelli, 2004).
Ma si respira fin dal concepimento…

È vero che nel ventre materno è il cordone ombelicale a fornire l’apporto d’ossigeno, ma è anche vero che comunque sia i movimenti vegetativi dell’embrione, e poi del feto, comprendono anche quelli polmonari. Fin dalla loro formazione i polmoni si esercitano con l’uso del liquido amniotico e sono in sintonia con tutti i movimenti organismici, che sono organizzati in un ritmo univoco. Se questa armonia non fosse interrotta da eventuali dissonanze del ritmo materno, semplicemente il bambino non verrebbe ad esistere[i]

Quindi si viene ad esistere fin dal concepimento perché fin d’allora ci si incontra con un elemento estraneo, ritmicamente diverso dalla costituzione fisica di cui si è portatori.

Sarà il ritmo di cui si potrà diventare consapevoli. 
Dalla nascita sarà quello del respiro il ritmo più facilmente accessibile al controllo semivolontario, della consapevolezza. 
Sentire il cuore potrà far paura, ma sentire il respiro, ampio e libero, sarà la scoperta della caratterizzazione delle emozioni che, ad ogni modifica ritmica, se ne rivela una nuova costruendo diagrammi emozionali e arcobaleni di Dimensioni Psicologiche (il modo di agire delle persone agli eventi) che rappresentano il carattere delle persone.

Perché sì, i modi di respirare, adattati alle situazioni relazionali, tendono a diventare stabili e a replicarsi costituendo la base per il mantenimento di schemi comportamentali fissi, sicuri e garantiti così che possano formare le basi per un sentimento d’identità e di carattere.

In tal caso si è ‘quella’ persona; quella che si emoziona in quelle certe occasioni e che reagisce in tal modo a certe condizioni, parla in quel modo, con quel ritmo e con quel ritmo respira. 

Quella è anche la sua capacità energetica, la sua capacità di esistere:
Nella visione di Lowen, coerente con Reich, l’energia e la respirazione hanno questo rapporto: durante l’inspirazione ci carichiamo di energia … durante l’espirazione scarichiamo energia. Di conseguenza, il modo in cui una persona respira consente di fare delle ipotesi sul suo livello energetico: più la respirazione è profonda, più il <<fuoco>> del processo metabolico viene alimentato e dà vigore al corpo.’ (Id, pagg. 134/135)
Il covid 19 è un ‘carognavirus’ perché colpisce nella parte più vitale delle persone ma anche della società.

Intacca il carattere della società perché la colpisce nei suoi ritmi, nelle espressioni vitali delle sue attività, nei suoi strumenti di produzione energetica, nei suoi livelli e nelle sue attività ‘respiratorie’, nel suo carattere.

Allora bisogna anche cercare di trarre insegnamento da queste vicende e notare che è la nostra onnipotenza narcisistica ad essere stata colpita e che i livelli respiratori e ritmici che si erano raggiunti, prima che questo virus apparisse, erano deleteri per l’umanità stessa.

Il coronavirus ci ha obbligato a notare che non c’era più tempo per guardarsi negli occhi. Non si sapeva più respirare l’aria di un incontro reciproco. Si era dimenticato come arrivare a vedersi al di là dell’espressione del viso e non si sapeva già più concedersi il tempo per un racconto intimo. Un racconto che fosse l’invito per l’accesso ad una porta del cuore priva di chiavi e di password. Non c’era più lo spazio per generare quel ‘caos in sé per poter generare una stella danzante’ (Nietzsche), ma il caos era diventato solo capace di produrre paura, ansia, panico, follia nevrotica, smania da prestazione, voracità di produzione, gare di rendimento.
Da tutto quello che sta accadendo ci si può solo augurare che l’occasione offerta da questo virus sia colta per riappropriarci del reale respiro. Che si possa recuperare la capacità energetica originaria che, veicolata da un’aria maggiormente silenziosa e resa pura dall’abbandono delle auto e dallo spegnimento dei camini e ciminiere, ci insegni a non averne paura ma sentirne il benefico effetto. Di liberarci finalmente dal timore di non saper cosa fare della maggiore forza che si può avvertire nell’organismo quando si smette di fumare. Di smettere di sostenere e identificarci in una società narcisista che solo stando in apnea, e morendo di asfissia, riusce a realizzare il sogno del proprio paradiso virtuale.

Insomma se questo carognavirus veramente ci insegna qualcosa, allora dovremmo riuscire a cambiare il carattere della società che conta così da continuare a respirare anche quando tutto questo sarà finito.
 
Giuseppe Ciardiello

[i] Si può certamente presumere che, dal concepimento in poi, il corpo e la psiche si sviluppino insieme, fusi dapprima e, gradualmente, sempre più distinti l’uno dall’altra. Certamente, prima della nascita, si può dire della psiche (indipendentemente dal soma) che esiste un procedere personale, una continuità nello sperimentare. Questa continuità, che si può chiamare l’inizio del Sé, è periodicamente interrotta da fasi di reazione alle pressioni. Il Sé comincia a comprendere ricordi di fasi limitate in cui la reazione alla pressione disturba la continuità.’ … E’ più probabile che sia il ritardo della respirazione associato ad un atto di nascita troppo prolungato a costituire il fattore traumatico, piuttosto che l’inizio stesso della respirazione. La mia esperienza psicoanalitica m’induce a credere che non è necessariamente vero che in tutti i casi l’inizio della respirazione sia traumatico.’
(Donald W. Winnicott, ‘Trauma della nascita e angoscia’ in ‘Dalla pediatria alla Psicoanalisi’, Martinelli & C., 1975, pag. 231).


Translate

Cerca nel blog