mercoledì 26 giugno 2019

Amori 4.0


Amori 4.0 - Viaggio nel mondo delle relazioni’ è un volume edito da Alpes all’inizio di questo mese, giugno 2019, e curato dalle Dott.sse Amalia Prunotto, Maria Letizia Rotolo, Diana Vannini, psicoterapeute, e dalla dott.ssa Marianna Martini, psicologa, con i contributi di 38 illustri autori del mondo della psicologia, della medicina, del diritto e del giornalismo. Il libro tratta di relazioni virtuali, nuovi assetti familiari, narcisismo, dipendenza affettiva, ghosting, poliamorfia, multigenitorialità e altri strani fenomeni.

La forza di questa proposta editoriale sta nella declinazione dei diversi aspetti relazionali che vengono osservati in un viaggio multifocale attraverso il mondo degli affetti. Il libro nasce dal progetto, avviato nel gennaio 2018, inteso a mettere a fuoco le relazioni del terzo millennio ponendo sotto la lente il tema dell’amore secondo prospettive diverse e contemporanee, colorate dalla modernità.

Questo progetto vuole costruire itinerari orientativi dando forma a teorie che, attraverso l’indicazione di buone pratiche, e valorizzando le peculiarità dei diversi assetti teoretici, possano costituire una ricchezza d’insieme e rappresentare un ricco riferimento per ognuno. Il risultato per ora è questa raccolta di firme, fruibile sia da professionisti sia da chiunque si avventuri nel mondo delle nuove relazioni per le quali, piuttosto che trovare immediate risposte, è importante formulare buone domande.

Ho inoltre desiderio di annotare che la realizzazione di questo libro, effettuata a ‘più mani e più menti’, cui ho contribuito purtroppo solo con un piccolo articolo, si offre anche come raro esempio di lavoro corale di professionisti che sono emblematicamente soliti dedicarsi a lavori individuali. Laddove a volte il paradosso del lavoro analitico e terapeutico si nasconde nell’inavvertito rischio solipsistico, credo che proprio nel lavoro corale, svolto al servizio dell’associazionismo, possa rivelarsi l’antidoto capace di evitare le derive narcisistiche cui nessuno potrebbe altrimenti sottrarsi.

Giuseppe Ciardiello



martedì 19 marzo 2019

'La principessa che aveva fame d'amore', di Maria Chiara Gritti

Venerdi scorso, 15/03/2019, nella splendida cornice parmense del Palazzo Dalla Rosa Prati, la LIDAP, nelle persone di Alma Chiavarini e di Amalia Prunotto (Lega Italiana contro i Disturbi d'Ansia, d'Agorafobia e da Attacchi di Panico) si è fatta promotrice dell'iniziativa avente per oggetto la presentazione del libro “La principessa che aveva fame d’amore”.
Questa bella fiaba per adulti è opera di Maria Chiara Gritti e racconta per metafore le vicissitudini di una bambina che cerca, nei modi dettati dalla sua evoluzione, di venire a capo del suo bisogno d’amore.

Palazzo Dalla Rosa Prati - Parma
L'incontro si inserisce in un lavoro più ampio che prende il nome di "Amori 4.0" e che prevede manifestazioni analoghe in campo nazionale estendendosi nell’ulteriore progetto "Le ferite di Ercole" che prenderà in esame problematiche più prettamente maschili.
All'incontro hanno preso parte, oltre al sottoscritto, Samantha Vitale, della rete "Genitori 4.0", e  Paolo Migone, condirettore della rivista Psicoterapia e Scienze Umane.

‘Tempi duri per i troppo buoni’, recitava un detto di qualche anno fa. Oggi, la ‘love addiction’ rappresenta la condizione di generale dipendenza che le persone si trovano a vivere in condizioni di innamoramento anche degradato.
Anche la principessa protagonista del racconto vive una condizione simile.
Ereditando dai genitori l’incapacità di distinguere il guardare dal vedere le persone che le si rapportano, nel corso della sua evoluzione commette molti errori nella scelta degli uomini da amare.

Il corso del racconto si sviluppa intorno a dimensioni sensoriali e fisiche che prendono la forma di pani utili per il nutrimento di emozioni particolari.
È evidente la metafora del nutrimento che presuppone, a livello di organismo umano, l’impossibilità di vivere senza i pani delle emozioni e dei sentimenti.
A fare da contrappunto ai bisogni emozionali ci sono gli automatismi psicologici per cui, alla fame d’amore si sovrappone il bisogno di prossimità che, non potendosi avvalere di una capacità di distinguere il guardare dal vedere, si accontenta di qualunque promessa di vicinanza affettiva senza riuscire a vedere nella profondità dell’animo delle persone.
Ma la confusione degli organi sensoriali non è l’unica ad apparire. Anche le voci di dentro si accavallano determinando confusioni di mezzi e di fini. La ragazza non sa quali voci seguire e quale fame appagare scoprendo a proprie spese che la sazietà non porta necessariamente alla gratificazione come la soddisfazione dei bisogni non necessariamente appaga.

Nella vita le necessità affettive si scontrano con le possibilità d’incontro e di scambio che si possono avere con le persone che ci circondano. Possibilità a loro volta condizionate dai tempi e dagli spazi che la quotidianeità destina alle relazioni. A loro volta le relazioni spesso si affidano alle parole che, pur catalogando e facendo riferimento ai sentimenti, si rivelano essere la versione ridotta e camuffata delle emozioni. Mentre i sentimenti sono espressi dal corpo e con il corpo, al punto da potersi dire che sia il corpo ad essere vissuto da queste forme di energia, che rappresenta direttamente ciò che si vuole esprimere, le parole puntano alla comprensione dell’altro. Per cui il senso delle parole, cane, bianco, nero, vecchio, bianco ecc. dipende dalla copresenza sia del tono dell’emittente sia dall’interpretazione che il ricevente fa di quelle parole.

Le parole sono simboli e, come tali, possono essere usate sia per descrivere oggetti e situazioni, assumendo quindi funzione narrativa, sia come cose e oggetti anche capaci di ferire. Le parole possono anche diventare pietre tirate per offendere.

Solo nel corpo si può fare affidamento, nel corpo che vive, che soffre e che, quando soffre, non te lo manda a dire ma deperisce, invecchia, scalpita, si affloscia.
Allora l’intero percorso evolutivo della principessa si dispiega come una disamina corporea, come quando la principessa scopre che oltre a essere nutrito, il suo corpo necessita della vitalità dell'amore perché è l'amore il motore energetico dell'organismo e il suo vero nutrimento.
Così quest'energia, invisibile come in tutte le sue altre manifestazioni fisiche e psichiche, si rivela nei gesti, nelle azioni e nei comportamenti rappresentando l'espressione vissuta dai nostri cuori e che prende la forma del sostegno, della cura, della condivisione, dell'appoggio, dell'affidarsi, delle richieste e delle risposte, dello scambio, del dono e del piacere di condividere.

E' questo che ci rende uguali nella nostra singolare diversità.
In queste manifestazioni, sensoriali e comportamentali, si dispiega il nostro essere tutti diversamente uguali. 

... e si è tutti diversamente uguali in particolare nei giochi dell'amore dove è necessario riservare e conservare la curiosità, perché la diversità dell'altro possa esprimersi nella certezza della condivisione e accettazione acritica. Ciò riporta al presente, all'oggi, all'esserci nella presente condizione spazio temporale dove è veramente possibile esprimere curiosità, passione, gioia e amore perché le altre condizioni, quelle del passato e del futuro, sono le condizioni della manipolazione. Sono le condizioni in cui si è più frequentemente, e che rappresentano il rammarico e la speranza, che diventano attrattori mentali autonomi, e perciò svincolati dal corpo, a legarci a condizioni di desiderio e bisogno lontani dal momento presente e dal vissuto reale. questo vivere nel sogno o nella fantasia ci destina alla facile manipolazione perché in questi processi solo mentali, il bisogno e il rammarico coprono come lenti i nostri occhi che arrivano a chiudersi alla realtà relazionale e a limitarsi al solo guardare ciò che si dovrebbe anche vedere.
Giuseppe Ciardiello







mercoledì 2 gennaio 2019

Terapia Reichiana e Intersoggettività

Nel campo psicoterapeutico il tema dell'intersoggettività dovrebbe ormai aver preso piede al punto da esautorare completamente gli approcci intrapersonali.
Invece il rimando ad un mondo interno all'uomo, autonomo e indipendente dai rapporti sociali, persiste in maniera evidente sia nei vecchi modelli che nei nuovi anche se velato da riferimenti apparentemente innovativi.
Per esempio, l'idea di un'energia che, anche se biologica, è dotata di un'intelligenza che precede le interazioni oggettuali e i rapporti, implicitamente rischia di affermare che il modo in cui ogni individuo si compone, fisicamente e caratterialmente, dipende dalle sue dotazioni organiche più che dagli scambi con la realtà esterna al sé.
Ma molti autori oggi sembrano affermare il contrario!

“Le due menti creano l’intersoggettività e l’intersoggettività modella le due menti. Il centro di gravità si è spostato dall’intrapsichico all’intersoggettivo.
In modo simile, l’intersoggettività presente nella situazione clinica non può essere considerata solo un utile strumento terapeutico o uno dei tanti modi di relazionarsi all’altro che possiamo decidere di utilizzare o tralasciare all’occorrenza, ma deve essere vista come l’essenza stessa del processo terapeutico. Tutti gli atti fisici e mentali vanno esaminati alla luce di determinanti intersoggettive fondamentali, poiché sono radicati in questo tessuto intersoggettivo. Naruralmente, una parte del materiale clinico proviene dal repertorio ( passato e presente) del singolo individuo, ma anche in tal caso il momento in cui appare sulla scena, la sua esatta forma finale e le sfumature di significato che esso assume si modellano all’interno di una matrice intersoggettiva. (‘Il momento presente’, Daniel N. Stern, RaffaelloCortinaEditore, 2005)

Credo che ciò che Stern suggerisce sia tanto evidente che non si sente quasi mai il bisogno di ridefinirlo.
Ma forse è necessario ribadire e sottolineare che l'intersoggettività riferita ad organismi viventi e intelligenti, di qualunque intelligenza e vita si tratti, va intesa nel senso di un adattamento reciproco, dettato dalla necessità di sopravvivenza, che prende avvio fin dall'inizio dell'esistenza.
Eppure, pur constatando la veridicità di queste affermazioni, e pur considerando vero quanto si dispiega nei processi intersoggettivi che ammettono la contemporaneità dei cambiamenti sociali e strutturali biologici che compongono e circondano l’organismo, rimane nel nostro vissuto immaginario qualcosa che s’impone e spinge ancora a privilegiare un punto di vista intrapersonale.

Malgrado il sapere e il riconoscimento delle neuroscienze si continua ad essere più orientati a guardare ai dettagli piuttosto che all'insieme e quando in psicologia si guarda ai disturbi e alle patologie, gravi o leggere che siano, i meriti e i demeriti vengono ancora riferiti al singolo piuttosto che alle relazioni e a volte solo con molta difficoltà ci si convince dell'idea che possa veramente dipendere dalla relazione.

Si può rintracciare l'aspetto paradossale di questa convinzione nella paura della solitudine e della rabbia che ne consegue! La condizione di solitudine, vissuta nel corso delle esperienze esistenziali, è forse la causa che impedisce di ammettere di essere in costante interazione giacché in ogni momento di separazione e di approdo ci si scopre drammaticamente e rabbiosamente soli.
Ed è il momento presente a sottolineare questa condizione; è la consapevolezza della solitudine nei momenti più importanti della vita, nella nascita e nella morte, a renderci inveterati sostenitori dell'individualismo evolutivo.
In quei momenti ognuno sente che non c’è appello che tenga. Non c’è rete di salvataggio, non c’è giustificazione al terrore che fa rizzare i capelli e che contemporaneamente avverte dell’immodificabilità della stessa condizione di solitudine.
Forse è questa paura agghiacciante che primeggia e, imponendosi su tutto il resto, arriva a colorare di solitudine quei frangenti in cui, sempre con rabbia, si individua un'unica responsabilità: la propria.


Ciò avviene forse per una spinta impropria ad un’assimilazione errata che è quella che porta a formulare il seguente ragionamento: se si è soli di fronte alle svolte principali della vita, allora vuol dire che si è i soli responsabili del carattere assunto e delle scelte comportamentali che si mettono in atto.


Questa errata assimilazione si attua perché si è arrabbiati e distratti e, molto presi dai vissuti caricati eccessivamente dalle valenze immaginative, si presta poca attenzione alle valenze vibrazionali degli oggetti che con le vibrazioni dettate dalla loro massa, ritmo, luce, calore, movimento ecc., condizionano già abbondantemente i rapporti ancora prima che subentrino le interazioni sociali.

Pur non volendo rispolverare il concetto animistico, bisogna però affermare che se considerassimo l'energia degli oggetti di natura interazionale, parlando dell'organismo uomo sarebbe automatica la considerazione intersoggettiva che sarebbe come affermare che nella vita non si è mai soli anche se non ci ne accorge per il semplice motivo che si è riluttanti ad accettare l'idea di doversi accontentare del modo in cui l'esterno ci è reso disponibile mentre si vorrebbe essere in compagnia solo nel modo in cui noi ne abbiamo bisogno.
E' possibile sia questa ostinazione a rendere ostici nella comprensione delle modalità interattive il che potrebbe anche spiegare per quale motivo, quando si proiettano i propri bisogni, il modo in cui gli altri, qualunque altro, ci sta vicino importa poco o niente perché non corrisponde a quanto desiderato.

Queste considerazioni seguono alcune riflessioni di un po' di tempo fa che, meno organizzate, non riuscivano da sole a definire il contesto cui cercavano di dare senso. Era il tentativo di spiegare quanto una normale realtà evolutiva potesse essere traumatica. 





Si nasce e si muore soli.


Si nasce tra umori, di natura anche escrementizia, dove all’improvviso appaiono rumori e voci, luci e temperature inaspettate, contatti traumatici che s’impongono con tutta l’irruenza della realtà che, per alcuni versi e quando si ripete spesso e per lungo tempo, assume l’aspetto del trauma. La dimensione della solitudine, in cui l’esperienza è vissuta in prima e persona, ci accompagna da quel momento in poi fino all’età tarda quando si realizza che il tempo che rimane da vivere è minore di quello che si è vissuto, e ci si scopre sempre più soli. La dimensione dei sopravvissuti è una strana dimensione in cui si avverte sempre più ridotta la possibilità di comunicare il corruccio e l’ansia per il tempo che passa. Si avverte uno strano senso di irreversibilità degli eventi e l’approssimarsi, sempre più vicino e sempre più irreale, dell’ultima spiaggia, di quel momento di solitudine in assoluto che la sancisce per sempre.


Pur consapevoli dell’immodificabilità di questa condizione ci si scopre comunque grati per una mano che tiene la nostra, per un sussurro che occupa lo spazio acustico che, più o meno lentamente, si sta svuotando di senso. Si è grati come lo si è stati per l’intera esistenza quando si era tesi al riempimento dei vuoti, mai reali ma sempre veri, della vita.


Comunque sia, la dimensione della solitudine, pur rappresentandosi in particolar modo alla fine e all’inizio della vita, è presente in ogni esperienza e in ogni momento di apprendimento.


Infatti sono questi processi organismici, riconducibili a esperienze di apprendimento, e che si realizzano anche nell’inconsapevolezza di sé stessi, che ci rendono capaci d’ideare strategie di sopravvivenza soggettivamente congeniali e che, non avendo morale né etica, nel loro essere opportunistiche generano un vissuto sentimentale egoistico.


Così l’esperienza della solitudine è un’ombra che appartiene a tutti e che rende uguali pur nella diversità dei modi di viverla.


Questa condizione biologica si scontra con il vissuto dell’essere stato concepito in una relazione e dell’essere sempre vissuti nelle relazioni. Da questo contraddizione nasce il conflitto che si accompagna alla paura atavica di scoprirsi soli nella vita, invece che da soli nelle proprie esperienze, e quindi la spinta culturale di ricorrere allo psicoanalista, nel nostro tempo, come ad un santone o un confessore in altri tempi.


Insomma, la paura della solitudine e la dimestichezza o semplicità dell’aver a che fare con le emozioni di questa dimensione, può essere il motivo di una scelta di campo che ha sempre fatto bypassare l’aspetto di fondo della terapia reichiana: quello relazionale.

domenica 25 marzo 2018

Sessualità e amore: bisogni e giochi possibili



I giochi dell’amore: elaborazione dell’intervento svoltosi a Napoli il 18 marzo 2018. All’evento eravamo presenti, oltre all’organizzatrice dr.ssa Rosa Albano, il dr. Roberto Cavaliere e il sottoscritto, curatore di questo blog, dr. Giuseppe Ciardiello.

Tengo molto al tema trattato che è relativo alla violenza nelle cose d’amore.
Il punto è che, alla fine di ogni intervento di questo tipo, ho sempre l’impressione che non si sia riusciti a toccare i punti essenziali, quelli capaci di rappresentare la linea di demarcazione tra violenza, sopraffazione e amore. Allora ho bisogno di ritornare sui temi trattati cercando, con un ripensamento dell’incontro, fatto in solitudine, di rendermi più chiaro l’ambito trattato.
Lo ripropongo sul blog offrendolo come stimolo ad ulteriori diverse osservazioni così che i prossimi incontri, se ci saranno, saranno più immediatamente esplicativi delle diverse idee che si incontrano su questo tema così caldo e intenso.

L’amore



L’amore è un sentimento che nasce naturalmente da bisogni relazionali perché siamo esseri nati da un processo relazionale, in un incontro relazionale, in un momento di esplosione relazionale.

Questa natura abbaglia e confonde!

Uno dei bisogni essenziali della nostra esistenza, oltre al mangiare, bere e dormire, è il fare bene all’amore. Eppure ogni essere umano, pur consapevole di questa verità, mentre per mangiare, bere e dormire impegna la maggior parte della vita e dell’energia fisica e mentale, per fare bene l’amore si affida al caso o all’intuito o alla buona sorte o a nozioni tratte dalla pratica. Si ha  difficoltà a confidarsi, a consigliarsi, a raccontarsi la gioia di un orgasmo, il piacere di una notte d’amore.

In questi impegni essenziali per la vita si è tutti ugualmente diversi e, come i ciottoli di un fiume, ognuno conserva e agisce una diversità che lo caratterizza in tutti gli aspetti automatici, sia biologici che mentali (Gazzaniga, 2013). E' proprio questo modo di essere diversi, molto personale e soggettivo, che ci rende uguali e ciò significa che il nostro cervello organizza ed è strutturalmente organizzato da processi capaci di produrre effetti mentali in modo identico in ogni essere umano. Questo vale per tutti gli esseri! Dal mondo vegetale in poi, tutti gli esseri si differenziano per gli effetti che queste strutture, tutte uguali, riproducono.

Questa vita vissuta in automatico ci rende inconsapevolmente visibili agli altri differenziando quei tratti che rendono unici e che altrimenti, se così non fosse, confonderebbero le diverse identità uniformando l’origine culturale, familiare, di gruppo e di provenienza di ognuno.

L’uguaglianza e la diversità, o per meglio dire l’essere ugualmente diversi, è una caratteristica naturale e appartiene alla natura molto più di quanto si possa immaginare.
Si nasce uguali, tutti allo stesso modo, con lo stesso corredo genetico e con le stesse competenze maturate nell’arco della gestazione. Eppure, si è tutti ugualmente diversi come le tegole di un tetto, gli acini di un grappolo d’uva, le ciliege, le corolle delle margherite, i gusci svuotati dei ricci di mare… 

In natura tutto si somiglia e si replica diversificandosi in individui che, in quanto tali, sanciscono contemporaneamente la differenza e l’appartenenza. Si appartiene (a un gruppo, a un’istituzione, a una famiglia ecc.) in quanto uguali ma ci si riconosce perché diversi.

I neuroni specchio

Alla nascita si è composti da organi e funzioni massive che necessitano di modulazione e calibrazione relazionale. Per questo la natura ci ha forniti di sistemi capaci di produrre la comprensione delle differenze e formulare pensieri, idee e costrutti logici. Esistono neuroni, nel nostro sistema nervoso centrale, capaci di attivarsi come se fossero sollecitati da ciò che si osserva. Ciò permette di riprodurre configurazioni nervose corrispondenti a quelle che si sarebbero attivate se fossimo stati noi, in prima persona, a compiere quelle azioni. Tale configurazione è come un’eco che permette di capire lo svolgersi dell’azione (Rizzolatti, Vozza, 2008)

Ma capire lo svolgimento di un’azione non ne comporta necessariamente la comprensione. Possiamo capire che alcune persone stanno ridendo ma per provare la stessa emozione, e comprenderla nel senso di poterla spiegare e raccontare come un evento significativo, è necessario ricostruire un senso emotivo che è specifico per ogni occasione.


Da questo punto di vista è possibile che i neuroni specchio da soli rendano comprensibili i bisogni ma non i desideri che attengono a stati e livelli diversi e per la cui formazione partecipa la fantasia e l’immaginazione.




Come nell’amore e nel sesso!

E qual’è la differenza? Semplice: se si ha bisogno di nutrirsi, di riempire lo stomaco, per cui qualsiasi alimento va bene, si è in presenza di un bisogno. Se invece c’è necessità di una cena romantica, a lume di candela, si può dire che questo sia un desiderio.

Questo ci fa dire che la ‘scopata’ non appartiene all’amore… a meno che il bisogno di scopare non si è trasformato in desiderio nel crogiolo della condivisione fantasmatica di coppia.

Ma se questa fantasia è individuale e si impone nella dinamica relazionale così che la reciprocità è una finta o una forzatura, allora si è davanti ad un sopruso, al rischio di una manipolazione, di una sopraffazione, forse anche inconsapevole ma non per questo giustificabile.

Perché anche nei giochi dell’amore si è tutti ugualmente diversi e questa diversità impone la condivisione delle fantasie e la co-costruzione di storie partecipate. Fantasie costruite insieme e modulate dai reciproci bisogni e desideri.
Quando invece si realizza la fantasia di uno solo degli attori in gioco, e anche se questa fantasia si realizza con la partecipazione dell’altro che la consente, la tollera o la permette, di fatto resta un abuso perché rimane un agito di coppia dove le dimensioni psicologiche attivate restano confuse e non permettono una chiarificazione integrativa.

Non permettono il sentimento dell’amore!

Le emozioni

Tutta la natura umana procede per integrazioni e differenziazioni. Le stesse emozioni che albergano nel corpo alla nascita sono una serie di sensazioni gratificanti e afflittive. Nel corso del tempo si impara a riconoscerle e a dargli un nome così da potersi comunicare ciò che si suscita reciprocamente.

Spesso si rimane poco curiosi di queste cose accontentandosi di termini generici come quando tuttto confluisce nel termine emozione.  Mi sono emozionato vedendo un film, mi sono emozionato alla partita, mi provochi un’emozione profonda…

Tutte le emozioni possono essere nominate, hanno sempre un nome anche se è vero che possiamo viverne di talmente confuse da non poterle distinguere. A volte la coloritura è imprecisa e può avvalersi di sensi e significati diversi, come nel caso della gelosia e dell’invidia o come nel caso della rabbia e della collera, dell’odio e del rancore. Ma un nome ce l’hanno sempre.

Anche la violenza spesso non si capisce perché si è confusi nel dargli un nome.

Non si conosce la differenza tra La violenza, la passione, la sensualità, l’amore, l’amicizia, l’aggressività. Ogni espressione veemente rischia di essere interpretata come violenza così come ogni atteggiamento violento, di possesso, isolamento, sopraffazione, rischia di essere interpretato come un atto di desiderio e di passione.

Forse questo accade perché si è troppo distratti per occuparci di quello che accade nell’intimità del rapporto. Si è talmente presi dal passato e dal futuro che ogni elemento del presente, per diventare degno di attenzione, deve appartenere ai tempi del passato.

Forse, come dicono i buddisti, è veramente questa assenza al momento presente a destinarci ad una presenza fantasticata in cui si vive alla costante presenza di oggetti non reali, costruiti solo nella mente e che, manipolati adeguatamente, possono renderci vittime anche consenzienti della violenza altrui. Bisogni di riscatto del passato e desideri di riparazione del futuro vengono usati come occhiali capaci di dare un colore allettante alla vita. Solo che spesso non ci si accorge di indossarli o ci se ne dimentica perché, come lenti a contatto, sono diventati parti di noi.

Così si diventa oggetti manipolabili incapaci di vedere che la realtà è diversa dalla nostra speranza, dai nostri bisogni e desideri e ci si distrae dalla parte reale di sé perdendo il senso di appartenere a sé stessi.

Eppure è questo senso di appartenere a sé stessi che rende la vita degna di essere vissuta.
Solo che questa dimensione, come il rispetto di sé, la dignità, l’amore di sé non sono strutture o organi del nostro corpo ma sono funzioni che esistono solo quando vengono svolte, esercitate ed agite.
Quando queste funzioni non vengono esercitate semplicemente smettono di esistere… e noi con loro!

La proiezione

Quando il mondo interno diventa così attraente perché fatto di bisogni, rende anche un cattivo servizio al fenomeno della proiezione.

Tale funzione, al pari delle altre, deriva dalla biologia del nostro organismo come quando siamo in grado di proiettare alla periferia del corpo sensazioni che costruiamo a livello centrale (immaginazione e fantasie). Un semplice esempio è dato dalle persone affette da cecità che proiettano la capacità di vedere sui polpastrelli delle proprie dita o addirittura sulla punta di un bastone.

L’immaginazione e la fantasia sono funzioni che si avvalgono delle funzioni emotive. Come accennato più sopra parlando dei neuroni specchio, le emozioni contribuiscono a dare senso alle immagini e alle azioni umane che, alla luce della modulazione emozionale, diventano soggettivamente comprensibili e si possono comprendere.

Si può dire che tutti gli stimoli sono emotigeni nel senso che, quando è necessario interpretare uno stimolo come per esempio un urlo, un rumore improvviso, uno scricchiolio nel buio di una strada, di fatto lo si fa a seconda dell’emozione che si associa in automatico a quegli eventi. Perciò, se nella storia personale le urla si sono associate alla violenza, ogni volta che sentiamo un urlo è possibile che si risvegli in noi anche il timore che la violenza sollecita. E quando queste associazioni non sono comprese ci rendono facilmente manipolabili.
Perciò vivere di bisogni, e non riconoscere gli automatismi che ci contraddistinguono, rischia di falsare le relazioni e di mettere incondizionatamente in mano ad altri la nostra felicità.

Le persone abusanti sono acute e molto bravi nell’individuare fin dai primi incontri le potenziali vittime intuendo subito quali sono i bisogni essenziali di queste persone e usando la loro emotività per manipolarli (Heryigoien, 2005, Filippini, 2005).
Smettere di giustificarsi, finalmente arrabbiarsi e, riconoscendosi vittima di un sortilegio relazionale, accettare di farsi aiutare da chi non è direttamente coinvolto, sono le strategie suggerite da Herigoyen nel suo bel libro con cui mostra i modi diretti e indiretti con cui fin troppo spesso ci si lascia sopraffare.


Disambiguarsi

Si può venire fuori dall’ambiguità quando impariamo a leggere i messaggi sia verbali che quelli non verbali. Come dobbiamo imparare a distinguere le emozioni, allo stesso modo bisogna imparare a distinguere, e quindi a leggere, i messaggi che i corpi lanciano. Perché non ci sia confusione né ambiguità sia il corpo che le parole devono procedere con lo stesso ritmo, lo stesso timbro, la stessa vibrazione.
I gesti d’amore si rivelano nel sostegno, nella cura, nella condivisione, nell’appoggio, nell’affidarsi, nel chiedere, nello scambio, nella ricerca, nella proposta dei giochi, nella loro condivisione, nel rispetto delle regole, nel loro svolgersi, nel donare, nel passeggiare, nell’assumere un aspetto e un’espressione per ogni emozione…

Rispettare/si è guardarsi reciprocamente negli occhi affermando sé stessi e, riconoscendo la diversità dell’altro, essere consapevoli del fatto che: la differenza più grande tra esseri umani, quella che una volta accettata ci consente di accettare qualsiasi altra differenza umana riconoscendoci ugualmente diversi, è quella tra maschi e femmine, uomini e donne, realtà maschile e realtà femminile.

Bibliografia

S. Filippini, Relazioni perverse. La violenza psicologica nella coppia”, FrancoAngeli, 2005.

M., Gazzaniga, “Chi comanda? Scienza, mente e libero arbitrio”, Codice ed., 2013.

M. F. Hirigoyen, “Molestie morali. La violenza perversa nella famiglia e nel lavoro”, Saggi Mondadori, 2015.


G. Rizzolatti, L. Vozza, “Nella mente degli altri”, Zanichelli, 2008.


Giuseppe Ciardiello

giovedì 30 novembre 2017

Narciso ed Edipo

Dovrebbe ormai essersi consolidato nei pareri di tutti gli addetti ai lavori (psicologi, medici e psichiatri) l'idea per cui la nostra società è tansitata, da un cappello fantasmatico edipico, ad uno narcisistico.


Mancando la consapevolezza di tale evoluzione, si rischia di veder vanificato anche l'impegno terapeutico con discapito di ambedue i protagonisti della relazione.


Questo può essere uno dei motivi per cui tante psicoterapie stanno cedendo il passo a strumenti tecnici che badano ai sintomi piuttosto che ai vissuti e per cui tanti colleghi guardano con più fiducia e simpatia a questi strumenti anziché ai soliti percorsi di più lunga durata.


Ma è necessario e importante non perdere la fiducia nei paradigmi storici.


Primo, perché è comunque da essi che discendono questi strumenti che promettono una più immediata soluzione sintomatica. Secondo perché, anche quando si utilizza uno strumento tecnico con effetto limitato al sintomo, la modifica sintomatica avviene in una personalità complessa dove è impensabile che un intervento chirurgico possa veramente essere limitato.


Certamente da leggere un libro emblematico pubblicato già da qualche anno a questa parte:
"L'uomo senza inconscio", di Massimo Recalcati, RaffaelloCortina ed., 2010 con un'ottima sisntesi fatta da Anna Pancallo.


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martedì 10 ottobre 2017

CorpoMente o MenteCorpo. Una pacificazione finalmente possibile.

Nel suo libro: 'Molecole di emozioni' (TEA ed. 2015), di qualche anno fa (la prima edizione è del 2000), Candace B. Pert fa dire a Bob Gottesman le seguenti frasi:


...Oggi il concetto di informazione si sostituisce a energia e materia come denominatore comune per la comprensione di tutte le forma di vita biologica, e persino dei processi ambientali (pag. 307). ...le informazioni trascendono il tempo e lo spazio, collocandosi oltre i limiti angusti della materia e dell'energia (pag. 308). E dato che le informazioni, sotto forma di basi biochimiche delle emozioni, controllano tutti i sistemi del corpo, ciò significherebbe che anche le nostre emozioni devono provenire da un regno che trascende il mondo fisico (pag. 309).
Coloro che sono in grado di reagire in questo modo (che percepiscono la differenza che fa la differenza nel senso che ognuno di noi dà un senso personale alla realtà percepita per cui un prato è un campo di calcio per un giocatore e un buon pasto per una pecora. Nota mia!), di controllarsi da sé, guariscono più in fretta, perché nel loro organismo è più attiva l'intelligenza e circolano più informazioni destinate a produrre mutamenti che portano con sé il miglioramento (310).


Anche se ormai dovrebbe essere assodata l'equivalenza della mente e del corpo, in molti lavori i due processi continuano ad essere considerati eventi separati. Così in terapia si continua ad indagare il passato e gli eventi evolutivi bypassando le componenti motorie, quando si usa il media verbale, e quelle cognitive quando vengono usate esperienze motorie.


Questo accade anche se tutti sanno quanto possa influire sullo stato d'animo un malessere addominale e quanto, viceversa, possa far male la pancia quando si è in ansia o si è agitati e/o eccitati.


Ma, in sintonia con le scoperte delle neuroscienze, e in linea con le suddette note tratte dal libro di Pert, occuparsi della realtà mentecorpo vuol dire accettare anche l'idea di un inconscio preverbale che, già presente nelle prime fasi evolutive degli schemi ipotizzati da Piaget (1896 - 1980), nel diventare memoria implicita (Mancia, 1929 - 2007) si compone sia di componenti cognitive sia di quelle corporee rendendo opinabili i procedimenti che non tengono conto contemporaneamente dei due processi.


In tale contestazione rischiano di cadere anche tutte le pratiche che fanno riferimento a processi energetici che, non meglio identificati, di fatto si riferiscono all'energia biologica. In quanto tale sarebbe capace di conduzione elettrica (bioelettrica) ma gli elementi biologici portatori di energia rischierebbero di non essere riconosciuti come elementi informazionali.


Ciò che voglio dire è che probabilmente non è l'energia l'elemento basilare dell'organismo mentecorpo ma l'utilizzo che di essa viene fatto. Mentre l'energia può essere aumentata o diminuita ciecamente, le strutture che la utilizzano, micro e macro (cellule e organi e sistemi), la utilizzano con criteri di modulazione specifici, complessi e complementari.


Da qui l'idea che anche il sogno con la sua interpretazione è un processo individuale non legato al tempo né allo spazio. E' un unico processo legato ad eventi informativi che possono essere rintracciati unicamente dal creatore mentre li ri-costruisce.


E' questo punto di vista a sostenere l'interpretazione dei sogni con l'uso degli acting di vegetoterapia.


L'acting ripropone scansioni oculari che, legandosi alle immagini, richiamano vissuti a volte anche difficili da raccontare. Le immagini dei sogni a volte sono rappresentazioni fantastiche e impossibili che hanno un senso e un significato solo nel vissuto personale del protagonista.
E' questo che a volte rende non necessaria l'interpretazione del sogno; il senso, la valenza è conosciuta al sognatore ma resta impossibile la sua rappresentazione verbale. Peraltro è vero che nell'interpretazione dei sogni non è tanto importante capire il senso delle immagini e degli eventi rappresentati quanto comprenderle in quanto il cambiamento sta nell'essere consapevoli dell'informazione così da realizzare un'informazione consapevole!!!!


Giuseppe Ciardiello








venerdì 28 aprile 2017

Quando il corpo si muove produce echi!

Diario di lettura:  Corpo e mente in psicomotricità", di Eraldo Berti e Fabio Comunello, edito da Erickson nel 2011.


Completamente assordati dalle parole e dalle grida di rivendicazione, spesso ci si lascia distrarre e si perdono i riferimenti e i contatti anche con coloro che ci stanno vicini.
Le nuove terapie cognitive, come ieri la psicoanalisi, con le metafore e le sue affascinanti interpretazioni, ci distraggono ancora oggi e non ci si accorge dei cugini che condividono tradizioni e geni interpretativi.


Ho scoperto all'improvviso, dopo anni di avvisaglie e letture evidentemente disattente, quanto la psicomotricità cammini nella stessa direzione delle psicoterapie corporee.
Forse mi sono lasciato distrarre dall'obiettivo dichiarato della psicomotricità, che sembra orientato all'evoluzione infantile, e che mi ha distratto dall'aspetto relazionale che oggi si comincia a formalizzare con la Psicomotricità Relazionale. O forse mi sono potuto accorgere dell'aspetto relazionale della psicomotricità solo quando anch'io non ho più potuto tollerare l'idea di cercare la mente nel corpo piuttosto che nelle relazioni.
Fatto sta che mi è nato il desiderio di riportare, in quest'angolo di internet, alcuni pensieri trovati in un libro che sembra togliermi le parole di bocca quando racconto la materia vegetoterapeutica agli allievi terapeuti. Voglio farne una piccola raccolte di note.


Il libro in questione è: "Corpo e mente in psicomotricità", di Eraldo Berti e Fabio Comunello, edito da Erickson nel 2011.
Ne raccomando la lettura a tutti i colleghi vegetoterapeuti mentre, per sedurli maggiormente, presenterò brevemente i passaggi che mi hanno maggiormente intrigato e cercherò di commentarne alcuni.
Magari non mi accadrà di saperli commentare come meriterebbero nell'immediato perché tutto il libro è intenso e anche i più piccoli paragrafi sono impregnati di riferimenti importanti e significativi. Ma forse riuscirò a farlo nel tempo, così le brevi note che riporterò potranno rappresentare una falsariga sulla quale scrivere una specie di diario a cui ritornare anche nel futuro.
Segnerò le pagine delle diverse annotazioni così da poterle utilizzare come elementi di approfondimento e per poter risalire al pensiero originale. Questo perché penso che, quando si è alla presenza di teorie e punti di vista importanti, e specie quando si dicono le stesse cose utilizzando a volte anche le stesse parole, a volte il senso è diverso e si rischia di confondersi e non riuscire più a distinguersi e camminare vicini col rischio di sovrapporsi impropriamente.
Per esempio in psicoterapia si usa sempre più spesso il termine energia; però non sempre terapeuti di diversa estrazione intendono riferirsi agli stessi strumenti o alla stessa sostanza o agli stessi effetti e, ciononostante, poche volte ci si preoccupa di definirne il senso.




Un'ultima nota è relativa al motivo di fondo del mio interesse nei confronti della psicomotricità. Ciò che in vegetoterapia mi sembra assimilabile al lavoro dei colleghi psicomotricisti è l'attenzione alle dimensioni psicologiche vissute nei processi corporei e riconducibili alle sensazioni/emozioni.
Ho l'impressione che il modo in cui queste dimensioni sono utilizzate non siano circoscrivibili o riconducibili ai soli bambini, né che siano ascrivibili necessariamente alla loro abilità. Le dimensioni psicologiche (in vegetoterapia è lo stato psicologico evolutivo, vissuto da una persona, combinato al livello muscolare investito per quella relazione) sono riconducibili ai vissuti relazionali che accompagnano ogni relazione, in tutti i momenti della vita, e che solo arbitrariamente sono definibili come oggettive. Al contrario, anche quando comuni a più persone, sono sempre indagabili soggettivamente perché soggettivamente vissute.
Mentre in psicomotricità si parla di dimensioni primarie, come il vuoto, il pieno, il dentro, il fuori ecc, in vegetoterapia si può parlare di dimensioni più adulte (evolute?) come quella dell'equilibrio, della stabilità, dell'integrazione, della fiducia, della sicurezza ecc. quelle dimensioni la cui dinamica terapeutica ho cercato di descrivere dettagliatamente nella genesi del panico e che possono essere individuate per ogni disturbo o conflitto o disagio.
Anche se non sono esplicitate le diverse dimensioni in atto, è sulla base della loro individuazione, anche se implicita,  che vengono pianificati gli acting di vegetoterapia; è tenendo conto della loro presenza che ne viene modulata l'applicazione e il più delle volte l'interpretazione consiste semplicemente nella loro esplicitazione.
L'implicito di queste operazioni attiene al modo di essere soggetto conoscente che solo attraverso i propri vissuti conosce quelli degli altri e, viceversa, solo ammettendone negli altri può ipotizzare modalità piene di conoscenza!

"Alcune annotazioni strategiche e, forse, operative. In ciascuno di noi, per piccoli o incapaci che siamo, vi è un'attività di conoscenza, ovvero: ciascuno ha una sua conoscenza già attiva. Se noi la ignoriamo, sia nel ruolo di chi educa (insegnante, educatrice/tore, ecc.) che di chi è educato (studente, ecc.), rischiamo, pretendendo che vi sia un solo modo di conoscere (quello di chi educa), di impedire l'accesso alla conoscenza. Per evitare questo, occorre proporre e accogliere una pluralità di mediatori. La difficoltà maggiore è nell'accogliere le proposte di mediatori che vengono <<dall'altro>>, anche da chi è molto piccolo o vive con delle difficoltà e esprime le sue proposte agendole. ... Chi educa può, educando, agire la riflessione. E con questo trasmettere per induzione e non per riproduzione. "
(dalla prefazione di Andrea Canevaro, pag. 21)

Con l'avvento delle scuole di specializzazione in psicoterapia è tornato d'attualità il 'come' dell'insegnamento dato che tutte le scuole insegnano la stessa materia (la psicoterapia), ed ognuna lo fa a proprio modo, utilizzando strategie e strumenti non verificabili né verificati (C. Neri e R. M. Paniccia, "Analisi della domanda", Il Mulino, 2003). Inoltre non esiste un modo d'insegnare né i diversi modi di insegnamento sono vagliati alla luce dell'efficacia. Uno spazio logistico, mentale e temporale, da dedicare ai modi dell'insegnamento e dell'utilizzo degli strumenti, non ci starebbe male negli spazi della didattica specialistica, se non già previsto.

Per esempio, nello specifico della vegetoterapia, potrebbe essere interessante l'istituzione di un dibattito sulle modalità d'insegnamento della stessa vegetoterapia. Questa si avvale del massaggio, del dialogo tonico, del linguaggio non verbale, di un setting specifico (lettino), della somministrazione degli acting, di modalità interpretative specifiche (che possono rifarsi alla psicoanalisi e/o alla psicofisiologia e/o ad altri approcci) e di ulteriori attività riconducibili a processi relazionali che, una volta individuati e formalizzati, potrebbero essere fatti oggetto di indagine e di strumento protocollare trasmissibile. 

Dal capitolo 1: Fra soggettività e oggettività.

"L'attaccamento alle procedure standardizzate produce certezza nel ricercatore o nel terapista, e quindi sicurezza psicologica (sa cosa fare) e riconoscimento intersoggettivo (essere parte di una comunità), ma di per sé non produce nuova conoscenza.
I protocolli rischiano di trasformarsi da strumento in scopo, così che l'oggetto reale, per cui sono stati costruiti, tende a sparire sullo sfondo, oppure a essere costretto sul letto di Procuste delle definizioni protocollari." (pag. 39)

"La critica di Prodi ("La scienza, il potere, la critica" G. Prodi, 1974, Il Mulino, Bologna) al mito dei protocolli fa il paio con la critica che Bruner rivolge alla psicologia quando parla di <<metodolatria>> e di <<piccoli studi insignificanti dal punto di vista scientifico, ciascuno dei quali non è che la risposta ad altri lavoretti altrettanto insignificanti>> (J. Bruner, 1990, trad. it. 1992, p. 15, "La ricerca del significato - per una psicologia culturale", Boringhieri), trascurando così i grandi temi della psicologia quali la natura della mente, la costruzione dei significati, l'influenza della cultura sulla formazione della mente." (pagg. 39-40)

"L'ossessione protocollare fa dimenticare il ruolo centrale dell'ipotesi nel processo conoscitivo. L'induzione, cioè lo stabilire una regola generale a partire da una massa di rilevazioni osservative concordanti, considerata il meccanismo principe del metodo scientifico, è già stata messa in crisi da Popper con il famoso esempio dei cigni bianchi e dei cigni neri (K. Popper, "La logica della scoperta scientifica", Einaudi, 1970) (... il fatto che molti cigni siano bianchi non vuol dire che lo siano tutti..)
... Il primo a porre l'ipotesi, o abduzione, al centro del processo conoscitivo è stato Peirce, ritenuto il padre della semiotica: egli la considera anche il meccanismo base per la costruzione e interpretazione dei segni, <<L'abduzione parte dai fatti senza , all'inizio, avere di mira una particolare teoria, benché motivata dall'impressione che ci vuole una teoria per spiegare i fatti sorprendenti. [...] L'abduzione cerca una teoria. L'induzione cerca fatti. Nell'abduzione la considerazione dei fatti suggerisce l'ipotesi>>. (pag. 40)

L'oggetto della ricerca scientifica esula un po' dall'argomento che mi interessa sviluppare e che mi spinge in questo lavoro, ma gli è molto vicino.
Sempre più spesso, e specialmente in questi ultimi tempi, in cui le rivalutazioni dei processi energetici spingono chiunque a dire la propria opinione, e la crescita esponenziale degli strumenti mediatici ne permettono la generalizzazione, si parla di tutto e di più senza fare riferimento ai criteri usati come guida. Il rischio è che le ipotesi comincino ad essere trattate come fatti e la realtà a confondersi con la fantasia producendo una commistione pericolosa. L'esito ulteriore nelle persone che assistono a queste sovrapposizioni è l'ulteriore alimentazione dello scetticismo. Specie per gli psicoterapeuti corporei è di fondamentale importanza  dimostrare l'esistenza di legami tra processi cognitivi e corporei. Per questo è necessario privilegiare la modalità di ricerca deduttiva, che cerca di spiegare, a ritroso, processi coerenti, piuttosto che quella induttiva che spiega tutto (miracolosamente).
Più specificamente, i nostri autori si accalorano nella necessità di spiegare quanto sia necessario attenersi sia ai fatti sia ai fattori soggettivi cercando di venire fuori dalla necessità di generalizzare partendo da supposte ipotesi che non si attengono ai fatti:

"La generalizzazione è un'operazione dell'osservatore, non una qualità delle cose: il generale è cercato e posto, non è dato. Non esiste la persona Down, bensì tante persone che condividono la sindrome Down, ognuna con caratteristiche individuali e la propria storia che la rende unica. La persona Down tipo è un'astrazione, per ottenere la quale si sono eliminati i tratti individuali e conservati solo quelli comuni; anche questi ultimi sono descrizioni effettuate dall'osservatore che li ha scelti come pertinenti e definiti nel proprio linguaggio. Usando un'espressione ormai consunta ma non per questo meno valida: sono una mappa non il territorio. E rilevare nel territorio solo gli elementi descritti dalla mappa, o peggio scambiare la mappa per il territorio è un errore in cui è molto facile incorrere anche per la tendenza specifica del linguaggio a <<cosificare>> ciò che descrive."  (pag. 42)

Specialmente con il materiale umano è necessario prestare attenzione ai fatti soggettivi che sono culturalmente modellati dai gruppi di appartenenza, dagli affetti e dall'aria che si respira. I moduli protocollari, e tutte le teorie che rimandano a forme oggettive di spiegazione del modo di essere umani, generalmente si ispirano al metodo induttivo e rischiano di presentarsi come lenti deformanti:


"Un dubbio simile è stato avanzato all'interno del tema specifico dell'autismo, confrontando quello che è definito <<autismo di laboratorio>> con <<l'autismo ecologico>>, cioè autistici reali, e non selezionati, nel loro ambiente reale. Il dubbio riguarda specificamente la Teoria della Mente (TOM) e le sue articolazioni [...] le cui conclusioni sono ottenute tutte tramite specifici esperimenti in laboratorio. Teoria che ha alla base la concezione della mente come insieme di moduli specifici, la cui funzione è quella di processare simboli astratti, cioè di utilizzare la logica proposizionale. Il risultato di questa teoria e dei suoi elementi sulla concezione generale dell'autismo è che questi <<da strumenti che aiutano a capire certe caratteristiche e certi limiti di fondo dell'esperienza autistica, vengono scambiati per strumenti di lettura dell'autismo, nel suo complesso>> (F. Barale e S. Uccelli, "La debolezza piena. Il disturbo autistico dall'infanzia all'età adulta" in F. Ballerini et al. (a cura di) Autismo. L'umanità nascosta, Einaudi, 2006, pag. 122)". (pag. 49)


Allora anche le dimensioni psicologiche, i caratteri, gli standard prestazionali di qualunque tipo e le diverse categorie diagnostiche sono solo riferimenti di massima e bastoni su cui appoggiarsi per cercare di meglio comprendere la realtà psicologica che ci appartiene. Ma ogni volta che se ne fa un uso generalizzante si commette un errore di massificazione. Così, anche quando si hanno idee chiare sullo sviluppo di un determinato disturbo, il fatto di averlo correttamente diagnosticato da un punto di vista psicoterapeutico non ne autorizza l'uso e la lettura categoriale ma va sempre indagato come fosse la prima volta.

Dal capitolo 2: Corpo e mente.


In merito alle localizzazioni cerebrali delle funzioni organismiche, gli autori sono estremamente critici:


"Ciò che non ci convince è che l'individuazione di aree, circuiti cerebrali e neuroni responsabili di comportamenti e caratteristiche umane sia una risposta esaustiva, tesi influenzata dal positivismo per cui è scientifico solo ciò di cui si ha evidenza materiale e risponde al principio di causa-effetto. [...] Il cervello non è semplicemente il padrone del vapore, né è solo una macchina funzionale o un elaboratore di informazioni; è anche una macchina sociale, evolutasi insieme al corpo di cui fa parte all'interno di una popolazione di corpi simili a lui, per costruire e comprendere eventi e atti sociali, e influenzato da questi fino nelle sue connessioni." Pag. 60)


La tentazione di parlare dell'area di Broca, dell'ipotalamo, del talamo, delle connessure, della sostanza reticolare ecc. è tantissima tanto che psichiatri, psicologi, terapeuti e psicoterapeuti, addetti alla formazione, sembra che ormai non sappiano più parlare della persona umana senza far riferimento a qualche sito cerebrale specifico dove si realizza la tale o tal'altra funzione (sociale). Ci si dimentica facilmente delle realtà relazionali e sembra che, parlando dell'uomo facendo riferimento alle capacità cerebrali, renda il discorso più affidabile.
Anche quando si riconosce l'influenza della cultura, e si ammette il ruolo materno e familiare nel formarsi del carattere delle persone, o quando si valorizzi il ruolo e la funzione del corpo descrivendo le esperienze che vi si memorizzano, la tendenza sia sempre quella di riferirsi a organi cerebrali visti come oggetti fissi e consolidati. Difficilmente si fa riferimento alle modalità soggettive che quei  siti realizzano, soggettività derivante dagli eventi esperienziali che, agenti su una struttura plastica, la modificano modificando a sua volta le sue modalità di processazione e realizzazione degli eventi.
In alcune affermazioni verrebbe da dire che questi autori siano più corporei degli stessi psicoterapeuti corporei:

"... il corpo umano è biologicamente un corpo relazionale e culturale. [...] Non a caso è stato Ajuraguerra a creare l'espressione <<dialogo tonico>> per indicare, in senso reale e non metaforico, il primitivo dialogo fra madre e bambino, costituito dai precoci scambi e adattamenti, spesso microadattamenti tonico posturali. Il tono muscolare, la più arcaica e automatica delle nostre risposte agli eventi del mondo (che condividiamo con gli altri mammiferi) veicola significati emotivi e affettivi fondamentali e complessi. I significati che il bambino apprende ad attribuire (non per via rappresentazionale, cioè simbolica) alle variazioni toniche e al tono prevalente della madre, si incideranno nei suoi muscoli e nelle sue connessioni neurali, influenzando le sue future interazioni con le persone che incontrerà, anche una volta adulto, e le valutazioni che di esse darà: il dialogo



tonico continua per tutta la vita." (Pag. 63)
"I mille modi di compiere un'azione sono variazioni, modulazioni e sfumature di due parametri: il tono muscolare e il tempo. Parametri che ... sono due degli strumenti principali sia dell'intervento che dell'osservazione psicomotoria. Anzi è nella percezione e nell'utilizzo di tutte le variazioni e sfumature del tono muscolare, quale primaria manifestazione dell'espressività e della comunicatività, che risiede una delle principali competenze specifiche della psicomotricità." Pag. 64)


Nei recessi dei dialoghi ad impronta cognitiva si smarrisce il senso del dialogo tonico e le stesse terapie corporee stentano a recuperare i riferimenti che le hanno fondate. Hanno difficoltà ad emanciparsi da un sapere che sempre di più afferma se stesso rivendicando processi distanti dalle sensazioni.


"Ciononostante, il corpo, i suoi movimenti, il suo tono muscolare, le sue azioni sono comunemente ancora considerate funzioni inferiori rispetto alla memoria, alla coscienza, al linguaggio: servi più o meno docili e abili delle funzioni mentali superiori. La sequenza classica è: sensazione, percezione, decisione, azione. [...] La psicomotricità invece ha da sempre scommesso che, proprio tramite le attività sensomotorie e motorie, sia possibile agire sul complesso delle altre funzioni." (Pag. 66) 


Definizioni queste davanti alle quali si resta perplessi e oggi ci si può chiedere come mai le psicoterapie corporee abbiano sempre fatto tanto la corte alla psicoanalisi lasciando da parte la psicomotricità la, invece a detta degli autori, fanno riferimento agli aspetti cognitivi fondamentalmente incarnati. Di quest'ultima affermazione i corporei hanno necessità della pratica piuttosto che della teoria. Non basta affermare di credere nella corporeità. Bisogna dimostrare di potere e volere individuare gli eventi corporei che accompagnano i processi mentali e non che si cerca di essere corporei solo perché si negano i processi mentali. I processi, mentali e corporei, si dispiegano in una mutualità di reciproco rimando dal concepimento alla morte:


"Lakoff e Johnson, invece, propongono da punti di vista complementari (linguistico e filosofico) la teoria che le nostre categorie concettuali, la struttura logica del pensiero e la semantica sono motivate dall'esperienza corporea: non sono il risultato di una corrispondenza fra l'attività di una mente disincarnata e gli oggetti e stati del mondo, bensì dell'interazione continua fra una mente incorporata e l'ambiente. Noi categorizziamo, pensiamo e immaginiamo in base a schemi generali fondati sulle nostre attività sensomotorie. Il linguaggio stesso, nella sua struttura e nei suoi significati, è una proiezione metaforica dal dominio dell'esperienza fisica al dominio simbolico o astratto (l'opera di Jhonson si intitola infatti The Bosy in the Mind)." (Pag. 71) 
Allo stesso modo non si può lavorare con il corpo baipassando i processi mentali. Se i processi organismici sono processi che si sostengono mutualmente, allora un lavoro organismico di tipo psichico deve necessariamente cercare strumenti comprensivi dei due tipi di processi e, siccome i due tipi di processi comunicano perché sono reciproci, bisogna trovare gli strumenti per la decodifica.
La vegetoterapia è uno di questi strumenti e perciò con il suo impiego si opera realizzando tutti i processi psicoterapeutici, dall'analisi della domanda all'interpretazione, dall'individuazione dei meccanismi di difesa alla risoluzione dei conflitti. In pratica, sembra di capire, realizzando gli stessi obiettivi che si cerca di realizzare con l'impiego della psicomotricità.

Dal capitolo 3: L'intersoggettività.

"Quanto avviene nelle persone è strettamente connesso, e spesso dipendente, da ciò che avviene tra esse; infatti, l'essere umano, prima e più che a risolvere problemi, è costantemente impegnato ad attribuire e condividere significati, soprattutto relazionali. Ma l'intersoggettività si realizza primariamente e principalmente nell'azione condivisa, ovvero uno spazio comune che include azioni, intenzioni, scopi, valori, significati, affetti, ecc. Ciò implica anche considerare la relazione interpersonale come il luogo, il fine e lo strumento del proprio intervento terapeutico e preventivo." Pag. 75)
"La psicomotricità ha avuto il merito di proporre la centralità della relazione interpersonale tramite azioni motorie e sensomotorie, superando tre concezioni scientifiche e culturali. La prima, come si è visto, che l'apparato motorio avesse una funzione puramente esecutiva, senza  alcuna influenza sugli aspetti cognitivi, percettivi o emotivi; le connessioni neurali, comportamentali e simboliche erano concepite unicamente come connessioni unidirezionali dall'alto in basso.
La seconda si basava su una visione culturale più ampia e più antica che ha influenzato direttamente temi, concetti e metodologie della ricerca psicologica: l'idea riguardava la concezione dell'uomo quale individuo racchiuso nell'involucro della propria pelle, e della mente racchiusa nel cranio, in coabitazione con il cervello. Quindi, un sostanziale isolamento, parzialmente superato solo tramite sistemi e linguaggi simbolici di cui si sottolineava l'aspetto razionale e convenzionale. Di qui l'accento posto, a volte ossessivamente, sull'Io o sul Sé, per cui l'identità era un processo o un problema essenzialmente infrasoggettivo, in cui l'altro era chiamato in causa solo come pietra di paragone da cui differenziarsi. in tal modo si <<cosificava>> una realtà linguistica (<<io>>) in un'entità extralinguistica (l'Io), trascurando un dato ben sottolineato dai linguisti, e cioè che non si può né pensare né dire <<io>> senza un'implicazione diretta e coinvolgente di un <<tu>>. E che anche un <<esso>> o un <<lui>> (il famoso discorso in terza persona della ricerca scientifica ) può essere individuato e detto solo sulla base di un <<io-tu>> cioè di un <<noi>>.
[...]
La terza concezione era che le diverse funzioni mentali fossero nettamente distinte le une dalle altre, e fossero governate da aree cerebrali non solo differenti ma anche pressoché autonome: così le aree premotoria e motoria per i movimenti, l'ippocampo per la memoria a lungo termine, il sistema limbico e in particolare l'amigdala per le emozioni e i valori, e le aree associative con il compito di coordinare i segnali provenienti dalle diverse parti. Tutto questo ha generato dei <<confini concettuali rigidi tra pensiero, azione ed emozione quasi si trattasse di regioni della mente>> (J. Bruner, "La mente a più dimensioni", Laterza, 1988, pag. 131). Lo sviluppo, a partire dagli anni Settanta del secolo scorso, selle ricerche sulla relazione precoce madre-bambino prima e poi la scoperta dei neuroni specchio hanno modificato radicalmente tutto ciò e spinto a costruire <<dei "ponti concettuali" per rimettere in collegamento ciò che non si sarebbe mai dovuto separare>> (Id.) Pag. 75/76)

Quella che all'inizio degli anni Ottanta era ancora un'ipotesi, anche se altamente plausibile, e cioè che la relazione precoce sarebbe la vera radice dello sviluppo mentale, ormai è un fatto assodato: la soggettività nasce dall'intersoggettività, o meglio sono le due facce di una stessa medaglia. Questo vale nello sviluppo del Sé, nell'apprendimento linguistico, nella regolazione e manifestazione degli stati affettivi. L'intersoggettività compie un salto di qualità dopo quello che è stato definito <<il miracolo dei 9 mesi>>, quando il bambino comincia ad avere la consapevolezza di sé e degli altri quali agenti intenzionali. Il meccanismo tramite cui ciò avviene è quello dell'attenzione congiunta. <<Attenzione congiunta verso un oggetto significa adesso che il bambino non solo è consapevole dell'oggetto, ma è contemporaneamente consapevole dell'attenzione che l'altra persona rivolge all'oggetto [...]. A questa età la consapevolezza che il bambino ha dell'attenzione dell'adulto è operativa anche quando è lui stesso l'oggetto di tale attenzione>>. (M. Tomasello, "Le origini interpersonali del concetto di sé", in U. Neisser (a cura di), "La percezione del sé" Bollati Boringhieri, 1999, pp.198-209). (pag. 78)
[...] Ossia, le esperienze svolgono un ruolo importante non solo nel determinare quali informazioni arrivano alla mente ma influenzano anche il modo in cui la mente le elabora. <<Le relazioni interpersonali svolgono [...] un ruolo centrale nel determinare lo sviluppo delle strutture cerebrali nelle prime fasi della nostra vita [...]. Il potenziale genetico viene espresso all'interno di esperienze sociali che esercitano effetti diretti sulle modalità con cui le cellule vengono collegate fra di loro in questo modo le "connessioni umane" portano alla creazione di connessioni neurali>> (D. Siegel, "La mente relazionale", Raffaello Corina, 2001). (pag. 81)
 :
La prevedibilità va ben oltre la costruzione di rituali condivisi. proprio perché la mente è una macchina per fare ipotesi, lo psicomotricista ha la necessità di rendere prevedibili le proprie azioni e iniziative perché il significato siapiù chiaro e il bambino possa organizzare meglio la propria risposta (se l'iniziativa è partita dall'adulto) o possa comprendere meglio che quella dell'adulto è la risposta a una sua azione. La prevedibilità può essere data dall'annuncio verbale come da un assetto posturale, uno sguardo protratto o un accenno di azione. Se è vero che, grazie ai neuroni specchio, siamo in grado di comprendere l'azione dell'altro anche solo vedendone una parte o gli effetti, un'azione accennata pone le condizioni perché il bambino possa entrare in <<orgasmo interpretativo>>: ipotizzare cosa sta per fare l'adulto, attivare una connessione di causa-effetto, anticipare la propria risposta. (pag. 84)


Vi è un aspetto della psicoterapia che viene poco considerato nella pratica pur essendo enunciato nella teoria. O, per meglio dire, non si spiega come tenerne conto. E' quell'aspetto della relazione che dovrebbe considerare l'estrazione culturale del paziente, il contenuto della sua evoluzione e della modalità con cui è stato conseguito nel corso della sua evoluzione, la sua competenza relazionale, il grado di istruzione. In Vgt lo si attua tenendo conto del "dialogo tonico", della soggettività delle scansioni temporali e ritmiche e dell'utilizzo dei sottoacting, che sono gli acting di transizione, e che, spostando il paziente da un livello muscolare all'altro e da una fase evolutiva all'altra, si presentano con un combinazione di movimenti gradualmente differenziati dal livello precedente al successivo. Sono gli stessi acting che in vgt tengono maggiormente conto dei processi di separazione e approdo. Mi sembra che queste modalità, dell'individuazione e utilizzazione dei sottoacting, o acting di passaggio, possono essere ricondotti ai processi di calibrazione della relazione in psicomotricità:

"Come la madre con il figlio, lo psicomotricista seleziona il proprio repertorio comportamentale, anche se in modo diverso; infatti, quello materno sembra avere una base biologica se è vero ad esempio che il baby talking di una madre giapponese e di una americana hanno la stessa curva prosodica, anche se le due lingue sono molto diverse da questo punto di vista. Inoltre, la madre ha di fronte a sé un essere umano molto limitto dal punto di vista motorio e dipendente per la sopravvivenza, per cui l'aspetto comunicativo-relazionale e quello di accudimento sono intimamente intrecciati e, in certi momenti, indistinguibili.
Lo psicomotricista invece seleziona il proprio repertorio comportamentale finalizzandolo alla chiarezza e comprensibilità dei messaggi, sulla base di una formazione professionale e culturale, e secondo l'età, il tipo e la gravità della disabilità del bambino: più è piccolo, più il repertorio si avvicina a quello materno, ad esempio per quanto riguarda il contatto corporeo, ma sempre con le differenze accennate.
I due tipi di repertorio hanno però alcune caratteristiche simili. Innanzitutto vi è un aumento della ridondanza comunicativa ed espressiva. Lo stesso messaggio è veicolato da più canali e ripetutamente (parola, gesto, mimica, tempo). Vi è una modifica generale del proprio tempo di azione  ed enunciazione, caratterizzata soprattutto da un rallentamento e un aumento delle pause. Compare un'accresciuta enfatizzazione gestuale, mimica e prosodica. Come la madre, lo psicomotricista è attento a modulare il proprio tono muscolare su quello del bambino, riattualizzando il dialogo tonico primitivo. <<La modulazione tonica è la valenza comunicativa che il tono assume nella relazione; è una risposta affettivo-emozionale che implica la presenza e che percorre la gamma tensione/distensione come qualità>>. (Berti E., Comunello F., Nicolodi G., "Il labirinto e le tracce", Giuffré ed., 1988, pagg. 67-68)" (pag. 85)


Continuando la precedente nota, per cui la similitudine con la vgt consiste nel considerare la dotazione organica soggettiva, del terapeuta, accortamente calibrata sugli aspetti di personalità del soggetto terapeutico, si può giungere fino a considerare la possibilità di individuare nelle dimensioni corporee dei due componenti la coppia, il realizzarsi dei processi transferali e controtransferali.

"La particolare attenzione e consapevolezza del tono muscolare proprio e del bambino è una caratteristica specifica dello psicomotricista, il quale tiene sotto controllo la <<risonanza>> immediata che il tono dell'altro ha sul proprio <<vissuto tonico>> (espressione di Ajuraguerra) per evitare di dare una risposta automatica. Infatti il tono muscolare è il canale primario con cui ogni animale reagisce agli eventi esterni, segnale biologico di allarme o di sicurezza, di preparazione o di cessazione dell'azione. Su questa dotazione/funzione di base si innesta progressivamente il <<vissuto tonico>> (il modo in cui lo utilizza e interpreta) costruito dalla storia relazionale dell'individuato fino a iscriversi materialmente nei suoi assetti tonico-posturali abituali. <<Il tono può essere allora definito come il principio informatore della relazione del soggetto con il mondo, ciò che trasforma una posizione in una postura, determina l'organizzazione e la qualità del movimento e, tramite questo, informa delle connotazioni affettive di cui sono stati investiti il tempo e lo spazio>> (Berti, Comunello e Nicolodi, 1988, pp. 66-67). E ciò si trasforma subito in un giudizio, anche se spesso inconsapevole, sulla natura e lo stato dell'interazione e della relazione." (pag. 86)


Così finalmente i due processi transferali smettono di essere considerati solo mentali e acquistano senso nella dimensione corporea.

"Per realizzare ciò non è sufficiente sapersi <<occupare del corpo>>, come fa chiunque eserciti una professione che implica una qualche forma di interazione o contatto con un corpo altro, ma è necessario imparare a <<stare con il corpo>>, cioè a proporsi attraverso il proprio assetto tonico/posturale, a utilizzare lo spazio a disposizione, gestire il tempo, modulare la voce, usare gli oggetti in funzione dell'altro o di un gruppo. Non basta saper <<stare con il corpo>>, ma è necessario <<parlare al corpo>> e ancora <<parlare dal corpo>>..." pag. 86


Giuseppe Ciardiello

































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