venerdì 9 ottobre 2026

Il corpo che dialoga: l’opportunità dell’integrazione nella vegetoterapia.

Introduzione

 

Quando una scuola di psicoterapia, con uno specifico indirizzo epistemico, si arrocca all’interno dell’ortodossia scolastica, rischia di disperdere il coraggio dell’innovazione tecnica e ideologica che sola consente una contaminazione rigorosa per una crescita consapevole. A parte l’impoverimento ideologico e tecnico che ne deriva, il danno che consegue alla chiusura epistemica si riproduce anche sui cultori della stessa materia clinica che ereditano, implicitamente e senza accorgersene, uno schema difensivo di rifiuto aprioristico delle novità.

Anche se l’appartenenza dogmatica consente di garantirsi un’identità e salvaguardare uno specifico  principio operativo e tecnico, tende a creare steccati che impoveriscono e isolano anche le intuizioni più brillanti dei singoli terapeuti. Superare le logiche isolazioniste non significa scivolare in un eclettismo improvvisato, bensì integrare e far dialogare linguaggi, strumenti ed epistemologie diverse evitando la trappola dell’autoriferimento. Solo attraverso un’ibridazione, critica e  sistematica, delle intuizioni dei singoli e delle scoperte della scienza, si possono offrire risposte adatte alla complessità della domanda che viene posta in psicoterapia.

I figliastri della vegetoterapia

 

La vegetoterapia ha spesso offerto, alla possibile espansione divulgativa del suo epistema, il suo lato dogmatico presentandosi profondamente legata al corpus teorico originale di Reich e dei suoi seguaci. Questa adesione, in certo qual modo fideistica, si è realizzata specialmente nei riguardi della formalizzazione della tecnica esecutiva degli acting.

 

Poiché il lavoro sul corpo evoca dimensioni arcaiche profonde, accade che, alla conclusione del proprio percorso formativo, molti terapeuti formatisi nelle diverse scuole di derivazione reichiana, tendono ad affiancare le proprie competenze con elementi tecnici provenienti da altre scuole.

 

Indipendentemente dal motivo per cui nasce questa esigenza, il nuovo materiale, che se integrato nel modello appreso potrebbe fungere da arricchimento clinico, nel suo uso si accompagna ad una sorta di ‘fedeltà’ al modello vegetoterapeutico classico (rigida scansione dei sette livelli della corazza muscolare, concezione puramente energetico anche quando questo punto assume un aspetto meccanicista dell’energia vitale) alternandoglisi nell’utilizzazione. Tale modo di abbinare le tecniche, che ne impedisce la fusione, può provocare una duplicazione di metodi applicativi che può rivelarsi confusivo.

Anche se sembra encomiabile, la fedeltà al modello appreso rischia spesso di trasformarsi in immobilismo perché tende a impedire l’integrazione con i moderni modelli mente/corpo come le teorie dell’attaccamento, la teoria polivagale e i contributi della neurobiologia interpersonale.

 

Questo fenomeno genera una profonda e paralizzante ambiguità nell’identità professionale dei nuovi terapeuti che neanche Federico Navarro suggeriva[1].

 

Si ha quindi che da un lato, le nuove generazioni di vegetoterapeuti mostrano un’ampia apertura intellettuale: studiano i contributi della neurobiologia interpersonale, frequentano corsi sulla regolazione emotiva basati sulle neuroscienze e assimilano i nuovi modelli sul trauma corporeo e sulla meditazione vipassana.

Dall’altro, al momento dell’applicazione clinica, creano come un cortocircuito concettuale: queste intuizione vengono trattate come accessori che non possono scalzare o intaccare la struttura portante della vegetoterapia.

 

A questo punto la disciplina dei nuovi vegetoterapeuti si rivela spesso a due velocità in cui l’innovazione tecnica resta confinata alla superficie senza mai diventare materia per una rielaborazione teorica della stessa vegetoterapia.

Ciò produce un’empasse nella possibile revisione epistemica della tecnica vegetoterapeutica oscurando anche i contributi di chi ha introdotto, nella propria pratica, cambiamenti innovativi significativi e di cui solo a distanza di qualche decennio ci si può rendere veramente conto.

 

È il caso di Francesco Dragotto[2]!

 

Francesco Dragotto e l’energia

 

Superando una concezione riduzionista dell’energia biologica (libidica), e rivestendola con la ridefinizione di ‘campo energetico’, Dragotto non solo ha ampliato l’asse relazionale di Reich, quello delineato con “L’analisi del carattere” (W., Reich, 1933), ma ha anche introdotto nel suo pensiero il concetto di ‘Principio Paterno’ e la funzione del t’Terzo’ all’interno del disegno vegetoterapeutico.

 

Nella sua riconcettualizzazione l’energia smette la sua funzione idraulica (carica/scarica) assumendo un valore informazionale e relazionale in cui l’energia si organizza in un unico campo intersoggettivo con valore di reciprocità intrinseca. L’organismo quindi non è più un contenitore di tensioni bloccate da liberare, bensì è una struttura immersa in un campo di informazioni e interazioni continue, con l’ambiente e con l’altro.

 

Gli actings, esercizi corporei che,  eseguiti secondo una sequenza rigidamente definita, servivano per riattivare i segmenti (corporei) e liberarli dalle rigidità emotive, per Dragotto si trasformano in strumenti di riarmonizzazione del campo energetico individuale e relazionale. Da qui l’esperienza agita attraverso gli actings non è più una semplice stimolazione meccanica ma diventa uno strumento di riconnessione con la propria matrice energetica, matrice capace d’interazione.

 

Anche la relazione clinica e il setting cambiano dimensione: non saranno più il luogo protetto per svolgere gli esercizi corporei ma saranno lo spazio di condivisione in cui i due campi energetici, del paziente e del terapeuta, possono entrare in risonanza.

 

Lo sblocco e la guarigione allora non sarà più determinata dalla ‘scarica’ energetica ma, come accade nella coppia madre/bambino, il campo energetico che contiene ambedue evolve verso una riorganizzazione globale di contenimento.

 

Quest’integrazione risale agli anni ’80 e ’90 del secolo scorso e non solo non rinnega il rigoroso lavoro di Navarro, ma lo potenzia contribuendo ad affrancare la vegetoterapia da una visione prettamente positivista, affiancandola ai moderni paradigmi complessi della biologia moderna, della psicosomatica e della fisica dei sistemi.

 

Il concetto di ‘Principio Paterno’ rappresenta un ulteriore snodo chiave nella rielaborazione teorico-clinica condotta nell’alveo del Funzionalismo Energetico post-reichiano (anni ’90 e i primi anni 2000). Questo nuovo paradigma tenta un superamento del modello patriarcale rigido e del matricentrismo bioenergetico.

 

Mentre nelle formulazioni classiche, anche della psicologia e della vegetoterapia, le funzioni del padre sono sempre state identificate con la legge, la norma, il limite socio-culturale e la rottura del legame madre/bambino, nella prospettiva energetico-funzionale il ‘Principio Paterno’ si affranca dalla visione normativa e gerarchica per traghettarsi in quella di sostegno e facilitatore del passaggio dall’esistere all’essere come contenimento del campo relazionale.

 

La nuova dimensione, relazionale e intersoggettiva, sposta l’attenzione dal corpo del singolo individuo alla relazione e smette di guardare alla figura paterna con sguardo edipico. Con Dragotto diventa un principio energetico di contenimento e radicamento che sostiene la madre e il bambino e che, senza interferire direttivamente, offre una presenza sicura per l’evoluzione della coppia.

 

Questa nuova concezione si riflette anche nella relazione analitico-terapeutica che a sua volta si affranca dall’asse autoritario, o strettamente interpretativo. Il terapeuta non è più il padre (direttivo) che corregge o impone il superamento del blocco o della resistenza. Né è più la madre, che accoglie sempre e in ogni caso.

Diventa invece quel campo energetico sicuro, fermo e non giudicante, che coadiuva l’evoluzione e permette al paziente di riorganizzare autonomamente la propria indole profonda.

 

L’effetto prodotto da Dragotto nell’ambito della vegetoterapia, è quello di un'estensione teorica e clinica dello strumento classico che sposta l'accento energetico dalla dimensione somatica a una visione relazionale del corpo. Ancora in anni insospettabili, introduce ad una complessità clinica e terapeutica che solo negli ultimi tempi ha iniziato a riceve valide conferme.

 

Per Dragotto il movimento non è solo uno spostamento fisico, ma è riconducibile a un'espressione primaria dell'esistenza stessa. Concezione che fa pensare ad un accostamento implicito al pensiero di Winnicott per il quale l'impulso spontaneo originario è la ‘motilità’ che permette al bambino di sentirsi "vivo" e reale. Le sue tre istanze (Esistere, Essere, Relazionarsi)[3], fondamentalmente biologiche, rappresentano l’evoluzione naturale del campo energetico umano che si struttura, si esprime e interagisce con l’ambiente.

 

In quest'ottica il blocco energetico, tipico delle nevrosi (la "corazza" reichiana), prende origine dall’inibizione di quella motilità (originaria), una sorta di arresto della vitalità che, impedendo l'espressione del Sé, diventa matrice della costruzione dei diversi falsi Sé.

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Il merito di Dragotto sta anche nell’aver portato nella pratica clinica l'estensione di questo lavoro sui campi energetici.

Ha applicato questa nuova concezione della vegetoterapia nei gruppi di coppie gravide ancora prima che la vegetoterapia si fornisse di uno strumento d’intervento gruppale.

 

 

Conclusioni

 

Una riflessione a questo punto è d’obbligo. Una riflessione che tocca i grandi nodi della storia della psicoterapia in cui grandi personaggi, solo perché periferici, vengono poi dimenticati e con essi, i disegni innovativi che avrebbero potuto apportare ai modelli originari.

In questo la Vegetoterapia Carattero-Anatilica è in ottima compagnia.

Fin dalle sue origini ha sofferto questo fenomeno particolare.

Nata come approccio pioneristico e radicale con Reich, spesso ha sviluppato dinamiche da “scuola chiusa” e settaria, a volte per proteggere la propria identità; altre per conservare un posto di privilegio nella coda di supposte stelle del firmamento (vedi la psicoanalisi).


Questo l’ha portata a sfiorare il dogmatismo come quando non ha potuto accettare quelle ibridazioni che anticipavano i tempi evolutivi. Il lavoro di Dragotto dimostra quanto un’apertura epistemologica, capace anche di contaminare la tradizione corporea con quella dei sistemi energetici, possa fare la differenza tra una disciplina che si fossilizza e una che evolve.

 

Giuseppe Ciardiello



[1]‘ In più vorrei aggiungere che la rigidità dello schema di base che vi propongo della metodologia è smentita dal fatto che, da un punto di vista clinico, ben volentieri ho accettato le proposte, alle quali sono sempre aperte e disponibile, di integrazione di acting che possono migliorare la mia metodologia, quali gli acting proposti da Mirella Origlia della vocalizzazione sul lavoro del collo, quello delle orecchie proposto da Roberto Sassone, quello del no del collo in concomitanza dei pugni proposto da Jean George Henrotte e, ancora da Roberto Sassone, quella della lateralizzazione della testa contemporaneamente alla coda, per la sincronia collo-bacino.’ (Federico Navarro, comunicazione privata per gli allievi SEOr)

[2] Psicologo, psicoterapeuta post-reichiano, trainer e supervisore. Fondatore della Scuola Europea di <<orgonomia (SEOr) e presidente della SEOr-AIPEF.

[3] ‘ Il primo asse scorre lungo la colonna vertebrale e continua fino ai piedi seguendo la via ossea. In questo canale l’energia viene attivata grazie alle respirazioni e al movimento diaframmatico. Questo canale è legato alla funzione dell’esistere e corrisponde anche al movimento primario individuato dall’osteopatia […] Il secondo asse, deputato alla funzione dell’essere, è rappresentato dalla funzione visiva; una funzione che nasce dal profondo e che si esprime negli occhi. […] Il terzo asse rappresenta la funzione dell’<<essere -  con>> della relazione e dello scambio, rappresentato da un canale energetico che ha una sua apertura nella cavità buccale e l’altra nella zona anale.’ (F. Carbonari, “La psicoanalisi del corpo”, Spartacolibri, 2009)



domenica 17 maggio 2026

L’orgone di Reich: prospettive biologiche, psichiatriche e psicoterapeutiche.

 

L’orgone, concepito da William Reich (1897 – 1957) come una forma di energia vitale vibrazionale, negli anni 30 ha attirato l’attenzione soprattutto di psicoterapeuti e psicoanalisti che cercavano una spiegazione di natura energetica per quei fenomeni emotivi e somatici.

Tuttavia proprio oggi, che viviamo in un momento in cui la psicoterapia di tipo vibrazionale sarebbe molto più accetta e comprensibile per l’ambito psicoterapeutico e per la gente comune, la Conferenza Internazionale di Orgonomia che si terrà a Napoli il 30 e 31 maggio 2026, all’HotelRoyal Continental di via Partenope 38, in modo piuttosto anacronistico, per gli interventi previsti nelle diverse sezioni, sembra privilegiare gli interessi di un pubblico di biologi e psichiatri.

Queste figure professionali, che  hanno sicuramente la formazione e gli strumenti per valutare le ipotesi moderne sui processi vitali e sulle correlazioni mentre cervello, purtroppo però, a volte non tengono nella dovuta considerazione le osservazioni e i costrutti soggettivi e relazionali che emergono dalle osservazioni psicoterapeutiche.

Per i biologi l'interesse principale riguarda la possibilità che alcuni fenomeni descritti da Reich (modulazioni di carica, effetti su tessuti o su processi fisiologici) possano essere reinterpretati alla luce di concetti moderni come campi elettromagnetici biologici, bioelettricità cellulare e stati di metabolismo estremamente rallentato.

La letteratura su forme di «animazione sospesa» o di vita criptobiosica suggerisce, come osservato da Zucconi nella sua presentazione ad Orgonon nel 1982, analogie tra la criptobiosi (stati reversibili di arresto metabolico) e alcune descrizioni reichiane: per la verità non si tratta di un'equivalenza concettuale immediata, ma di uno spunto per indagare se esistano meccanismi misurabili che possano spiegare fenomeni clinici riferiti a «vitalità» ridotta o ricuperata.

Questo è solo un esempio per dire che oggi più di ieri le ipotesi reichiane possono trovare una sede privilegiata di verifica in studi che mettono in relazione misure neurofisiologiche (EEG, imaging funzionale), parametri neuroendocrini ed esiti clinici in disturbi dove componente somatica e affettiva sono variamente intrecciate (ad es. disturbi somatoformi, stati depressivi con marcata manifestazione corporea e correlazioni relazionali).

Integrare l’osservazione clinica biologica con il punto di vista psicoterapeutico, potrebbe quindi introdurre ad una maggiore opportunità per escludere l’effetto placebo e poter confermare, o confutare, l’utilità clinica di interventi che si ispirano al concetto di energia vitale.

L’intersezione tra studi e ricerche sulla bioelettricità, indagini neuropsichiatriche ed esiti Vegetoterapeutici integrati con le pratiche corporee di ultima generazione come l’EMDR, il massaggio di riequilibrio vagale, le tecniche sensomotorie, ecc., potrebbero offrire una via metodologica per affrontare le affermazioni reichiane con rigore scientifico: formulare ipotesi misurabili, progettare esperimenti ripetibili e integrare i risultati multi disciplinari.

L’ipotesi esplicativa originaria di Reich per i fenomeni somato-psichici, l’Orgone, necessita di sostegno scientifico che la confermi nella sua efficacia di realtà vibrazionale. Questa può derivargli solo dagli sforzi congiunti di una biologia sperimentale, di una psichiatria clinica e una psicoterapia che insieme s’impegnino a passare dalla suggestione terapeutica a protocolli che possano confermare i parametri reichiani con evidenza empirica.

A riprova dell’operato (spiace dirlo, ma spesso inascoltato) degli psicoterapeuti a sostegno delle idee reichiane, desidero riportare per intero l’intervento di Ezio Zucconi Mazzini al Convegno Internazionale di Orgonon Rangeley, Maine nel luglio del 1982 e che pochi conoscono!

Giuseppe Ciardiello





CORE – INSTITUTE – ROMA – ITALY

Relazione scientifica presentata dal dottor Ezio Zucconi Mazzini al convegno internazionale che ha avuto luogo ad Orgonon, Rangeley, Maine, nel luglio 1982

TITOLO

Il problema della CRIPTOBIOSI nella ricerca reichiana e negli esperimenti biolnici di Reich: luci, ombre e prospettive.

 

Chi si occupa della ricerca bionica secondo le prospettive di Reich, non può ignorare il fenomeno della “criptobiosi” perché potrebbe erroneamente scambiare per biogenesi un fenomeno di criptobiosi e viceversa.

Lo stesso Reich, anche se non usa il termine di "criptobiosi", ammette la possibilità che i bioni Potessero derivare da precedenti forme criptobiotiche. Infatti a pagina 108 del suo libro ‘Esperimenti bionici’ Reich scrive: “Può essere possibile che i bioni provengano non da sostanze senza vita non organizzate e bollite insieme, ma da ‘spore’ che possono essere presenti in sostanze quali il carbone e la gelatina e che possono resistere alla bollitura a 100° C o a 120° C. In questo caso non avremo a che fare con l’organizzazione di materiale senza vita in forme viventi, ma soltanto con lo sviluppo di spore rimaste sconosciute”. Con queste parole Reich ipotizza la criptobiosi microbica.

“L’obiezione che la bollitura liberasse spore presenti già prima in queste sostanze”, scrive ancora Reich, “continuava a riproporsi non soltanto nel mio pensiero, ma anche da parte dei batteriologi. Non dubitai neppure per un attimo del fatto che esistono spore da cui possono svilupparsi esseri viventi”. Ed ancora a pagina 135 dello stesso libro, Reich scrive ulteriormente: “è molto probabile che organismi unicellulari possano essiccare, tramutarsi in materia senza vita, e che poi, ricombinati con acqua, possano ritrasformarsi in un colloide vivente, funzionante, cioè possono riemergere dalla condizione germinale”.

Criptobiosi è uno stato limbico, o vita nascosta, latente, uno stato tra la vita e la morte, e dal punto di vista funzionale costituisce una fase di resistenza e di sopravvivenza alle avverse condizioni ambientali. Mediante il fenomeno della criptobiosi alcuni animali microscopici, monocellulari e pluricellulari, riescono a sopravvivere anche per numerosi anni in uno stato che la biologia tradizionale definisce addirittura di morte.

Durante la criptobiosi tali animali non respirano né mangiano, sono immobili, l’attività nervosa è completamente interrotta, i processi digestivi e tutti i metabolismi sono bloccati, qualsiasi espressione di vita è assente. Ma basta una goccia d’acqua perché creature apparentemente morte si risveglino dal letargo, si rigonfino e riacquistino vita. Basta uno spruzzo d’acqua per fare resuscitare mucchi di animaletti raggrinziti che sono rimasti come granellini di sabbia chiusi in una provetta per decine di anni sullo scaffale di un laboratorio. Appena bagnati cominciano a rigonfiarsi, cominciano ad espandersi e contrarsi in una piastra di Petri, o strisciano fuori dal vetrino del microscopio in cerca di cibo.

Cos’è esattamente questo stato limbico, che non è morte ma neanche vita, da cui si può resuscitare alla vita ma anche esitare in una morte definitiva?

Il primo a dimostrare che la linea di separazione tra vita e morte è lungi dall’essere ben definita fu il pioniere della microscopia Anthony Van Leeuwenhock. Egli trovò che quando tutta l’acqua era evaporata, alcuni animaluncoli si contraggono in una forma ovale. Per vedere se questo fenomeno di morte apparente era reversibile, Leeuwenhoek reidratò diversi mucchi di animaluncoli immergendoli in acqua in un recipiente di vetro. In breve tempo alcuni di essi nuotavano nel recipiente.

Questa capacità di sopravvivere in uno stato di vita sospesa, è un importante fenomeno al limite della vita, che potrebbe darci preziose informazioni sui fenomeni bionici all’origine della vita. Infatti questa apparente risurrezione veniva citata anche nel 19° secolo come prova in favore della teoria della generazione spontanea. L’uomo è stato sempre angosciato di fronte alla morte dal momento in cui ha avuto cognizione della sua mortalità. La prospettiva che qualche organismo poteva ritornare in vita dopo la morte assunse così un’immensa attrattiva.

Molti testi di biologia sostengono che la vita non può esistere senza acqua perché i processi vitali sono caratterizzati da un’enorme numero di reazioni chimiche che costituiscono il metabolismo. Cessando il metabolismo, per mancanza di acqua, sopraggiunge la morte.

Queste affermazioni categoriche della biologia contengono in sé una parte di verità e una parte di errore. La parte di errore è rivelata proprio dal fenomeno della criptobiosi che è una vera e propria sospensione dei processi vitali, compreso il metabolismo.

Criptobiosi etimologicamente significa vita nascosta, ed è un fenomeno che mette in crisi la definizione convenzionale di vita In base alla quale quando cessano i segni di metabolismo anche la vita è cessata. Il concetto tradizionale che la vita fosse basata sul metabolismo è talmente dominante che fino ad epoca recente la maggior parte dei biologi ebbe il sospetto che negli animali criptobiotici essiccati vi fosse un po’ d’acqua residua da assicurare un metabolismo ad un livello così basso da non essere rilevato dall’esterno. In altre parole, per la biologia la cessazione completa del metabolismo è un evento che esclude la sopravvivenza, per cui nella criptobiosi viene ipotizzata una riduzione del metabolismo più spinta che negli animali in letargo, ad un livello cioè al di sotto dei limiti dell’analisi. Per questo motivo sono in voti a ritenere che gli animali criptobiotici rappresentano semplicemente un grado spinto di letargo, anche se la maggior parte degli studiosi è d’accordo nel ritenere che durante la criptobiosi ogni forma di metabolismo è completamente interrotta. Pertanto si tratterebbe di una interruzione della vita e non di vita nascosta, proprio come un interruttore è in grado di interrompere la corrente elettrica in un circuito, conservando però la possibilità di riaccenderla al momento opportuno.

Del resto Reich ci ha insegnato con l’esperimento XX che l’energia orgonica può immobilizzarsi al centro della provetta, quando l’acqua bionica viene congelata; in queste condizioni si potrebbe parlare di stato criptobiotico dell’energia orgonica. Cioè l’energia orgonica congelata non è energia morta, ma criptobiotica, in grado di rivitalizzarsi con lo scongelamento. Del resto anche gli animaletti di Leeuwenhock pur sembrando morti all’osservazione microscopica, una volta in presenza di umidità riprendevano a vivere, perché la loro energia orgonica, nonostante il silenzio della notte criptobiotica, aveva conservato la capacità pulsante della vita.

Questa sorprendente capacità criptobiotica è insita nella natura di un gran numero di specie viventi. Per citare solo alcuni esempi più noti, le uova essiccate di Artemia possono sopravvivere molti anni, e quando vengono immerse in acqua, il loro metabolismo si attiva in tre ore, e dopo 9 ore i gamberetti cominciano ad uscire dal guscio.

Anche i semi dei fiori e di piante si conservano allo stato secco in criptobiosi, e germinano a contatto con l’acqua. Così il lievito di birra del fornaio, che è formato da singole cellule di lievito; ma anche altri esseri viventi possono assumere lo stato criptobiotico, come le spore di batteri e funghi, i semi delle piante più strutturate, le larve di certi insetti e le uova di alcuni crostacei, ecc.

Sebbene il fenomeno della criptobiosi sia più esteso in natura di quanto non si creda, esso è stato studiato meglio in piccoli animali pluricellulari, per lo più lunghi meno di 1 mm, come i tardigradi, i vermi nematodi, i rotiferi, i gamberetti di Artemia ecc.

Questi animali vivono in ambienti molto ostili, come la tundra artica dove restano congelati per mesi, come il deserto dove hanno acqua solo per qualche giorno all’anno durante le piogge occasionali. In queste impossibili condizioni ambientali l’animale entra in uno stato di vita quiescente in attesa che le condizioni ambientali migliorino. In natura pochi animali criptobiotici devono resistere tanto tempo al secco. Di solito la siccità dura ogni anno solo settimane o mesi, nei periodi in cui non piove. Un tardigrado che non entrasse mai in criptobiosi vivrebbe meno di un anno, morendo alla prima siccità, mentre con l’alternarsi di periodi secchi ed umidi può estendere il suo arco vitale a sessant’anni. Gli animali in stato criptobiotico mostrano fenomeni di resistenza alle condizioni ambientali più avverse, che sarebbero rapidamente mortali se l’animale rimanesse nelle condizioni di vita normali.

Dopo le prime rudimentali osservazioni di Leeuwenhock, la criptobiosi fu riscoperta nel 1843 da John Needham, e ciò accese un ampio dibattito per stabilire se la resurrezione, come spesso veniva chiamata la criptobiosi, fosse un evento unico al mondo, come sosteneva il cristianesimo, ed era capitato a Gesù Cristo nel giorno di Pasqua, oppure fosse un fenomeno naturale piuttosto diffuso.

L’eco di questo dibattito giunse anche in Italia ed attirò l’attenzione di uno scienziato Lazzaro Spallanzani, docente all’Università di Pavia. Spallanzani lasciò fuori dal suo interesse i contenuti teologici e filosofici, ed ampliò la scoperta di Needham trovando che i nematodi essiccati erano in grado di resistere a temperature estremamente elevate. Egli scoprì inoltre che i nematodi potevano ritornare in vita dopo essere stati a lungo sottovuoto, e sopravvivevano anche a shock elettrici e ad altri trattamenti sicuramente letali su nematodi di controllo non essiccati .

Il dibattito tra coloro che erano pro e coloro che erano contro la resurrezione come fenomeno generale in natura continuò fino alla metà del XIX secolo. In Francia, il far rivivere al microscopio nematodi essiccati divenne uno svago comune nei salotti alla moda. La controversia giunse ad un punto critico intorno al 1860 per cui la Società di Biologia Francese pensò bene di affidare ai più grandi ricercatori dell’epoca il compito scientifico di accertare se il metabolismo, e quindi la vita, si interrompeva completamente o no, durante la criptobiosi.

Questi illustri scienziati fecero essiccare rotiferi sottovuoto per 82 giorni, poi li scaldarono fino a 100° C per mezz’ora, poi li fecero tornare perfettamente in vita con una sola goccia d’acqua. Tuttavia non si sentirono in grado di dimostrare che tutti i processi vitali erano stati completamente bloccati e se la cavarono così senza confermare o smentire nessuna delle due teorie.

Da allora le ricerche sulla criptobiosi si sono susseguite ad intervalli. Rotiferi ed altri animali sono stati riscaldati a 150° C per alcuni minuti e poi congelati quasi allo zero assoluto; in entrambi i casi essi sono stati in grado di resuscitare. Gli organismi criptobiotici mostrano una grande resistenza alle radiazioni ionizzanti, ma anche al vuoto spinto.

Il resuscitare di organismi essiccati è un fenomeno di importanza tale da obbligarci a correggere il nostro modo tradizionale di intendere la vita. Si può considerare la vita come un processo discontinuo che può iniziare e terminare ripetute volte. E per fare un parallelo Con i risultati dell’esperimento XX di Reich l’energia orgonica può perdere e riacquistare la capacità pulsante ripetute volte

Io da anni utilizzo nella ricerca e nella lettura della natura la grammatica e la sintassi del funzionalismo orgonomico. Pertanto ho potuto cogliere nella criptobiosi il superamento dell’antitesi vita-morte, configurandosi uno stato limbico in cui i due aspetti antitetici coesistono. Ancora una volta il funzionalismo orgonomico di Reich trova conferma in un fenomeno naturale di vasta portata, da meritarsi Il valore di legge universale.

È possibile così ipotizzare che la teoria del germe abbia ancora una sua validità se analizzata sotto la prospettiva criptobiotica. Il germe, da cui deriverebbe il microbo, sarebbe una forma di resistenza inanimata, cioè criptobiotica. Ciò non toglie nulla alla genesi bionica di Reich, cioè alla formazione di bioni da materia inanimata.

I bioni sarebbero forme primitive ed incomplete di vita, con metabolismo e con funzioni vitali così grezze e grossolane che li differenziano dagli animali criptobiotici.

E con la genesi bionica si riapre tutto il discorso sulla generazione spontanea che è stata definitivamente messa a tacere con il celebre esperimento di Pasteur. Ma alla luce delle nuove frontiere aperte da Reich, sarebbe opportuno ripetere gli esperimenti di Pasteur con altri germi ed altre tecniche, perché secondo me l’errore di Pasteur è stato quello di generalizzare a tutte le forme viventi i risultati di un esperimento che erano veri solo per i lieviti che egli aveva usati nell’esperimento stesso.

Non possiamo ignorare che l’esperimento di Pasteur ha fermato la ricerca e le acquisizioni in tema di generazione spontanea, dando al mondo scientifico una risposta definitiva ed incontestabile sul problema della generazione spontanea.

Reich a pagina 151 di “Esperimenti bionici” scrisse che l’esperimento di Pasteur “non prova ancora niente di definitivo, perché un’aria per così dire priva di germi non contiene appunto quelle particelle finissime di polvere che nel processo di gonfiamento producono organismi viventi. Pasteur raccolse la polvere dell’aria e scoprì che esiste una quantità di germi, i quali in condizioni favorevoli, cioè in ambiente umido , sono capaci di ricreare piccoli organismi. Questa affermazione è già compromessa”, scrive ancora Reich, “perché la natura e l’origine di questi germi restano ancora ignote. I germi sono organismi che, per così dire, dormono e si sviluppano in un’altra forma di vita, cioè come batteri o protozoi (così Reich ipotizza la criptobiosi batterica); oppure sono sostanze piccolissime e prive di vita che si trasformano in organismi viventi per effetto del gonfiamento prodotto dall’umidità (generazione spontanea di bioni)”.

Così Reich continua la sua critica a Pasteur: “Il fatto che si sviluppino organismi dall’aria carica di polvere mentre da quella priva di polvere non si sviluppano, non dimostra affatto che dalla materia senza vita non posso formarsi la vita. In effetti proprio le piccole particelle di polvere potrebbero essere i germi senza vita da cui si sviluppano organismi viventi: dipende dalla definizione del termine ‘germe’. Allo stato secco la polvere potrebbe ancora contenere germi, che messi a contatto con l’umidità tornerebbero ad essere vitali. Questi germi essiccati sono ancora organismi viventi o soltanto particelle di polvere?” (Esperimenti bionici, pagina 152).

La risposta a questa domanda di Reich è: criptobiosi. Questa risposta è implicita nella seguente considerazione di Reich (pagina 152 di Esperimenti Bionici): “La teoria del germe dunque non è necessariamente in contrasto con la teoria della generazione spontanea, se solo si ammette l’idea che la materia senza vita possa trasformarsi in materia vitale e viceversa. I seguaci della teoria del germe, come è stata definita fino ad oggi, devono ancora rispondere a queste domanda: che cosa caratterizza i germi come organismi latenti? Che cosa distingue i germi dal pulviscolo atmosferico non vivente? Come avviene il loro sviluppo in forma di vita con movimento?”

È veramente sorprendente come Reich con queste domande mostri di aver intuito il problema della criptobiosi.

Così Reich conclude: “L’esperimento di Pasteur non contraddice quindi la teoria della generazione spontanea, ma si limita a rivelare l’effetto delle particelle di polvere nell’aria”.

A questo punto risulta chiaro a tutti che Pasteur ha commesso l’errore di utilizzare un fenomeno di criptobiosi per dimostrare l’inesistenza della generazione spontanea.

Non è infrequente che grandi uomini abbiano fatto grandi errori, e l’errore di Pasteur è stato un grande errore nella misura in cui ha fermato la ricerca sul problema della generazione spontanea con la sua autorità scientifica. Ma oggi noi abbiamo gli strumenti tecnici per poter rivedere queste sue affrettate conclusioni che purtroppo hanno bloccato la ricerca in tema di generazione spontanea costituendo anche una minaccia nei confronti degli esperimenti bionici.

Pasteur ha dimostrato soltanto che le particelle di polvere dell’aria potevano generare microbi; ma egli non è mai stato in grado di precisare se queste particelle erano germi criptobiotici o vere particelle senza vita

Nessuno prima di Reich è stato in grado di dimostrare che la materia inanimata può generare materia vivente e viceversa.

Trasferendo le due opposte teorie che sono state in antitesi per diversi secoli, sul diagramma del funzionalismo orgonomico classico, noi possiamo meglio comprendere il significato che Reich dava al termine ‘germe’. Da questo risulta evidente che Reich dava al termine germe un significato più flessibile; infatti, nel senso del flessibile di Reich, germe è una particella generatrice di vita che può essere sia inanimata che vivente.

A sostegno del significato dato da Reich al termine ‘germe’ sul New World Dictionary americano si trova la seguente definizione: “germe è la forma rudimentale da cui si sviluppa o genera un nuovo organismo”.

La Microbiologia usa il termine germe in modo rigido, come una forma di resistenza da cui si sviluppano microbi. Al contrario Reich usa il termine germe in un senso più flessibile, nel senso cioè che germe può essere allo stesso tempo una forma di resistenza da cui si sviluppano germi ed una particella inanimata da cui si originano i bioni.

Questo è il problema centrale della ricerca bionica: dovunque si trovano germi, nel senso di Reich.

Possiamo trovare germi nell’aria (pulviscolo atmosferico), nei terreni di cultura (auto inoculazioni), nella materia inanimata, nel sangue durante i processi degenerativi, e in tutti i processi di trasformazione energetica. I processi di gonfiamento e di idratazione poi attivano la pulsazione ed il ritmo della vita.

Ancora una volta la scienza meccanicistica distorce la comprensione dei processi naturali.

Ezio Zucconi Mazzini M. D.

giovedì 8 gennaio 2026

I sogni si possono interpretare?

 

Il sogno, che è sempre stato guardato come frutto di un'attività cerebrale diversa dalla veglia se non addirittura alternativa, mentre in realtà le è contigua. Il sogno tratta lo stesso materiale di contenuto della veglia (affetti, emozioni, sensazioni, pensieri) con gli stessi organi che lo producono, attivi però nel corso del sonno. Il cervello quindi è sempre lo stesso; quello che cambia è la modalità di funzionamento degli organi che che lo compongono che passano da una modalità etero diretta (diretta fuori di sé) di confronto con la realtà (per la probabile costruzione di mappe, a detta di Damasio ( 'Il sé viene alla mente', Antonio Damasio, Adelphi, 2012), ad un modo di funzionare, autoriferito, in cui i materiali interni, originari o derivati dalle esperienze della veglia, sono processati in modo diverso da quello usato nello stato di veglia.

Lo stato di sogno è allora come una fotocopia di quello della veglia perché rappresenta gli stessi contenuti; solo, in modalità alternativa: persiste una coscienza, si riproducono gli stessi contenuti, persiste un 'io' a cui gli eventi si riferiscono e a cui appartengono. Si può allora affermare che il gioco onirico è il frutto di una modalità di funzionamento cerebrale in continuità con quello della veglia; una continuità che genera anche momenti ibridi in cui si può essere coscienti in tanti modi e, in tanti altrettanti modi, si può elaborare il materiale della veglia. 

Lungo questa scala si collocano anche tanti momenti relazionali come per esempio quelli delle confidenze, del romanticismo, intimismo e tanti altri in cui sono processati gli aspetti sensoriali ed emotivi di un io (della veglia) che, apparentemente diverso perché fiducioso, innamorato, sedotto ecc., in realtà sta agendo un altro aspetto della propria profonda realtà il cui esame processuale si colloca lungo l'intervallo che va dalla veglia al sogno (stato sognante, innamorato, ecc.).

Gli stati intermedi tra la veglia e il sonno sono anche quelli attivati nelle relazioni di aiuto. In particolare, nelle relazioni psicoterapeutiche, molti momenti (interattivi) sono caratterizzati da stati pseudo sognanti in cui si contattano fantasie e/o si realizzano procedure di pensiero alternative. Da tanti voli pindarici co-costruiti, possono emergere soluzioni, geniali ed esplicative, per le complesse serie di eventi per i quali non sembrava esserci soluzione. 

In Vegetoterapia e in Bioenergetica si fa uso di acting (piccoli esercizi fisici) che inducono stati mentali alternativi alla veglia (intermedi tra veglia e sonno) e sono capaci, proprio per questo, di produrre insight. Oltre che per produrre eventi occasionali, interpretativi o interpretabili, un acting può essere gestito mirando esplicitamente ad una elaborazione personale e soggettiva della propria produzione onirica o narrativa. Racconto di questa possibilità in un recente articolo: 'Verso una autointerpretazione dei sogni' apparso sulla rivista SIAR. Usando a pretesto il presente lavoro, aggiungo due appendici che in origine seguivano l'originale ma lo rendevano troppo lungo. Credo possano rendere più chiari alcuni aspetti del funzionamento interpretativo.


Appendice 1

Queste due appendici consistono in due brevi paragrafi (integrali) circa le onde Theta e il sogno. Tratti dal libro di Margnelli, descrivono in maniera semplice e suggestiva le caratteristiche delle onde Theta e il probabile senso (biopsicologico) del sognare.

Il libro è di Emidio Alessandrini che inventa un’intervista con Margnelli al quale immagina di porre specifiche domande. Una di queste riguarda le onde Theta:

Ci sono novità in quest'ambito? 

Andare in theta è facilissimo: basta cercare di addormentarsi. Ma siccome, come si è detto, lo stato pedagogico dura pochissimo, la prima necessità metodologica per poterlo studiare è quella di prolungarne la durata. Inoltre, se si vogliono studiare le sue caratteristiche psico mentali, occorre far parlare i soggetti in continuazione, in modo da cogliere i processi mentali durante il loro stesso svolgersi. Ambedue queste necessità metodologiche sono anche due grosse limitazioni: facendo parlare i soggetti li si costringe fatalmente ad aumentare il loro stato di vigilanza e, ciò avvenuto, è difficile dire quanto rimanga dello stato ipnagogico stesso. ...

Può darci qualche dettaglio tecnico comprensibile circa le onde theta ?

Certamente. Come ho detto prima, da un punto di vista neurofisiologico lo stato ipnagogico è caratterizzato da una forte densità di onde theta nell'EEG. Le onde theta <<rappresentano>> un ritmo sincronizzato, di frequenza compresa tra i 4 e i 7 cicli/secondo. In stato ipnagogico, tali onde si presentano in treni di pochi secondi di durata, ma di notevole ampiezza, tra i 350 e i 400 microvolt. I maestri yoga e zen sono capaci di produrre ritmo theta ininterrottamente per minuti e ciò, come ormai è abbondantemente noto, significa che è possibile (per chiunque) imparare a controllare volontariamente il ritmo theta. Ovvero, a prolungare volontariamente lo stato ipnagogico (per tale ragione si parla di stato theta). Sempre da un punto di vista neurofisiologico, lo stato ipnagogico è pure caratterizzato da uno stato di profondo rilassamento muscolare e dalla riduzione drastica degli input visivo e uditivo. Ciò si traduce, a sua volta, in una diminuzione globale delle funzioni simpatiche. Queste modificazioni delle attività fisiologiche hanno come correlato mentale la perdita dei confini del corpo ed è comunissimo ritrovare nei verbali di seduta un senso di galleggiamento, di levitazione e di leggerezza.

Ancora, dal punto di vista mentale, lo stato theta è caratterizzato dalla cessazione della logica sequenziale, detta anche cartesiana (che è tipica dello stato di veglia) e dalla comparsa della logica associativa (detta anche euclidea, che è anche caratteristica in parte, dei processi mentali del sogno). 

In base a tale meccanismo, un'immagine porta all'associazione con idee che sono apparentemente molto distanti dal suo significato immediato: si dice anche che ciò segna la cessazione della traduzione del pensiero in codice verbale e l'inizio della sua traduzione in codice visivo/immaginativo. Per la psicoanalisi, questo tipo di pensiero è molto vicino al pensiero primario, quello dell'inconscio. Altra caratteristica mentale dello stato theta sono le allucinazioni ipnagogiche e, cioè, immagini-flash rapidissime, vivamente colorate, che rendono l'esperienza curiosa e interessante a chi la vive, importante scientificamente perché la studia.

 

Dal punto di vista psichico, lo stato theta, infine, è caratterizzato dall'attivazione delle dinamiche emotive (non costante), da un abbassamento delle difese dell'Ego e dall'emersione in coscienza di precisi contenuti simbolici e di memorie remote. (Alessandrini, 2006, p. 165/166)

 

Appendice 2

Il nodo apparentemente insuperabile è il <<contenuto>> della coscienza onirica: se è vero che quella della veglia si forma attraverso il contatto dei sensi con la realtà materiale, quali sensazioni potranno mai costruire la coscienza del sogno?

È una domanda a cui non sappiamo ancora dare una risposta e che equivale a chiedersi, come facciamo da secoli, quale sia la funzione del sogno. L'idea che i sogni servano ad appagare desideri inaccettabili dalla coscienza della veglia sta tramontando e si è tentato di sostituirla con una funzione più aderente alla realtà neurobiologica e psicologica che gli studi sul sonno e sui sogni, durati per tutto un secolo, hanno rivelato. Alcuni dicono che i sogni servono a riordinare la memoria, altri ad adattare l'esperienza biografica del sognatore al modello di realtà della coscienza diurna, altri a verificare se le strategie comportamentali che il sognatore mette in atto nella vita fisica sono adeguate a soddisfare i suoi bisogni primordiali e, cioè, istintuali; altri ancora hanno sostenuto che lo stesso sognare è un istinto, nel senso che il sonno senza sogni sarebbe la <<fase appetitiva>> e il sogno la <<fase consumatoria>> e, cioè, che il sonno e il sogno sarebbero assimilabili, per esempio, all'istinto della caccia (vedere la preda è la fase appetitiva, catturarla e mangiarla la fase consumatoria) o a quello della riproduzione. Sono tutte idee che girano attorno al problema del contenuto della coscienza onirica, ovvero a quale possa essere il suo <<programma operativo>>, conoscendo il quale si capirebbe a cosa serve sognare 

Io mi sono convinto che il programma operativo della coscienza onirica sia stato formato proprio dall'esperienza della vita fetale: uno stato di completo benessere e di godimento nirvanico, quale quello che può nascere dal galleggiare in un liquido caldo, senza peso e senza pensieri, ma percependo, con grande intensità, il formarsi del corpo e il fluire della vita dentro di esso, senza dovere far nulla per nutrirsi e ricevendo forse, di tanto in tanto, messaggi d'amore da parte della madre. È il puro godimento di <<essere>> o di <<vivere>>. Questa esperienza, registrata nel disco del computer in modo <<gestaltico>> ovvero <<olistico>> e, cioè, come un'esperienza <<globale>> senza specificazione di dettaglio che il cervello immaturo non potrebbe analizzare (anche perché non ha ancora costruito la coscienza <<sensoriale>>), costituisce una condizione di riferimento indelebile ed estremamente potente. Tutto ciò che la perturba o la interrompe va eliminato. Quando se ne viene allontanati, se ne ha una profonda nostalgia, come per un paradiso perduto. La nascita e il contatto con il mondo materiale sono come una perdita, la cui gravità viene compresa sempre più a fondo mano a mano che si diventa adulti. Se ciò corrisponde a verità, la funzione del sogno sarebbe quella di risolvere i problemi che impediscono di godere di questo benessere anche nel mondo fisico. I sogni sono costruiti con materiali (preoccupazioni, ricordi e, anche, desideri molto banali), che vengono dalla coscienza della veglia e le trame oniriche si presentano spesso come situazioni problematiche che non si riesce a superare. La coscienza onirica cercherebbe di risolverle suggerendo strategie e azioni cui la coscienza della veglia non ha pensato. Tra questi suggerirebbe anche l'abbandono del mondo dei sensi dal quale continuano a giungergli perturbazioni, problemi, angosce e sofferenze che , nella sua logica primordiale, cesserebbero eliminando tout court il mondo fisico. Quando tale messaggio è sufficientemente potente, se ne può essere influenzati fino ad adottare stili di vita basati sulla rinuncia a piaceri effimeri, sulla mortificazione dei desideri materiali e sulla ricerca della via che permetta di ritornare al benessere nirvanico. (Alessandrini, 2006, p. 141/142)

 

Alessandrini, E., (a cura) “Dialogo improbabile con Marco Margnelli: Gli stati modificati della coscienza. Neurofisiologia dell’”insolito””, Di Renzo ed., 2006.

Giuseppe Ciardiello

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