venerdì 2 ottobre 2015

Settembre 2015; congresso "Attaccamento e trauma"



CONGRESSO ATTACCAMENTO E TRAUMA.



A Roma, il 25.26.27/9/2015 si sono avuti tre giorni di intenso lavoro psicologico con amichevole confronto tra i più grossi nomi della letteratura psicologica mondiale.
Ci sono state belle presentazioni e dibattiti serrati sulla materia terapeutica tra personaggi famosi che continuano a dedicare la loro vita all’arte/scienza della psicoterapia. La psicoterapia è una tecnica tra la scienza e l’arte e tanto ha faticato e fatica per affermarsi in ambito scientifico. I lavori hanno fornito suggerimenti, impressioni e stimoli da ravvivare il pubblico, allievi e ammiratori, e far nascere la passione anche per i momenti difficili che ogni terapeuta vive in certe fasi del proprio lavoro. Le domande solitarie e i dubbi relativi alle conoscenze che si accumulano, e al sapere che si acquisisce nella pratica quotidiana, si ridimensionano in queste occasioni in cui ci si rende conto che quei piccoli problemi sono in realtà grandi ed è la loro grandezza a farci sentire piccoli. E non c’è tema più grande di quello della definizione della Mente!


Allo stesso livello di intensità dell’apertura, il convegno si è chiuso con una domanda che è un ulteriore progetto e spunto per la costruzione di ulteriori incontri: quale è oggi il ruolo della mente incarnata relazionale nella stanza di terapia?

In questa profusione di nomi , Siegel, Schore, Steel, Ogden, Meares, Fonagy, Tronick e altri, e in un momento in cui si sta rivalutando il corpo umano, colpisce la mancanza dei rappresentanti reichiani. In ambito psicologico siamo proprio noi, i seguaci di Reich, che hanno sempre guardato all’organismo come un complesso sistema energetico autopoietico. Eppure samo proprio noi a mancare; in un convegno dove si è parlato di corpi che realizzano relazioni che costruiscono menti, e partecipato da un pubblico numerosissimo, è mancata la voce di chi da sempre lavora guidato dal concetto di identità funzionale. Questa mancanza dà l’impressione che, mentre dal versante cognitivo si stanno assorbendo e integrando le valenze corporee, da parte dei reichiani e terapeuti corporei, non si stanno facendo gli stessi sforzi di integrazione e validazione delle acquisizioni cognitive. Oppure si ha l’impressione che, quando si parla di interventi schiettamente terapeutici, mirati alla risoluzione puramente sintomatica, noi reichiani, forse in particolare noi italiani, siamo un po’ balbuzienti. Forse perché ci vincoliamo a un concetto di intervento analitico per il quale riteniamo di dover lavorare sull’intera personalità e continuiamo a pensare che solo accidentalmente si possa agire sul sintomo…
Come figli disubbidienti della psicoanalisi, sembriamo ancora vivere con colpa il diritto di affermare una diversità epistemica. Non è vero che la terapia passa necessariamente per l’analisi! E non è vero che la terapia è un suo sottoprodotto. Reich ha iniziato la sua individuazione epistemica scoprendo il valore del corpo nella dinamica analitica e ne ha ricavato una forma terapeutica introducendo l’intervento attivo. Nello stesso modo si interrogava Ferenczi. In un’affermazione un po’ dura possiamo dire che noi reichiani  abbiamo ereditato da Reich anche la nostalgia di appartenere al movimento analitico, e questo ci vale come vestito ancellare da cui stentiamo a liberarci mentre, per esempio, anche il movimento psicoanalitico inglese ha saputo vestire gli abiti della psicoterapia, vedi Doering e Meares tanto per restare nell’ambito del convegno, quando si è capito la necessità di ridefinire il concetto di trauma.

Forse noi reichiani dovremmo un po’ rivedere due cose: la prima riguarda la nostra posizione circa gli aspetti cognitivi e rivalutare l’immaginazione, il pensiero e la fantasia, che tanto contano nel farci essere speciali nel mondo animale. La seconda sarebbe quella di smettere di cercare di somigliare alla psicoanalisi. La vegetoterapia ci obbliga a trattare i sintomi e i traumi espressi nelle dimensioni psicologiche oltre che a guardare nella personalità globale.

Giuseppe Ciardiello
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