venerdì 8 agosto 2025

'Pane al pane' in psicoterapia e dintorni

Proviamo a dire pane al pane anche in psicoterapia…


Capita di trovare in internet elogi circa una psicoterapia o l’altra e trovarsi un po' disorientati. Non parliamo poi di quando ci si trova a leggere di elogi circa ‘strumenti’ specifici che niente hanno dei modelli psicoterapeutici. Approfondendo la questione ci si accorge che perfino gli addetti ai lavori hanno idee un po' confuse circa la differenza tra un modello psicoterapeutico, le tecniche e gli strumenti usati in quest’ambito e, quando e se ne parlano, li sovrappongono superficialmente.

Nel presente contesto, e senza nulla togliere alla validità degli strumenti e tecniche che andremo ad elencare, ci teniamo a rimarcare la differenza fondamentale tra gli strumenti e il modello all’interno del quale tali strumenti sono usati.

Parliamo innanzitutto di quegli accorgimenti operativi che oggi vanno per la maggiore: PNL (Programmazione Neuro-Linguistica), EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing). Sono strumenti tecnici utili in ambito psicoterapeutico, ma sebbene frequentemente utilizzati in ambito clinico, è importante sottolineare che non rappresentano modelli psicoterapeutici completi. Sono tecniche o metodologie che possono essere integrate all'interno di approcci psicoterapeutici (modelli) anche diversamente strutturati.

La PNL, sviluppata negli anni ’70 da Richard Bandler e John Grinder, si propone come un insieme di tecniche finalizzate a migliorare la comunicazione e favorire il cambiamento comportamentale; tuttavia, numerosi studi ne hanno messo in discussione la validità scientifica e l’hanno collocata al di fuori dei modelli evidence-based (Sharpley, 1987; Witkowski, 2010).

L’EMDR, invece, si è affermato come intervento efficace nel trattamento del Disturbo Post-Traumatico da Stress (PTSD) e di altri traumi, ricevendo anche il riconoscimento di linee guida internazionali (APA, 2017). Nonostante ciò, l’EMDR è una tecnica, e non un sistema teorico globale, come nel caso della terapia cognitivo-comportamentale o della psicoterapia psicodinamica.

Anche quella che oggi, sempre più comunemente, si conosce come mindfulness, non è una psicoterapia in sé ma una pratica o tecnica che può essere integrata nei modelli psicoterapeutici. Malgrado abbia ricevuto crescente attenzione per la sua efficacia clinica, soprattutto nel trattamento di disturbi legati all’ansia, alla depressione e allo stress, è necessario distinguere tra la pratica della mindfulness in senso generale (ad esempio quella derivata dal buddhismo o impiegata per il benessere personale) e gli interventi basati sulla mindfulness, e sviluppati in ambito clinico primariamente da John Kabat Zinn (come l’MBSR e l’MBCT). Pur essendo standardizzati, queste tecniche non costituiscono da sole approcci psicoterapeutici completi, ma protocolli psicoeducativi o tecniche di supporto.

Pertanto, si può ribadire che, pur risultando utili e in alcuni casi clinicamente molto efficaci, PNL, EMDR e Mindfulness non possono essere considerati, da soli, approcci psicoterapeutici autonomi e riconosciuti dalle principali istituzioni accademiche e professionali (es. APA, OMS, Ordine degli Psicologi).

Andando ancora più a ritroso, anche l’ipnosi (o ipnoterapia) non è, di per sé, un modello psicoterapeutico bensì una tecnica clinica utilizzata in diversi contesti terapeutici. Lo stesso si può dire dell’ippoterapia, ludoterapia e delle Arti Terapie in genere (musicoterapia in primis).

L’ipnosi è spesso impiegata in integrazione con modelli riconosciuti, come la terapia cognitivo-comportamentale, la psicoterapia psicodinamica o la psicoterapia breve strategica, ma come le altre non costituisce un approccio teorico autosufficiente perché manca di un sistema teorico articolato su psicopatologia, diagnosi, relazione terapeutica e sviluppo della personalità.

Anche l’Ordine degli Psicologi italiano e le principali società scientifiche (come la SII – Società Italiana di Ipnosi, fondata da Franco Granone) la definiscono una tecnica clinica, che possono usare solo professionisti formati, ma non può essere considerata un modello psicoterapeutico autonomo.

Ecco che ci si trova allora a dover distinguere tra modelli, tecniche e strumenti psicoterapeutici che molto spesso, specie nel mondo di internet, sono usati in modo intercambiabile.

Un Modello psicoterapeutico è una cornice teorica e applicativa completa che comprende una visione della mente, della psicopatologia, della diagnosi, del cambiamento e della relazione terapeutica. Dispone quindi di una elaborazione teorica e pratica, di tipo relazionale, che prevede utilizzi specifici di spazi fisici e temporali. Il setting è dettagliatamente descritto come preambolo ad una relazione che per il suo tramite induce una rivisitazione, non solo del comportamento, ma del carattere formatosi per mezzo delle altre relazioni che l’hanno preceduta.

Esempi: psicoterapia cognitivo-comportamentale, psicodinamica, sistemico-relazionale, analitico-transazionale, bioenergetica, vegetoterapia, ecc.

Le Tecniche psicoterapeutiche sono metodologie strutturate basate su evidenze, cliniche e/o sperimentali, che possono essere utilizzate all’interno di modelli per favorire specifici obiettivi (es. riduzione dell’ansia, rivisitazione del trauma, gestione dello stress).
Ne sono esempi: EMDR, ipnosi, mindfulness, esposizione graduale, ristrutturazione cognitiva.

Gli Strumenti psicoterapeutici sono mezzi operativi che il terapeuta usa in modo trasversale ai modelli, come il linguaggio, il silenzio, il contatto corporeo (in alcuni contesti), la postura, il tono di voce, ecc.
Questi
non sono tecniche strutturate né modelli ma componenti della relazione terapeutica o mezzi comunicativi usati consapevolmente a seconda del setting e dell’approccio.

A seconda della formazione, e dell’approfondimento specifico soggettivo e individuale, l’efficacia di questi strumenti dipende dall’abilità del terapeuta che può avere più o meno dimestichezza nell’uso della parola e/o del silenzio.

Il silenzio e la parola sono strumenti psicoterapeutici tanto impliciti che spesso non si avverte neanche la necessità di renderli materia didattica. Anzi, a volte, l’uso dell’uno è caldeggiato a sfavore dell’altro.


In ambito vegetoterapeutico è sempre stato enfatizzato il silenzio. Già Navarro (1925-2002) raccomandava di astenersi dall’uso delle parole nel setting vegetoterapeutico. Personalmente dubito che fosse un’indicazione assolutista mentre altri colleghi ritenevano di doversi affidare esclusivamente all’esecuzione degli acting. … penso sia stato per questo che nel corso della mia seconda psicoterapia non ho mai capito qual’era il tono di voce del mio terapeuta né se il suo sottrarsi dallo scambio verbale dipendesse dalla timidezza o dal timore del confronto.

Piuttosto che la completa negazione della parola, credo che Navarro suggerisse una sorta di moderazione dell’intervento verbale, e quindi una sua modulazione specificamente finalizzata. Questa raccomandazione credo tendesse a sollecitare la pretesa di sapere quale valore dare all’intervento verbale in relazione all’intento per il quale sarebbe stato utilizzato.

Tutto ciò anche perché, oltre che per l’agito, la psicoterapia passa per il comprendere; non ci si può affidare unicamente al silenzio perché la comprensione pretende la spiegazione e l’eventuale sottrarcisi denuncia l’incapacità di essere lineari, semplici e convincenti. Dimostra di non aver capito quello di cui si sta parlando o di non aver compreso, non il silenzio, ma quello per cui si sta tacendo. Tacere può voler anche dire che ci si riferisce ad un taciuto che non trova corrispondenza nella relazione ed espone comunque ad un dubbio che necessita della parola per disvelarsi.

Per noi cultori della vegetoterapia è quindi importante cogliere in questi due aspetti della relazione, nella parola e nel silenzio, il valore evidente dell’abilità nel loro utilizzo. È importante cogliere il fatto che non è lo strumento di per sé ad essere ‘abile’ ma l’uso che se ne può fare: sarà quindi l’operatore ad essere un abile utilizzatore del silenzio, al momento opportuno, e della parola, se la usa, se e quando è necessaria, nel modo opportuno.

Ben venga allora anche una didattica (particolarmente in vegetoterapia) sull’uso del silenzio che si associ alle sue condizioni d’uso: per esempio il silenzio s’accompagna, quasi sempre, ad un attenta e sistematica utilizzazione dello sguardo. Anche ad occhi chiusi, lo sguardo non è solo interno ma assume anche un significato relazionale. E vedere non significa solo avere gli occhi aperti, bensì essere attenti e consapevolmente presenti a quello specifico vedere.  Sapere cosa si sta guardando, in che modo lo si sta facendo (mentre si ascolta i nostri occhi si spostano continuamente e scandagliano il volto e il torace dell’interlocutore) e sapere di sapere che lo si sta facendo e così essere consapevoli di cosa si sta provando, ecc.

Quindi, per concludere, enfatizzare il valore dell’uno o dell’altro, come cosa a sé, dimostra solo una cattiva comprensione strumentale del modello vegetoterapeutico stesso!

Giuseppe Ciardiello

Bibliografia

Granone, F. (1998). Ipnosi e psicoterapia. Edizioni Minerva Medica.

Loriedo, C. (2010). Ipnosi medica e psicoterapia. Franco Angeli.

Caparrotta, L. (2002). L’ipnosi nella pratica clinica. Alpes Italia.
Chiesa, A., & Crescentini, C. (a cura di). Gli interventi basati sulla mindfulness. Quali sono, come agiscono, quando utilizzarli, Giovanni Fioriti Editore, II ed. 2023.
Montano, A. Mindfulness. Guida alla meditazione come terapia, Ecomind, 2007.
Guida pratica che chiarisce come la mindfulness funzioni c
ome tecnica, illustrandone l’integrazione nei modelli della terapia cognitiva.

Witkowski, T. (2010). Thirty-Five Years of Research on Neuro-Linguistic Programming. NLP Research Data Base. State of the Art or Pseudoscientific Decoration? Polish Psychological Bulletin, 41(2), 58–66.
Una revisione critica della letteratura sulla PNL, che conclude che essa manca di fondamento empirico.

Shapiro, F. (2001). Eye Movement Desensitization and Reprocessing: Basic Principles, Protocols, and Procedures. Guilford Press.
Il testo fondativo dell’EMDR, utile per comprendere come si struttura la tecnica e i protocolli applicativi.



mercoledì 9 aprile 2025

A proposito dei cultori della Vegetoterapia e del loro mondo

 

Tecnica psicoterapeutica basata sull'analisi ed elaborazione delle emozioni attraverso il linguaggio del corpo, da quando W. Reich (24 Marzo 1897 3 novembre 1957) ne ha fondato le basi, in tutti questi anni  la vegetoterapia ha guadagnato molte attenzioni e seguaci.

Ciononostante, uno che gli aspetti più preoccupanti di questo movimento, resta il modo in cui i cultori si confrontano tra di loro; modo che rischia di impoverire il metodo stesso e renderlo incapace di un adeguamento culturale costante. Il risultato finale è un grosso rischio: quello che la vegetoterapia possa rivelarsi inadeguata, perché impreparata e quindi incapace ed inefficace, nei confronti delle problematiche emergenti dall’evoluzione culturale.

Inquietante è il fatto che tutto il movimento anziché arricchirsi il più delle volte si carica di conflitti e polemiche.

Viene da chiedersi come mai questo tipo di deriva in un movimento che si dice ‘cultore di moderazione’ (vedi la comune voce: la bioenergetica cerca di rompere la corazza, la vegetoterapia di scioglierla).



Differenze


Ogni disciplina terapeutica ha le sue sfumature e i suoi fondamenti teorici su quali si basa la lettura della personalità umana e la sua evoluzione. A ben vedere in vegetoterapia queste basi sono rimaste sempre le stesse fin da quando Reich ne ha delineato i riferimenti dell’evoluzione organismica, culturale e sociale. Ciò che cambia nei cultori succedutisi sono le diverse considerazioni circa l'applicazione  pratica degli strumenti interpretativi e del modo in cui gli acting (agiti comportamentali) vanno condotti e realizzati. Inoltre, ad ogni nuova generazione di terapeuti, gli apporti di altre discipline fanno capolino per ibridare gli schemi tradizionali della vegetoterapia e renderla più attuale. Senza legittimazione al confronto con i terapeuti collaudati e più anziani, i giovani terapeuti devono decidere da soli come integrare i nuovi approcci.

Quello che lascia perplessi in questo movimento è l'incapacità di vedere che la mancanza di un costante confronto costruttivo (interno ed esterno) rischia di ostacolare il progresso della stessa teoria. L’impedimento del dibattito, anche solo tecnico ed operativo, intralcia l’evoluzione di tutto il complesso sistema formativo, esplicativo, didattico e funzionale che così rischia di diventare obsoleto.


La presunzione


Stranamente è proprio nel campo della salute e del benessere mentale che il concetto di narcisismo professionale diventa più rilevante. Il bisogno di affermarsi come terapeuti esperti e capaci, può spingere molti psicoterapeuti, e vegetoterapeuti nel nostro caso, a negare la validità delle teorie altrui fino al punto da non vedere, e spesso convincersi dell’inutilità o della mancanza di funzionalità, delle modifiche perseguite individualmente dai singoli terapeuti anche quando questi appartengono alla propria formazione. Questo implicito narcisismo può creare una barriera anche solo all'ascolto delle modalità alternative che possono darsi nell'applicazione pratica degli acting.

Un esempio, forse nemmeno tra i più validi perché il suo approccio si diversifica anche negli intenti terapeutici, lo si può trarre da Lowen che è stato allievo di Reich: nell’ideare la bioenergetica, che semplicemente impiega gli stessi acting della vegetoterapia ma in condizione fisica diversa (in piedi piuttosto che distesi su un lettino), ha elaborato un diverso sistema di impiego degli acting piuttosto che suggerirne una modifica nell’ambito della stessa procedura.

In definitiva cosa costerebbe a noi oggi discutere per esempio sulla bontà di un acting fatto da disteso oppure da seduto? Sapere che nello svolgimento di un acting oculare c’è chi usa una ‘penna luminosa, magari di un certo colore piuttosto che di un altro e che altri ancora usano le dita della propria mano (del terapeuta) piuttosto che una lucina come oggetto da seguire? Confrontarsi non sarebbe altro che un arricchimento individuale e professionale.


La paura della critiche


Singolarmente, proprio nell’ambiente culturale dove maggiormente si discute di salute mentale, si riscontrano più facilmente emergenze di conflitti emozionali. Che poi diventano relazionali per la difficoltà ad accettare la critica. 

Confrontarsi con la divergenza rispetto al proprio punto di vista, rispetto all’applicazione teorico – pratica della tecnica, maturata negli anni di formazione e di sperimentazione personale e soggettiva, diventa difficile quando non si è cresciuti e maturati confrontandosi con costanza ed onestà professionale. Confrontarsi con opinioni diverse quando non si è abituati al dinamismo evolutivo, viene vissuto un pò come un mettere in discussione le proprie competenze e credibilità e, implicitamente, la propria identità professionale. Non ci si accorge che così facendo si rischia di restare inconsapevoli del fatto che questa identità professionale, che non ha opportunità di crescita ed emanciparsi in confronti dialettici, rischia di rimanere involuta e bloccata nella difesa delle proprie posizioni.


La polarizzazione


Lo specchio sociale in cui attualmente si vive è quello di una riproduzione, nei piccoli gruppi associativi, della società contemporanea in cui è crescente una tendenza a polarizzare le posizioni e i punti di vista che sono poi accentuati dall'uso dei social media. Questo atteggiamento piuttosto globale è polarizzante e può riflettersi anche nel mondo della vegetoterapia. Le opinioni possono diventare bipolari ed estremizzarsi in atteggiamento specifici piuttosto che guardare ad un ventaglio di possibilità differenziate per paziente o per preferenza personale (del terapeuta).

In queste condizioni, e invece di privilegiare il dialogo, si tende a creare “tributi” di seguaci e di persone unidirezionali che, invece di volgersi al dialogo, rischiano di vedere il mondo in termini di bianco e nero piuttosto che esplorarne le sfumature. Queste posizioni alimentano ancora di più il conflitto piuttosto che smussarne gli spigoli e tendere ad una integrazione reciproca delle posizioni.

Da queste posizioni l’aspetto identitario riappare mostrando quanta vulnerabilità ci sia al cospetto anche della visibilità. Una volta formatisi questa vulnerabilità, saranno quegli stessi terapeuti che vivranno come minaccia alla loro reputazione e alla loro visibilità qualsiasi forma di confronto. Inconsapevolmente, il focus si sposta dalla crescita personale e professionale al riconoscimento e ogni critica verrà interpretata come una minaccia all'"essere" terapeuta.


Conclusione


Come gli anni trascorsi hanno dimostrato, il mondo della vegetoterapia è ricco di potenziale di crescita e innovazione al punto che molti spunti, come quelli relativi ai movimenti oculari, alla corazza caratteriale, al costante rimando alla complessità organismica (comprendente il mondo corporeo, cognitivo ed emotivo) sono stati adoperati con evidenti vantaggi da altri epistemi.

È evidente allora che, tra tutti coloro che si autodichiarano reichiani (i cultori della vegetoterapia), è mancato il dialogo e che questo ha ostacolato notevolmente l’integrazione ostacolandone il progresso o rendendolo monodirezionale.

Gli anni che stiamo vivendo forse sono proprio quelli in cui prendere consapevolezza dell’isolamento culturale autoprodotto da una chiusura al confronto e alla valorizzazione di prospettive diverse dalle proprie convinzioni. Alla fine potrebbe essere proprio questo isolamento a far emergere la possibilità del dialogo, rispettoso e aperto, capace di costruire un campo di crescita personale e collettiva della vegetoterapia? In questo periodo storico, reso ancora più difficile dalle guerre e dai conflitti geopolitici, riusciremo (noi reichiani) a fornire la società degli strumenti di cui siamo portatori per una comprensione (anche della vegetoterapia) più globale ed equilibrata?

Giuseppe Ciardiello




venerdì 8 novembre 2024

Sulla 'Interpretazione dei sogni'. Alcune considerazioni che anticipano il lavoro sull'interpretazione dei sogni con gli acting di vegetoterapia

Chiedo perdono a chi mi segue per questo articolo apparentemente senza fuoco e senza logica.  In realtà è una chiarificazione 'a priori' su un lavoro, che spero di pubblicare quanto prima, relativo all'interpretazione dei sogni effettuata con l'uso degli acting di vegetoterapia. Sarebbe uno strumento capace di 'affiancare' il sognatore nella sua interpretazione piuttosto che guidarlo o suggerirgli l'interpretazione.


Il senso del gioco interpretativo

Considerando che il sogno non si propone con lo scopo di essere interpretato1, e che è frutto dell'espressione di un modo di funzionare del cervello diverso dalla veglia, viene da chiedersi quale senso abbiano le tante proposte interpretative freudiane, junghiane, sciamaniche o di qualunque altro tipo.

L’inutilità dell’interpretazione dei sogni è evidente anche per la loro varietà e per la loro mancanza di unitarietà e univocità. Ogni interpretazione può essere considerata l’espressione di un punto di vista su una narrazione fantastica (di fantasia); un punto di vista che deriva dalla costruzione interpretativa del modello terapeutico che ne è alla base.

L’interpretazione dei sogni è sempre sfuggita ad una definizione univoca. Anche se usata da meditanti, da filosofi, da curatori della salute mentale, da medici,religiosi, terapisti e sciamani, indovini, santoni e predicatori vari, si è sempre sottratta ad una specifico orientamento e una sola o univoca definizione.

La mancanza di un codice comune conduce ad una curiosità periodica e ad un implicito che ha a che fare con le modalità naturali di funzionamento del nostro cervello. Ad un certo punto ogni filosofia ed ogni psicoterapia scopre la necessità di darsi uno strumento interpretativo dei sogni. Scopre che il sogno è l'altra faccia della medaglia della consapevolezza. È l'altro modo di funzionare del nostro cervello che, in barba a tutto quello che possiamo pensare a proposito della coscienza e della consapevolezza, ha miriadi di altri modi d’impostare i processi mentali che meglio si adattano alla fisiologia e fenomenologia2 dell’organismo.

Ma se il sogno è un'altro modo di funzionare del cervello alternativo alla veglia, quale sarebbe il suo senso? Quale il suo scopo?

Domanda che si ri-propone periodicamente un po' come la ricerca del senso della vita. Come uno sbuffo culturale, un sospiro sociale che una volta emesso, non trovando soddisfazione nelle contorsioni logiche accumulatesi, torna ad essere messo da parte in attesa di un altro ‘sbuffatore’ che lo richiama alla vita.

La scoperta

Personalmente ho scoperto i sogni e la loro interpretazione nel corso della mia attività didattica con la Vegetoterapia Caratteroanalitica. Chi segue questo blog sa di cosa si tratta: è una tecnica psicoteapeutica che impiega piccoli acting corporei (agiti) nel setting terapeutico. Una seduta di vegetoterapia si svolge facendo svolgere un acting al paziente. Dopo l’esecuzione l’acting viene indagato con l’aiuto del terapeuta che, bravo nel porgere le giuste domande, fa sì che le persone si confrontano con le proprie risposte, che poi sono quelle congeniali in quel momento della loro vita.

Questo strumento elementare della psicoterapia, consistente nel porre giuste domande piuttosto che cercare di fornire risposte, compito spettante ad educatori ed insegnanti più che a psicoterapeuti, libera gli psicoterapeuti della tensione implicita nel compito oracolare inducendo un sapere saggio: un terapeuta non dà risposte.

Nel mestiere psicoterapeutico prima o poi si diventa bravi nel porre giuste domande anche quando l’orientamento epistemico non lo prevede necessariamente. Di conseguenza ognuno perviene a formulare le proprie risposte, soggettive e calzanti, alla propria storia3 tanto da decostruire e ricostruire la storia personale.

Posso dire che le mie curiosità rispetto all'interpretazione dei sogni sono nate da questo processo in conseuenza del quale mi sono chesto chi fosse il soggetto più idoneo ad interpretali?

Di solito il sogno lo racconta qualcuno a qualcun altro; e l'interprete è sempre quel ‘qualcun altro’. Dopo tanto parlare di soggettività, fenomenologia e vissuti personali, l'ascoltatore viene investito di una magica capacità interpretativa che lo porta a sostituirsi al protagonista. Eppure si sa bene che, per interpretare, l’ascoltatore non solo assume un proprio punto di vista ma, didatticamente preparato, userà gli strumenti standard appresi dalla scuola di appartenenza. La conseguenza sarà un’interpretazione in linea con lo strumento didattico e col modello (esplicativo) usato.

Sembra evidente che il protagonista del sogno, anche nel ruolo del narratore, ruolo che pure lo vede contemporaneamente verbalizzante e attore, nelle sedute interpretative viene messo da parte con il rischio che il suo posto è preso dalla teoria.

Fortunatamente la narrazione del sogno è agita sia verbalmente sia comportamentalmente per cui c’è sempre da attendersi un commento all’interpretazione che può validarla o disconfermarla, sempre che si presti la giusta attenzione al protagonista. Perciò i comportamenti, verbali e agiti, vanno visti come ‘commenti in codice’ in riposta agli interventi del terapeuta (Laing, 1988), i quali interventi, di qualsiasi tipo siano, sono sempre 

interpretativi! E siccome ogni interpretazione è assolutistica, nel senso che esclude dalla visuale soggettiva del sognatore la spiegazione personale del sogno (allo stesso modo in cui qualunque immagne ambigua una volta interpretata non può più tornare nell’ambiguità4), ho cercato un modo per sostenere l’interpretazione del sognatore e proteggerla da quella, spesso considerata più autorevole, e quindi più capace di manipolare l’interazione, dell’operatore. In pratica era necessario ideare un metodo che, pur evitando interventi interpretativi esterni alla persona stessa, stimolasse però nel sognatore la decostruzione e ricostruzione spontanea, che deriva dall’incontro dei processi consapevoli ed inconsapevoli della mente.

In questo ragionamento è evidentemente implicito che l'unica persona legittimata a dare un senso ai sogni è il sognatore che nel sogno ripercorre e ricompone, con le immagini e le visioni create, i processi fenomenologici vissuti nella veglia. Il sognatore nei sogni riassume, progetta e idea nuove strategie di confronto con la realtà e sperimenta alternative emozionali ai vissuti che ha allucinato per la costruzione della realtà.

Guardando ai prodotti mentali del sogno e della veglia come frutto di una sorta di gerarchia funzionale5, quella che definiamo realtà è la conseguenza della raffinazione cognitiva del confronto, tra ciò che già si conosce, e le sensazioni che ci vengono dai nuovi oggetti che confermano e rettificano quello che ci si aspetta di trovare là, fuori di noi. Da notare che quello che noi percepiamo sono le sensazioni che da questi oggetti ci vengono (vista, udito, tatto, ecc.), che interpretiamo come caratteristiche di oggetti, e non gli oggetti così come sono (Non facciamo mai esperienza dei segnali sensoriali in quanto tali. Facciamo esperienza, piuttosto, soltanto delle interpretazioni di quei segnali.) Anil Seth, 2023, pp. 94/95).

Secondo Seth Anil (Seth, 2023), mentre la realtà è il prodotto di un’allucinazione controllata, il sogno è una rappresentazione solo allucinata. In pratica i meccanismi operanti nel sogno e nella veglia sarebbero identici e in grado di produrre una sorta di realtà virtuale con funzioni altamente predittive: “Un dispositivo in grado di produrre modelli predittivi con cui dar forma all'insieme caotico degli input sensoriali ricevuti dall'ambiente” (Tolmen, 2024, p. 186). 

In base all'esperienza che mi sono formato, oserei dire che molto similmente si realizza anche il processo dell'interpretazione dei sogni con l'impiego della vegetoterapia.

Il solo movimento oculare permette di riposizionare gli stimoli generativi che danno luogo alle immagini del sogno e consente una diversa interpretazione della configurazione originaria. Ciò perché il movimento e la percezione sono interdipendenti! (L'azione è inseparabile dalla percezione. La percezione e l'azione sono così strettamente accoppiate che si determinano e si definiscono a vicenda.  Ogni azione modifica la percezione cambiando i dati sensoriali in entrata e ogni percezione è così com'è al fine di guidare l'azione.) (Seth, 2023, p. 123)

Trovo molto seduttive, oltre che notevolmente esplicative, le conclusioni che gli studiosi dei sogni traggono dalle ultime ricerche sul ‘sogno lucido’ (Tormen, 2024). Conclusioni che mi sembra di poter riferire anche alla modalità di interpretazione dei sogni con l'impiego della vegetoterapia. Per esempio quando si struttura l’nterpretazione dei sogni in setting vegetoterapeutico con l‘impiego di un acting oculare, l’uso che viene fatta dell’attenzione è disidentificante e probabilmente, a livello cerebrale, procura gli stessi effetti della pratica meditativa orientale. Se nella meditazione si osservono i pensieri, nell'interpretazione dei sogni si osservano le immagini da questi prodotte mentre l’attezione oculare, e quindi motoria, resta focalizzata sul movimento degli occhi. Questa dissociazione interrompe il ‘default mode network’ automatico del cervello consentendo la presa di coscienza di poter generare pensieri inconsapevoli.

In qualche modo poter osservare i propri pensieri può voler dire anche prendere possesso della propria capacità paranoidea e ossessiva o, molto più semplicemente, rendersi più facilmente conto del fatto che esistono automatismi appresi nel corso della propria evoluzione e che, per abitudine e ridondanza, questi comportamenti si possono ripresentare malgrado noi.

ma se si sono appresi, si possono anche disapprendere o sostituire con altri!


1    Stefano De Camillis ‘Il linguaggio dei sogni. Comprendere i sogni per incontrare sé stessi’, ed. Magi, 2004.

2    Per un organismo essere cosciente significa avere un qualche tipo di fenomenologia propria. Qualsiasi tipo di esperienza, qualsiasi tipo di proprietà fenomenologica, conta come ogni altro. Ovunque vi è esperienza vi è fenomenologia; e ovunque vi è fenomenologia vi è coscienza. Una creatura appena venuta al mondo sarà cosciente solo a patto che vi sia qualcosa che si provi a essere quella creatura, fosse anche soltanto un fugace sentimento di dolore o di piacere. (Seth, 2023, p. 24)

3   ‘Le domande sono strumenti che chiunque può utilizzare, in qualsiasi situazione, per arrivare a delle risposte che varranno solo per quelle persone, in quel momento. E allora , se un maestro , uno psicologo , un genitore , un partner o un amico vogliono agire con saggezza devono limitarsi a porre le giuste domande. (Gotto, 2024)

4   L’interpretazione di un pensiero equivale al senso (convenzionale) che diamo ai segni grafici. I segni possono essere numeri, lettere o parole, fondamentalmente simboli, quindi prodotti culturali. All’interno di una data cultura ognuno riconosce il senso dati ai propri simboli. Quando questi sono ambigui necessitano di spiegazione che, una volta data, non è più possibile annullare. L’esempio più magico lo si ottiene con le immagini: quando siamo di fronte ad un’immagine ambigua, ci vorrà del tempo per ricostruire la percezione di una forma comprensibile. Ma una volta usciti dall’incertezza e accreditata una forma ai segni ambigui (gestalt), sarà difficile tornare all’ambiguità da cui si è partiti. Sarete stati colpiti dall’immagine che ho posto di fianco alla ‘nota’ (è la foto di un disegno alla Garbatella, quartiere di Roma) che rimanda a queste righe e che è piuttosto ambigua. Ritornateci ora tenendo presente che l’immagine a destra di ‘Alfredino’ rappresenta un lupo! Quando l’avrete individuato non potrete più fare a meno di vedercelo rappresentato.

5   ‘Secondo alcuni ricercatori, tra cui lo stesso LaBberge (Exploring the World of Lucid Dreaming, 1991) sogno e percezione sarebbero due fenomeni profondamente correlati, tanto che lo stato di veglia potrebbe essere descritto come un sogno costretto dagli input sensoriali, mentre quello di sogno come una forma di percezione libera da tale vincolo. Per i sostenitori di simili prospettive, tra cui spicca il nome dello psichiatra statunitense John Allan Hobson, in entrambi i casi sarebbe all'opera lo stesso meccanismo di costruzione dell'esperienza, così che il cervello - che nei due stadi si comporta pressoché nella stessa maniera - appare in questa luce come una sorta di “macchina della realtà virtuale”, un dispositivo in grado di produrre modelli predittivi con cui dar forma all'insieme caotico degli input sensoriali ricevuti dall'ambiente. La coscienza “abita” proprio questi modelli, così che il processo dell’esperienza - nel sogno come nella veglia - non può che svolgersi all'interno di una realtà simulata. … non solo durante l'attività onirica, in assenza di vincoli esterni, gli schemi e i modelli che strutturano la realtà possono essere elaborati più agevolmente, ma la prevalenza quasi assoluta dello stato di sonno REM nel feto durante l'ultimo trimestre di gravidanza e nel neonato durante i primi mesi di vita suggerisce addirittura che lo sviluppo della coscienza di sogno preceda quello della coscienza di veglia (Hobson, Hong e Friston, ‘Virtual Reality and Consciousness Inferencein Dreaming’, in “Frontiers in psychology” vol. 5, 2014). La realtà percepita durante lo stato di veglia sarebbe stata dunque letteralmente fabbricata in sogno, per poi venire progressivamente raffinata attraverso l'alternanza continua dei due stati: durante il sogno i poteri generativi di tale realtà virtuale sarebbero perfezionati e semplificati, mentre durante la veglia gli stessi sarebbero posti al vaglio degli input sensoriali.’ (Tormen, pp. 205/206).


Bibliografia

Gotto, Gianluca, ‘Quando inizia la felicità’, Mondadori, 2024.

Langs, Robert, ‘Follia e cura’, Bollati Boringhieri, 1988.

Seth, Anil, ‘Come il cervello crea la nostra coscienza’, RaffaelloCortinaEditore, 2023.

Tormen, Francesco, ‘Con gli occhi aperti’, ilSaggitore, 2024.

sabato 13 luglio 2024

'Holy Shoes' o: 'Esseri' di un'infinita tristezza!

 

Un film da tre stelle!

Preferenze di pubblico: due stelle!

Hmmmm... Film piuttosto scarso per impegnare distraendo da questo caldo estivo da 38 e più!

Però comunque, c'è altro da fare? No! Allora...

Al botteghino due operatori; anche noi siamo in due: una coppia di coniugi che in questa giornata di luglio attaccaticcia e asfissiante, ha preferito una scarpinata pomeridiana al trincerarsi nella bolla del condizionatore casalingo.

Ci siamo impegnati nella ricerca delle ombre dei palazzi per nasconderci ai raggi diretti. Sorpresi della chiusura inedita di alcuni 'nasoni' romani, siamo stati fortunati ad esserci fidati dell'intuito piuttosto che delle proiezioni del gradimento del pubblico. Perché il film che abbiamo visto, noi due soli in una sala enorme, fresca per un salutare condizionamento, se si vuole anche consumistico, ci ha schiaffeggiati con una tristezza infinita.




Holy Shoes (2023).

Diretto da Luigi di Capua. Attori bravissimi. In primis Carla Signoris, ma poi Simone Liberati, la deliziosa Ludovica Nasti, Denise Capezza, Orso Maria Guerrini e la brava Isabella Briganti. E tanti altri personaggi, ugualmente bravi, per un film corale a sottolineare i danni di una dipendenza mediatica e consumistica dove tutti gli eroi, macinati dalla pressione quotidiana, diventano antieroi.

Il film rappresenta la 'perversione consumistica' per eccellenza. Quella che opprime, come la cinepresa posta quasi sempre in primo piano, a sottolineare l'impellenza e la frenesia della vita vissuta a 'filo di lama'. I protagonisti sono impegnati tra possibilità e obbligo nei luoghi dove la discrezione diventa solitudine. In questi ambiti è relegato imprigionato ogni confronto con sé stessi. In questa solitudine  agiscono e vivono Filippo, Luciana, Bibbolino, Mei. Appesi a fili narrativi per i quali basta poco, un'indecisione, un piccolo timore o una patetica incertezza, un momento di compassione o empatia, per diventare reietti sociali. La dimensione paludosa di ogni metropoli e destino di ogni 'rassegnato'!

Per queste persone le 'scarpe magiche' sono la 'carota dell'asino' che, pur attratto dalla carota, lo è inconsapevolmente e in tale stato esaurisce la sua vanità. I personaggi s'impegnano intorno a storie che gravitano intorno all'oggetto del desiderio, le scarpe di cui il titolo, che sole sembrano dare senso e forma alle immagini proiettate del desiderio: dell'amore, del gioco, della passione, della relazione in tutte le sue forme, del riscatto sociale, della ribellione, della fuga, della malattia, della sanità, dell'emarginazione...

In tutte le forme della vita dove è venuta a mancare forse la forma dell'ideologia.

I colori 'stretti' e opachi, spenti malgrado la luminosità e l'ottima fotografia, sono testimoni di un'assenza di oggetti nascosti dall'angustia, dagli spazi psicologici troppo risicati per essere veramente godibili (dai personaggi rappresentati). Come quando Luciana confessa di non essersi mai accorta di poter prendere un brandy al bancone del bar, com'era d'abitudine per le prostitute dei suoi tempi, piuttosto che educatamente seduta a tavolino. O come quando la violenza di Tommaso a carico di due sue coetanee, per rubargli le scarpe, è resa inquadrando solo il volto di Bibbolino o quando la 'liberazione sessuale' di Luciana avviene in un angusta 'ritirata' pubblica o anche quando una carrozzella per invalidi stenta ad entrare in ascensore.

Questi oggetti che mancano, questi colori che mancano di definizione identitaria, rendono ambigua l'identità dell'oggetto del desiderio e lo caricando di ombre approssimative. Lo caricano così di colori spirituali che animano i pensieri dei personaggi. Diventano ambigui essi stessi nelle loro azioni proiettate che, alla fine, 'realizzano' solo vuoti scafandri per la loro identità.

E queste scarpe sono 'vuote'; involucri contenitori di desideri impalpabili e proiezioni fantasticate. Contenitori di spazi inverosimili in cui il 'desiderare' umano perde la sua significativa ricerca interiore per diventare esasperante e ossessiva soddisfazione materiale.

Si comprende allora come sia possibile che nella dimensione consumistica si realizzi compiutamente il disegno pragmatico delle ragioni economiche che, cancellando il senso della ricerca interiore, si misurano con l'unica dimensione che trovano economicamente gestibile: la nevrosi! 

E' in questa dimensione che trova senso l'uso inutile delle cose, il possesso di oggetti sempre più ingombranti, lo svolgimento di attività senza scopi, l'abilità artigianale senza competenza, il bere senza sete e mangiare senza fame.

Cosa c'è da meravigliarsi allora se qualche adulto/adolescente si tagliuzza, qualcun altro si autoinfligge punizioni e qualcun altro ancora pensa di risolvere i conflitti relazionali 'cancellando' la vita dell'altro?

Si recrimina per la violenza.

'Holy Shoes' non parla d'altro; non parla che di 'aggressività trascesa' nell'ambito della violenza e mai più riconosciuta. La violenza della solitudine parolaia, di quella del porno televisivo, di quella al bancone del bar, di quella della domenica chiusi in casa, di quella dei malati e degli invalidi, di quella delle rinunce...

A volte la nostra vita si carica di rinunce. A volte si eredita la 'rinuncia' quando il patto familiare è la promessa di assistere i genitori anziani o sostituirne la graduale dipartita. Quando la fedeltà all'altro diventa più importante di quella a sé stessi. Quando la conquista di un corpo diventa più importante dell'amore. Quando il potere sostituisce la potenza e l'intelligenza cede all'abilità.

In questi casi l'essere umano abdica al 'desiderio', lo travisa e lo confonde col bisogno. Abdica al proprio 'essere umano'; a ciò che lo distingue da quell'asino che vede solo la carota che gli hanno posto davanti agli occhi.


Giuseppe Ciardiello

giovedì 11 luglio 2024

Pensare, provare (emozioni) e sentire (il corpo) nella Vegetoterapia

 Ogni acting di Vegetoterapia si conclude con l'espressione verbale delle sensazioni, dei pensieri, che possono essersi affacciati alla mente, e delle emozioni. Cioè, alla fine dell'esecuzione dell'acting, la persona che vi si è sottoposto racconta, piuttosto che elencare, le emozioni, le sensazioni e i pensieri che gli sono passati per la testa mentre eseguiva l'acting.


Con questa modalità si considera implicita l'eguaglianza e la sovrapposizione di questi tre processi. Si dà per assodato che durante lo svolgimento dell'acting sicuramente passeranno dei pensieri per la testa; ci saranno delle reazioni fisiologiche a questi pensieri e ancora, questa sensazioni e questi pensieri saranno accompagnati da specifiche emozioni.


Capita a volte che si incontrino difficoltà specifiche nell'individuazione delle emozioni per cui, pur essendo semplice descrivere le sensazioni e raccontare i pensieri che si ricordano, o quelli di cui ci si è accorti, si scopre che è difficile il compito di associare le singole emozioni a specifiche sensazioni e pensieri.


Questa difficoltà induce spesso a dubitare di questa associazione, o sovrapposizione di processi, e risulta più facile credere che la cosa sia impossibile oppure che tutto quello che è stato vissuto, e quello che si è provato, può esistere senza essere ricondotto ad una definizione specifica.


Altre volte si confondono le sensazioni con le emozioni e i pensieri e, di per sé, non si ritiene che siano necessariamente accompagnati da posture, da movimenti, da atteggiamenti fisici corporei e quindi da sensazioni e atteggiamenti mentali (sì, perché gli atteggiamenti sono anche mentali...).




Per la verità questa concezione assolutamente elementare e incredibile, di parcellizzazione dell'organismo umano, di fatto è appartenuta anche ai professionisti della salute mentale e ai ricercatori scientifici che, sull'onda della legittima necessità biologica e medica, hanno cercato di ricondurre anche le emozioni all'attivazione di singoli e specifici siti cerebrali.


Le esperienze vissute da organismi animali sono in realtà delle combinazioni di processi che coinvolgono tutto l'organismo complessivamente e contemporaneamente. È questa assimilazione che ci permette di dire che a provare le sensazioni, le emozioni e a produrre il pensiero non sono i singoli organi o la loro combinazione, ma è la mente del soggetto sottoposto all'acting. Anzi, per meglio dire, è proprio questa esperienza complessa e diversamente articolata che chiamiamo 'Mente' e che, proprio per questo, la stessa mente e il suo prodotto non possono essere ricondotte solo a un'esperienza fisica o emozionale o cognitiva ma saranno sempre individuabili solo come 'insieme'.

Perciò le esperienze, anche quando sono definite 'singole' e si tenta di parcellizzarle o quando sono confinate per motivi di ricerca, come quando si cerca di isolare l'amigdala dall'ipotalamo o dall'ipofisi, perdono identità. Non sono più quegli oggetti osservati e definiti 'esperienza' ma diventano semplici processi biologici, automatici e reattivi, non ricostruibili nella loro totalità.


Giunge a sostegno di questa realtà organismica l'articolo apparso su Sanitàinformazione dal titolo: 'Cervello,le emozioni lo ‘accendono’ come il tatto o il movimento.' di Isabella Faggiano del 9 luglio 2024.


L'autrice fa riferimento ad uno studio, effettuato dall'Università di Milano-Bicocca e apparso su 'iScience', in cui le emozioni e le sensazioni 'accendono' gli stessi siti cerebrali e conclude affermando che: 'Si dimostra così l’idea di un’esperienza ‘incarnata’ delle emozioni, e quindi la necessità di esperire a livello tattile e motorio le emozioni per poterle generare e sentire consciamente'.


Beh, se quasi all'inizio della mia attività professionale, circa trent'anni fa, c'era chi celiava affermando che 'se bastava fare del movimento fisico allora si poteva anche andare in palestra piuttosto che in uno studio di psicoterapia...', oggi è finalmente evidente il senso di proposte psicoterapeutiche alternative.


Ma ciò rende anche sempre più attuale la necessità di porre attenzione a tutti i processi organismici piuttosto che alle singole espressioni comportamentali (come quelle da contenere). ...ma questa è un'altra storia!

Giuseppe Ciardiello


lunedì 8 luglio 2024

Credenze, false credenze e meccanismi di difesa (MDD)

 

Gli animali hanno dei desideri? Certamente, ma per comprenderli è necessario partire dalle loro motivazioni, vale a dire da quelle propensioni che si traducono poi in azioni, come rincorrere, esplorare, competere.

Il gatto non vuole la pallina, desidera rincorrere, così come il cane ama collaborare e quando svolge un’attività insieme a noi ecco che il suo desiderio più grande si avvera.

Le motivazioni sono perciò delle tendenze all’azione che caratterizzano una specie o una razza rendendo il soggetto smanioso di poter compiere quell’attività.

Nel momento in cui le motivazioni del soggetto trovano soddisfazione perché richiamate ed espresse, magari in un gioco, l’animale trova gratificazione, cioè un piacere che è soprattutto coinvolgimento e gioia.

Ma c’è qualcosa di ancora più importante: poter esprimere le proprie motivazioni dà appagamento, cioè rasserena e tranquillizza togliendo inquietudine e noia, che sono alla base dei più importanti problemi comportamentali. (I bisogni e i desideri nel cane e nel gatto)



Da un punto di vista prettamente comportamentale, sono tante le cose che testimoniano la nostra appartenenza al mondo animale e tra queste c'è il bisogno e il desiderio che, tradotto nei termini dello scritto precedente: 'Le motivazioni sono perciò delle tendenze all’azione che caratterizzano una specie o una razza rendendo il soggetto smanioso di poter compiere quell’attività.' porta ad assimilarne i significati.

Dal punto di vista fenomenologico dobbiamo invece ammettere che è possibile ci sia una differenza sostanziale tra desiderio e bisogno.

La motivazione arricchita della fantasia, che carica il bisogno di tutto il pregresso significato storico ed evolutivo di ognuno, è ciò che fa dell'essere umano un 'essere desiderante'. E' ciò che prefigura un desiderio mai veramente realizzabile e che lo rende quindi anelante di un qualcosa mai veramente raggiungibile. Da questa condizione nasce la spinta allo sperare e l'anelito che conduce al 'credere'1.

Il 'credere' fa parte dell''essere umani' ed è come una precondizione da cui possono sorgere le regole della convivenza. Perciò si può 'credere' nell'altruismo, nella bontà, nell'odio, nelle diverse passioni, nell'appartenenza, nell'indipendenza o nell'interdipendenza. Ognuna di queste credenze è ugualmente legittima per cui il 'vero' non sta nell'essenza di una o dell'altra fede bensì nella loro condivisione. Più una credenza è condivisa più sarà legittimata.

La conseguenza del credere è che il comportamento adottato sarà ad esso conseguente e ci si muoverà quindi in base a ciò che si crede.

Credere in qualche cosa, e quindi avere una credenza significa che, nell'approccio con la realtà e nelle relazioni, si contribuisce a costruire rapporti che configurano una relazione alla cui base c'è quella credenza. Ci si circonda quindi di condizioni che confermano la credenza e si escludono quelli che non la confermano. Coerentemente con la credenza, ci si circonderà inoltre di eventi che la confermano e si acquisirà una corrispondente sensibilità e preferenza. Per conseguenza gli eventi e le esperienze che disconfermano la credenza non sono colti e, trascurati con superficialità, passano inosservati.

Credere, in qualche modo vuol dire 'creare' in un gioco di fantasia dove si costruisce la realtà.

Questi stessi comportamenti alimentano e sostenegono le false credenze.

Se da piccoli ci si convince di essere inadeguati o incapaci e se si è stati destinati ad una categoria particolare, per designazione genetica o sanitaria, dai genitori, dagli amici o parenti, e a volte anche dagli educatori o maestri e insegnanti, poi ci si comporterà in maniera tale da riprodurre le caratteristiche di quella categoria con un'enorme difficoltà a cambiare destino e venirne fuori in maniera indolore. In ciò consistono le 'false credenze': convinti di essere sfortunati, sfigati, cattivi, inadeguati, indegni di amore e di attenzione, brutti e incapaci, oppure eccezionali, speciali, fidati ecc., ci si ritroverà con situazioni che quella credenza sostengono e dimostrano. Così la realtà si completa nella circonferenza di un cerchio in cui il 'cane si morde la coda': è così perché ci credo; ci credo perché è così.

Una storiella di Osho ironizza su ciò che può accadere alle persone 'credenti':

"Due preti stanno giocando a golf. Il più giovane manca una buca facilissima ed esclama: <<Cazzo!>> Il più anziano lo rimprovera ammonendolo: <<Fratello, se continui a dire parolacce, Dio andrà in collera e ti annienterà con un fulmine!>>

i prelati riprendono a giocare; di nuovo il più giovane manca un'altra buca, ed esclama: <<Cazzo!>>

All'improvviso i cieli si spalancano, si ode un fragor di tuono e un fulmine lampeggia repentino... stendendo il prete più anziano, che rimane riverso al suolo, stecchito.

Cala un silenzio eterno, poi la voce del Signore rimbomba nel cielo come un tuono: <<Cazzo!>>

Le tue divinità non possono essere diverse da te. Chi le crea? Chi dà loro forma o colore? Tu le crei, tu le scolpisci: hanno occhi come i tuoi, un naso come il tuo... e una mente come la tua!" (da 'La mente che mente', Osho, Urra ed., 1979, p. 99).

I MDD sono processi organismici allo stesso modo delle credenze. Articolano in maniera complessa il modo d'essere delle persone e ne disegnano le modalità interattive. Come le credenze anche iMDD in quanto processi non è detto che siano stati individuati completamente. È possibile ci siano ulteriori configurazioni non ancora individuate e che possano emergere con l'aumentare delle conoscenze delle dinamiche relazionali.

Presenti in ogni persona, lo sono in ognuno in modo (modalità e grado) diverso perciò, quando ci si chiede da dove vengano, come si formano e quali stimoli sono necessari perché si configurino i MDD, ci si sta ponendo false domande. Osservando con più attenzione i processi che li formano è facile intuire che i processi del 'credere a qualcosa' o 'proiettare', 'dissociare' o 'idealizzare' sono tipici modi di 'essere umani'. Questi processi appaiono costitutivi dell'organismo nel senso che sono potenzialmente presenti nell'organismo umano fin dalla nascita (e sarebbe meglio dire fin dal concepimento!) e fin da allora hanno la stessa possibilità di realizzarsi. Nel corso della crescita e dello sviluppo delle relazioni, i MDD si concretizzano incarnando modi interattivi personali. Tali processi assumono l'aspetto, psichico e corporeo, corrispondente alle configurazione con cui li conosiamo presentandosi in modo singolarmente simili, ma non uguali, in ogni persona.

In pratica è in 'questo modo' che l'essere umano funziona.

Questi processi sono parte del modo d'essere delle persone al punto che, se non ci fossero, non saremmo quello che siamo. Saremmo probabilmente 'non umani' perché la nostra umanità è data proprio dall'esistenza di questi processi che ci rendono sensibili alle relazioni che così possono condizionarci.

È apparentemente banale parlare dei MDD in termini di costituzionalità ma è proprio questa loro imprescindibilità che permette di ricondurre la loro eventuale disfunzionalità, del credere e dei MDD, non al loro essere presenti o meno nel complesso personologico, bensì al loro grado di utilizzazione piuttosto che alla semplice presenza.

Nell'organismo umano tutte le credenze sono possibili così come lo sono tutti i MDD per ogni personalità. I processi alla loro base sono uguali per ogni persona così che ognuno decide di credere ad una o all'altra cosa allo stesso modo in cui ognuno alimenterà alcuni MDD invece che altri. Si crederà di più a qualcosa e meno a qualcos'altro ed emergeranno più intensamente alcuni MDD rspetto ad altri. La distinzione la faranno la rigidità e la frequenza con cui le rispettive credenze e i MDD saranno attivati e che, al di là di una 'normale' finestra di tolleranza, ne decreteranno la disfunzione.

Credenze e MDD di difesa nel corpo

Anche nell'uso di una psicoterapia corporea come la Vegetoterapia, che si confronta con la disamina degli aspetti cognitivi a partire dal corpo, ci si incontra con le credenze e i MDD che, facendo parte parte del modo d'essere della persona, assumono anche una forma corporea che li fa definire incarnate. In una configurazione organismica complessiva la persona "è" i suoi modi di difendirsi e i suoi modi di credere per cui, da un punto di vista terapeutico, è necessario pervenre a una formula che decodifichi la relazione che l'organismo agisce nello svolgimento dell'interazione con l'operatore terapeutico.

Ma allora che significa svolgere un lavoro corporeo riferendosi ad una psicoterapia 'Corporea'?

Fino a qualche anno fa l'atteggiamento generale degli psicoterapeuti corporei era quello dell'osservazione comportamentale. Più che a questo tipo di osservazioni, la Vgt parlava genericamente di energie e faceva riferimento anche a quegli aspetti più tipicamente automatici e 'vegetativi' quali brividi, tremori, tensioni, temperature, rigidità posturale, modalità di appoggio dei piedi, elasticità delle ossa mobili (prima di tutto gabbia toracica e colonna vertebrale), mobilità del bacino ecc. Anche queste manifestazioni però non rappresentavano tutto l'organismo e non erano le uniche 'vere' rappresentazioni del modo d'essere delle persone.

Con l'avvento delle neuroscienze, della New age e dei più recenti punti di vista (Searle ecc.) che hanno recuperato alla scienza le modalità introspettive della meditazione buddhista e delle esperienze orientali, con l'apporto dell'osserazione in prima persona, l'aspetto energetico ha preso un significato più ampio: "A partire dalle sensazioni bottom – up, costruiamo innumerevoli forme di percezione e cognizione: i nostri pensieri e ricordi e le nostre convinzioni sul mondo. A loro volta, queste costruzioni esercitano un influsso top down. È così che giungiamo a vedere ciò che corrisponde alle nostre convinzioni: È il risultato del livello top down delle nostre costruzioni mentali, che influiscono sul nostro modo di fare esperienza della realtà.

E il Sé può diventare una di queste costruzioni top down; infatti, la nostra concezione del Sé deriva da ciò che abbiamo appreso, e questa concezione a sua volta plasma la nostra percezione del Sé: il nostro senso del Sé si basa su ciò che crediamo che esso sia. È un processo che si rinforza da sé, che si autorinforza. ('Tra me e noi', D. J. Siegel, Raffaello Cortina ed., 2023, p. 25)

In quattro dei miei libri precedenti ho avanzato l'ipotesi che la mente sia una proprietà emergente di flussi di energia incorporati e relazionali; i flussi hanno origine, emergono, dentro il nostro cervello e il nostro corpo delimitato dalla pelle (flusso incorporato) e all'interno delle nostre relazioni con le persone e il pianeta (flusso relazionale). (idem, p. 73)

Nel libro appena citato D. J. Siegel descrive l'organismo umano come composto da flussi di energie che si incontrano configurando forme composite che, coordinate e integrate, costituiscono singole e soggettive armonie dell'organismo umano.

Così considerate le forme assunte dagli organi, dal cervello, dalle ossa, dalle fibre muscolari, dai tendini ecc., sono le diverse configurazioni assunte da un'unica forma di energia che, nell'organismo umano si organizza e genera quella che definiamo 'mente'.

Da questo punto di vista non ha più senso differenzire le funzioni organismiche che, da sole, non spiegherebbe mai la genesi mentale.

Pur essendo estremamente utili in campo scientifico (medicina, biologia ecc.), anche in psicologia la differenziazione corporea si rivela fallace. Anche quando è necessario conoscere in dettaglio i singoli organi che compongono l'organismo, come quando è necessario conoscere il ruolo svolto dai neuromediatori (sostanze chimiche prodotte dal corpo stesso) e dai neuroni (organi costituenti i diversamente definiti sistemi nervosi), i prodotti mentali non sono riconducibili a singoli settori corporei o agli organi del sistema nervoso. Così, dato che il corpo comprende anche il SNC (cervello) e periferico (nervi e midollo spinale), e che è l'organismo complessivo a costruire e sostenere le relazioni, il corpo e la mente formano un'unica realtà: CorpoMente.

In tal caso ogni forma corporea contiene in sé l'impronta mentale che colora l'agito relazionale. Che detto in altri termini significa che le proprie credenze, le convinzioni e difese (fische/mentali) formatesi per le relazioni vissute nel corso delle prime vicende evolutive, hanno una forma che è sostenuta da un processo neurofisioogico che si riverbera in tutti gli agiti relazionali successivi.

Sarà allora possibile, avendo appreso un vocabolario tecnico operativo adeguato (la Vgt), tradurre le azioni corporee in azioni mentali corrispondenti così da comprendere le credenze e i MDD specifici che le accompagnano.

Appare quindi chiara la funzione degli acting di Vgt: sono proposti allo scopo di promuovere un 'agito' in ambiente protetto (il setting terapeutico) che, libero dalle influenze esterne, può testimoniare e rendere evidente la forma mentale implicita.


Giuseppe Ciardiello



1L'uso del verbo al posto del sostantivo è deliberato per sottolineare l'insostanzialità del processo.

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