martedì 14 maggio 2024

Interpretazione, contestazione, contestualizzazione e contrastazione in vegetoterapia

Perché in psicoterapia è molto più consigliabile contestare, contrastare e contestualizzare piuttosto che interpretare? E questo, vale anche per la vegetoterapia?

Sempre l'arte può aiutare a spiegare in modo molto semplice quelle stranezze e verità psicologiche più di quanto potremmo fare con ragionamenti e spiegazioni logiche.

Proviamo ad osservare l'immagine che segue: 


Cosa ci vediamo? Cosa ci fanno venire in mente queste immagini?

La realtà è che questa foto riproduce nient'altro che una serie di colori spiaccicati sulla parete del muro di una casa (in località Testaccio che è un quartiere storico di Roma). 

Si tratta di macchie di colore diversamente composte che, ombreggiando queste pareti, assumono una certa composizione lineare e cromatica. In queste linee e in questi colori ognuno di noi ci vede determinate cose.

Per poter dare senso a queste linee e macchie viene solitamente usato il meccanismo della proiezione. Cioè proiettiamo la sintesi delle nostre esperienze pregresse, con quelle linee e quei colori, dando forma a quella che è la nostra immaginazione riempendo e colmando con la fantasia i tratti mancanti. 

In questa operazione ognuno riempie a modo proprio gli spazi mancanti dando una forma molto soggettiva a quelle linee e a quei colori. Questa operazione è definibile come: interpretazione (L’atto e il modo di scoprire e spiegare quanto in uno scritto o discorso appare oscuro od oggetto di controversia, di attribuire un significato a ciò che si manifesta o è espresso in modo simbolico, attraverso segni convenzionali o noti a pochi)

La cosa interessante dell'interpretazione è che è un processo che una volta realizzatosi non può essere annullato. Così una volta dato un senso ben specifico a quelle linee e a quelle macchie, non possiamo più tornare alla condizione mentale originaria in cui non c'era ancora un senso unificato.

Nello specifico, per tornare al nostro disegno sul muro, possiamo interpretare queste macchie come la rappresentazione di un bambino e già questa sarebbe un'interpretazione di quelle macchie perché la dimensione e le forme rappresentate sono ben diverse da quelle di un bambino reale.

Poi, anche nella figura affianco si può dedurre l'immagine per esempio una macchina sfasciata, si possono intravedere delle nubi e interpretare la piccola macchia in fondo a sinistra come un piccolo cuore (rispetto all'immagine complessiva) e, la macchiolina in cima, come una bambolina su un monte.

Insomma è evidente che quello che mettiamo in atto è un processo interpretativo alla cui base c'è la proiezione. Quindi possiamo facilmente riscontrare, in un normale processo quotidiano di lettura della realtà che ci circonda, la messa in atto di meccanismi di difesa evidentemente attivi quotidianamente in ognuno.

Della proiezione la cosa interessante è che ognuno può proiettare qualunque cosa che però sia soggettivamente importante. Le stesse macchie di colore, per tutti uguali e per tutti poste in una stessa identica configurazione, assumono per ognuno un significato diverso.

Messe insieme, l'interpretazione e la proiezione, in terapia assumono un senso particolare: una volta che qualcuno interpreta in un certo modo le macchie sul muro, queste assumono una configurazione condivisa che non consente più il ritorno alla condizione iniziale di confusione. Non è più possibile annullare l'emergenza di quell'immagine per tutti quelli che di quelle macchie faranno esperienza avendo conoscenza della precedente interpretazione.

Per esempio nell'immagine rappresentata oltre alla macchina sfasciata, alla bambolina e al muscolo cardiaco, pur non essendo perfettamente evidente, la nostra fantasia riempie gli spazi lasciati dalle nuvole e compone la figura di un cane. 

Una volta definito, anche le persone che all'inizio non lo avevano dedotto possono più facilmente riuscire a vederlo 'rappresentato' (anche se non lo è compiutamente) e ancora di più ci si riesce se alla descrizione verbale aggiungiamo il fatto che la macchina sfasciata è tra le fauci di questo 'cane lupo'.

Una volta resisi conto che quelle macchie rappresentano quell'oggetto non si può più fare a meno di vedercelo!

Cosa si può dedurre da questo processo così condizionante?

Intanto che il processo interpretativo è un processo interattivo estremamente pericoloso. Se anche nelle interazioni umani comuni e quotidiane, una volta realizzatosi rischia di vincolare le persone e non lasciarle più libere di supporre ulteriori sviluppi concettuali a interpretazione degli eventi, figuriamoci il valore che assume  nelle transazioni terapeutiche.

Se l'interpretazione è così vincolante, e da questo punto di vista così deleteria per l'ambito terapeutico, transazioni meno deleterie sono la contestazione, la contrastazione e la contestualizzazione che in qualche modo sono transazioni che, aggirando la necessità della personalizzazione, sono spinte che cercano l'arricchimento soggettivo delle forme assunte da quelle macchie e per le quali ognuno può esprimere una propria interpretazione .

Spesso si è convinti di dover distinguere la psicoterapia corporea da quella cognitiva demarcando fortemente gli interventi cognitivi, e quindi verbali, da quelli corporei. In realtà si possono usare questi strumenti cognitivi anche in modalità metaforica nel campo corporeo, e vegetoterapeutico, ricorrendo a strategie di contato corporeo.

Per esempio si può lavorare sulla respirazione. Facendo distendere una persona e chiedendogli di respirare profondamente, gli si appoggiano le mani sul torace assecondando il movimento respiratorio. L'assecondamento al respiro spontaneo della persona distesa richiede la sintonizzazione del movimento dell'intero corpo del terapeuta al respiro che corrisponde, in qualche modo, alla dimensione della contestualizzazione. E' come un reciproco prendere atto del contesto esperienziale e l'intera sequenza prende forma di un accordo reciproco circa la modalità contestuale dell'atto.

La contestazione nasce dall'accentuazione delle fasi di inspirazione o espirazione o pausa. Durante le diverse fasi si può: a) aumentare la pressione sul torace nella fase di espirazione (ciò lascia intendere che è possibile andare oltre il limite espiratorio). b) sollevare la cassa toracica quando il paziente è al massimo della sua dilatazione polmonare (si può agire sollevando la cassa toracica Sollevandole costole mobili oppure spingendo dalla parte scapolare).

Allo stesso modo la pausa può essere accentuata o diminuita indugiando o sollecitando il movimento della cassa toracica. Tale pratica sembra suggerire la possibilità di un'accelerazione respiratoria oppure un suo rallentamento e quindi un prolungamento della pausa.

Il processo di contrastazione si può proporre opponendosi ai relativi movimenti respiratori. Si può comprimere il torace nella fase di inspirazione oppure sollevarlo, come sopra, agendo sulle scapole o sulle costole libere.

Anche per la vegetoterapia vale quello che è stato detto, all'inizio di questo lavoro, a proposito dell'interpretazione. La configurazione, fisica e psichica, assunta complessivamente dal vissuto della persona, una volta interpretata prende una forma ben definita e rende poi impossibile il ritorno allo stato mentale precedente l'interpretazione stessa. Ciò vuol dire che le configurazioni assunte con le modalità respiratoria suggerite dal terapeuta, possono essere interpretate solo dalla persona che le ha sperimentate. Il paziente resta l'unico legittimato a descrivere sia la forma che secondo il suo punto di vista quella configurazione ha assunto, sia i vissuti che gli si sono presentati nel momento della sperimentazione.

Ciò vale per qualsiasi movimento si possa svolgere o che si possa proporre al paziente e per qualsiasi parte del corpo si possa investire. Le diverse dimensioni della contestazione, della contestualizzazione e della contrastazione si possono utilizzare per qualsiasi acting di vegetoterapia.

Giuseppe Ciardiello




 

venerdì 26 aprile 2024

Quello che si impara facendo lo psicoterapeuta

Una cosa che il mestiere dello psicoterapeuta insegna è che tutti gli uomini e donne sono uguali nella loro diversità; vuol dire che sono strutturalmente uguali ma funzionalmente diversi e che, pur somigliandosi, funzionano in modo diverso.

Sembra facile entrare in questo paradosso eppure, almeno per le derive sociali cui si assiste, per la maggior parte delle persone deve rimanere alquanto strano concepire una diversità nell'uguaglianza. Eppure tutti noi sappiamo che pur essendo composti degli stessi organi, ognuno di noi funziona in modo diverso.

Ogni organismo umano si compone di impianti epidermici, ossei, muscolari, e di organi interni che comunicano tra di loro per mezzo del sistema nervoso centrale.

Il SNC, formato dal cervello e dai nervi, che sono la sua promanazione organismica, raggiunge praticamente tutti gli organi del corpo compresa la pelle che è l'organo più periferico. Così gli stimoli che vengono dalla realtà nella quale ci troviamo, registrati dalla periferia del corpo, dalla pelle e dagli organi ricettivi periferici, sono trasportati al cervello perché li traduca. Lo fa trasformandoli da messaggi elettrochimici in immagini, pensieri, concetti e forme che abbiano senso per l'organismo così da comprenderli.

In pratica sarebbe come dire che il SNC usa i messaggi per costruire una mappa del mondo che circonda l'organismo; una mappa che non potrà mai essere una riproduzione in scala 100 %.

Questo vuole anche dire che ognuno di noi si muove in un mondo costantemente 'mappato' e costruito facendo uso di intenzioni, improvvisazioni, ipotesi, impressioni, opinioni ecc.

A questa traduzione partecipano anche tutte le esperienze passate che sono come un piano di riferimento esperienziale alla capacità di costruire un'architettura coerente di queste mappe. 

Allora dare un senso agli stimoli che colpiscono il nostro corpo e che raggiungono il nostro cervello, per il nostro SNC è come dare alla mappa un senso logico, lineare, coerente e personale.

Così ogni mappa è soggettiva e ogni realtà riprodotta è diversa da quella prodotta da chiunque altro.

E' da aggiungere che la traduzione effettuata dal SNC non tiene conto della possibile diversità dello stimolo che la sostiene né delle possibili diverse conformazioni dell'organo che questo stimolo riceve e trasporta. Inoltre non tiene neanche conto del fatto che la sua conformazione dipende anche dalle esperienze vissute.

Cioè il cervello, che è un organo che traduce gli stimoli, non registra le differenze che lo costituiscono e lo rendono soggettivo per le forme assunte in relazione alle singole esperienze. Ciò perché non esiste una forma ideale organismica. Per lui tutto è perfettamente funzionante indipendentemente dal modo in cui gli organi funzionano. L'importante è che trasmettano l'informazione.

Così possiamo concluderne che nella vita comune, pur assistendo ad un unico spettacolo musicale, non si è consapevoli del fatto che, per esempio l'udito di ognuno degli spettatori, è qualitativamente diverso dall'uno all'altro e che quindi ognuno costruisce una mappa soggettiva. 

Nelle forme umane tutta la fisiologia è differenziata ed assume forme identitarie diverse. Anzi è questa diversità che normalmente definiamo 'identità'. Si realizza per questa differenziazione quell'unicità che ognuno di noi mette in campo nell'interpretare, per esempio, un'opera d'arte.

Per il diverso peso del corpo sulla poltrona sono diversi i punti di vista rispetto al contesto dello spettacolo. I diversi SNC ricevono dal corpo, e quindi dagli occhi, orecchie, nasi, pelli ecc., messaggi diversificati per soggetto della stessa realtà. Informazioni diversificate poi tradotti e interpretati da cervelli diversi per esperienza.

Con tutta questa diversità non può che esserci un esito diverse per ogni interpretazione della realtà, anche quando questa è comune a tante persone. Così l'applauso dedicato ad una stessa esecuzione musicale o ad un'opera teatrale, in realtà è rivolto ad una propria traduzione dell'opera, alla mappa che si è costruita e alle proprie proiezioni impressioni sensoriali.

Del resto probabilmente l'arte è proprio questo: quell'attività, tipicamente umana che, pur nella diversità dei corpi, coglie il senso di infinitezza che li accomuna. Quel senso che li rende uguali!

Il paradosso dell'umanità consiste proprio nel fatto che la differenza tra persone sta nella loro uguaglianza.

Nelle persone sono uguali i modi in cui realizzano costruzioni simili della realtà che li comprende. Quindi si è contemporaneamente uguali e diversi nell'interpretare la realtà così che lo si è, uguali e diversi, in tutte le altre istanze umane che non possono che essere improntate alla diversità e all'uguaglianze organismiche.

Allora, e veniamo alla conclusione di questo apparente panegirico, se un cieco non può costruire nel suo immaginario una realtà composta dagli stessi colori di un vedente, sarà mai possibile che un organismo composto di genitali maschili possa costruire, nel proprio immaginario, la stessa identica realtà di un organismo che possiede genitali femminili?

E pur essendo vero che tutti gli uomini sono uguali a tutte le donne di questo mondo, è anche sacrosantamente vero che la loro differenza non consiste solo nei genitali.

In un post di qualche giorno fa ho postato su Facebook una provocazione sul tema dell'aborto sul cui tema suggerivo fossero solo le donne ad esprimersi.

Con queste righe vorrei eliminare la vena provocatoria e, volendo entrare nello specifico, vorrei rivolgermi a tutti gli amici e nemici, uomini e maschi, di un certo credo, ceto, età, estrazione e appartenenza e fede politica e ideologica, e chiedergli: ma secondo voi, onestamente, è mai possibile per noi, di genere maschile, sostituirci agli esseri di genere femminili nelle decisioni che riguardano la maternità? Ma per come siamo conformati e costituiti, noi uomini potremmo mai cogliere e rappresentarci la sensazione fisica della fecondazione, per amore o per violenza subita, le leggeri intemperanze chimiche che seguono i movimenti dell'ovulo nello spostarsi e radicarsi nell'utero. Potremmo mai immaginare le mappe delle flebili sensazioni dello sviluppo dell'embrione e quelle che vengono dopo, quando si trasforma in feto e poi spinge per nascere? E potremmo mai rappresentarci quelle sensazioni che derivano dalla ricerca sempre maggiore dello spazio che il nuovo organismo comincia a reclamare nella ricerca del proprio posto nel mondo?

Ecco! E' con questi messaggi fisici, chimici, esperienziali che una donna fa i conti quando deve decidere se portare avanti o no la propria gravidanza. Messaggi che io uomo fatico ad immaginare e che, a volte invidiandola, mi rappresento sempre come un dono quell'onere di decidere se consentire o no, alla vita che alberga nel suo grembo, di continuare ad 'essere'.

Per queste condizioni solo l'arroganza, la presunzione, la prepotenza e la violenza possono permettere a degli stessi esseri umani maschi di intromettersi in una decisione strettamente femminile.

Giuseppe Ciardiello

sabato 20 maggio 2023

Cosa c'entra l'indifferenza con Reich?

 Certo in un blog sulla psicoterapia sembra strano che ci si possa esprimere sull'indifferenza senza relativizzarla ad un processo psicoterapeutico. Viene da chiedersi se sia normale essere indifferenti, e se è una patologia o se comunque un disturbo, in quale categoria relegarlo? 

Ma allora, in linea col desiderio di scrivere sull’indifferenza, ci si potrebbe chiedere sul senso di questa energia dell’indifferenza. E' veramente quello dell'indifferenza un atteggiamento derivante dall'assenza di energia o non è piuttosto un atteggiamento derivante da una perversione energetica?


Normalmente l'energia, come la vita, non passa da un essere all'altro. Essa è trasfusa da un organismo all'altro nel senso che è attivata allo stesso modo in cui è attivata nell'organismo originale. In pratica potremmo dire che la vita è una riproduzione frattalica. È un clone matematico. La vita appartiene alla vita; non è regalata da nessuno a nessun altro né alcuno è veramente debitore di qualcun altro per la vita che lo vive. È dato dalla vita alla vita non da qualcuno a qualcun altro. 

Ma la spinta, l'intenzione che vive dentro di noi e che in qualche modo tende ad uno scopo ben specifico, quella viene da qualche altra parte; viene dal nostro passato, dalla combinazione di eventi che hanno costituito il nostro carattere, e che con questa indifferenza forniscono alla nostra vita in questo momento il senso specifico che la colora.  

E quando questo senso non c'è, vuol dire che qualche altra cosa dentro di noi, qualche altro senso, è subentrato per impedirlo.


Strano a dirsi in un contesto terapeutico, ma nella psicoterapia reichiana non è contemplata l'indifferenza. È contemplato esattamente il suo contrario; è prevista la partecipazione viscerale spontanea, istintiva che con tecniche e strategie adatte, quindi con l'analisi degli aspetti cognitivi e sociali adeguati, riesce a realizzare un comportamento adeguatamente modulato dalle strategie apprese nel gruppo di appartenenza. 

La realizzazione di tutto ciò è indice di partecipazione. 

Quando subentra l'indifferenza non è necessariamente vero che manca qualsiasi senso della vita. Rimane il senso personale dove si resta indifferenti per economia, perché fa comodo, perché è più semplice, per uno strano senso di narcisismo per il quale si rimane aggrappati, si rimane appesi alla salvaguardia di un senso di sé assolutamente egocentrico. 

Da questo punto di vista non è assolutamente vero che l'indifferenza comporti una tranquillità fisico chimica. Come non è vero che le persone indifferenti siano liberi da problemi psicosomatici.


Le asme, le aritmie, i bruciori di stomaco, le ansie, gli attacchi di panico, le crisi di insonnia, gli aspetti anoressici e bulimici, sono tutte manifestazioni che continuano rivelarsi nei caratteri e nelle personalità indifferenti. 

Spesso nelle persone indifferenti quello che maggiormente si riscontra è proprio la pressione alta, uno strano squilibrio vagale. È indice di un controllo quasi arcaico, automatico, che è diventato strutturale nella dinamica della personalità. Non ci si accorge nemmeno più di controllarsi, non c'è sforzo fisico o psichico tendente a distrarre da quello a cui si sta assistendo. L'indifferenza è diventata parte costitutiva della muscolarità, per cui gli occhi, la testa, il collo, le spalle, tutto il complesso dell'organismo si configura partecipando ad un atteggiamento di indifferenza. Quando accade di accorgersi di essere spettatori di un evento increscioso, tutto l'organismo partecipa alla distrazione, alla spinta organizzata per indurre l'organismo a guardare da un'altra parte. 


Allora è evidente che anche in questo caso, anche con l'atteggiamento dell'indifferenza la psicoterapia può fare molto. Intanto aiutando a capire che l'indifferenza non è un sentimento né un'emozione ma un atteggiamento per realizzare il quale le emozioni e i sentimenti sono stati silenziati (siamo bravi in questo per salvaguardare la nostra tranquillità).

Con la relazione terapeutica si può riscoprire dentro di sé il gusto dell'interessere, il senso della partecipazione sociale, il desiderio dell'appartenenza, il bisogno dell'aiutare per essere aiutati, e smettere di essere spaventati dalle richieste e dai bisogni che possono essere reciprocamente espressi; una vera relazione umana in un ambiente/spazio protetto può assumere il senso di un lavoro psicoterapeutico che va a ricostruire nel rapporto duale la ridefinizione di esseri umani.


Giuseppe Ciardiello

martedì 16 maggio 2023

La malattia dell'indifferenza

 Stavo pensando ad un libro che ho letto un po' di tempo fa. È un libro di Yalom ("Psicoterapia Esistenziale", Irvin D. Yalom, Neri Pozza Editore, 2019) in cui parla nello specifico della condizione della nostra esistenza per la quale, quando veniamo al mondo, è come se entrassimo in una sala cinematografica. Siamo gli ultimi ad entrare perché gli ultimi nati. Mano a mano che passano gli anni, i nostri posti cambiano e ci avviciniamo sempre di più allo schermo liberandosi quelli a noi davanti. Fin quando poi, arrivati ai primi posti, in prossimità dello schermo, ci tocca uscire dalla sala.


Non è solo l'occasione del compleanno (70 anni) a portarmi a questo pensiero. Credo che sia l'avvicinarsi dello schermo, l'accorgermi giorno dopo giorno che sempre più precipitosamente si avvicendano i giorni e il tempo che mi rimane è molto meno di quello già trascorso. Sono sempre più vicino al momento in cui anch'io mi alzerò per uscire da questa sala.

Forse a quest'età ci può stare il fare un po' il resoconto della propria vita. Mi chiedo allora se ho impegnato bene tutto il tempo che era a mia disposizione. Ed è stato leggendo 'La nuova manomissione delle parole' di Gianrico Carofiglio (Feltrinelli, 2021) che ho potuto essere generoso nei miei stessi confronti e donarmi un piccolo plauso riconoscendomi uno sforzo alla coerenza e all'onestà intellettuale.


Ho capito che l'inganno più grosso che si può realizzare nella propria esistenza, è coltivare l'idea di potersi assolvere solo perché ci si è tenuti fuori dalla mischia.

Quest'idea è sostenuta da un vero rivoluzionario che in questo libro Carofiglio riprende pari pari. Si tratta di uno scritto di Antonio Gramsci del 1917 il cui titolo è 'Odio gli indifferenti' e che apparve nella sua rivista “La Città Futura":

Odio Gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che “Vivere vuol dire essere Partigiani”. Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Che vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.
Le indifferenza è il peso morto della storia. È la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall'impresa eroica.
L'indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. E la fatalità; e ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che si ribella all'intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare, non è tanto dovuto all'iniziativa dei pochi che operano, quanto all’indifferenza, all'assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvengano, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell'ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa. I destini di un'epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perché non se ne preoccupa. Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell'ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un'eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e che non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e che indifferente. E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch'io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tale male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano.
I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze. Ricominciano così da loro assenza da ogni responsabilità. E non già che non vedano chiaro nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare bellissime soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto urgenti. Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale, non di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti attivi nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun genere.
Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. È sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l'attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c'è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che stava la finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene che l'attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato perché non è riuscito nel suo intento.
Vivo, sono partigiano. Perciò odio che non parteggia, odio gli indifferenti.

A questo punto Carofiglio continua citando la frase di una canzone di Bob Dylan che alcuni anni dopo, molto più sinteticamente, dicono la stessa cosa:

How many times can a man turn is head/pretending that he just doesn't see

(Quante volte un uomo può voltare la testa facendo finta semplicemente di non vedere.)

Giuseppe Ciardiello

martedì 18 ottobre 2022

Aggressività e violenza. Una vita fa, avevo quattordici anni...

 

Avevo quattordici anni quando, scoperto Reich (l’allievo di Freud che ideò la Vegetoterapia), scoprii qualcosa che sentivo vivo e chiaro nell’animo: l’aggressività che mi pervadeva non era naturale ma era la risposta a quanto accadeva fuori di me. 

Ero un adolescente insoddisfatto. Infagottato in un corpo più grande e appariscente di me, mi sentivo strano e immaturo, per non dire incapace; e questo mi frustrava. Mi rendeva insoddisfatto di qualunque cosa.

Avevo qualche abilità! Mi piaceva leggere e questo mi rendeva più analitico dei ragazzi della mia età. Mi piaceva narrare storie. A scuola, andavo bene in italiano!

Ma ero arrabbiato.

Reich spiegava, a chi lo leggeva, che la rabbia non era riconducibile a un istinto innato. 

Esisteva sì, la libido, ma questa era riconducibile a un’istanza piuttosto che a un istinto. Che nell’uomo non esisteva l’istinto, come quello degli uccelli per intenderci, per esempio le rondini che sembrano ingegneri quando costruiscono il nido, senza essere andati all’università.

Non so se avete mai visto i nidi che costruiscono gli ‘Inseparabili’. Quei pappagallini verdi che a Roma hanno invaso tutte le ville e alcuni parcheggi arredati da grandi alberi. Sono nidi in condominio, enormi, con le entrate nelle parti inferiori e laterali, forse per evitare che la pioggia li allaghi.

Quello è l’istinto; costruiscono quei nidi ‘istintivamente’. Ad un certo punto dello sviluppo si accoppiano e, scattato qualcosa che dà l’avvio, la coppia comincia a costruire il nido conoscendo a priori la tecnica, che è sempre la stessa, migliore.

Noi uomini, alla nascita, non sappiamo nemmeno camminare e per imparare ad andare in bicicletta dobbiamo aspettare diversi anni. Qualcuno l’impara mai!

La nostra abilità sta nel saper imparare. E l’apprendimento non è un istinto ma una facoltà mentale!

Le facoltà mentali, si sa, sono condizionate dalle emozioni così, se siamo frustrati, insoddisfatti, scontenti, impariamo presto o a sopportare o a reagire aggredendo o a scappare o a irrigidirci in un rifiuto mal espresso. Dipende dai campioni di comportamento da cui abbiamo potuto imparare. Dipende dai genitori, dagli amici, dagli insegnanti che appaiono nel corso della nostra esistenza. Dipende dai maestri che ci insegnano a gestire la rabbia o a costruire un buon Io.

Così qualche decina di anni fa ho incontrato il libro di Ammon Gunter: ‘La dinamica di gruppo dell’aggressività’, Astrolabio, 1970.


Quando è uscito questo libro avevo ventisette anni. Disorientato da una realtà che non regala niente, mi stavo confrontando con un Io che nuotava ancora in alto mare.

Questo dice Ammon: ‘Soltanto chi è adattato nei confronti del proprio Io, nel senso che riconosce l’identità del proprio Io ed il proprio valore, saprà anche delimitare se stesso nei confronti di un altro Io rispettando e lasciando intatta l’altra personalità in quanto diversa ed autonoma; solo una persona simile sarà libera da una attrazione simbiotica e dall’attesa e dalla richiesta inconscia che l’altro corrisponda completamente ai propri desideri e che, dal punto di vista psicoanalitico, sia una specie di estensione del proprio Io.

Un dialogo costruttivo è possibile soltanto se si riconosce e si lascia intatto l’altro e, vorrei aggiungere, soprattutto il più debole.’. (Ammon, 1970, p. 33)

Soltanto chi si sente integro (tutto intero), ben formato e non teme di perdere parti di sé, riesce a riconoscere l’altro nella sua integrità e riesce a comunicargli le informazioni di cui è in possesso senza lederlo nella sua identità e senza toccare la sua paura d’essere cambiato.

Ma io ero incerto e arrabbiato. Frustranti le mie relazioni, anche intime, si improntavano al riscatto, in risposta al bisogno di ‘avere’ si coloravano del desiderio del potere (non della potenza, direbbe qualcuno un pò polemicamente). Non lo sapevo, non me ne rendevo conto ma la mia aggressività spesso si manifestava come violenza anche nei miei desideri sessuali e non. Desideri che stentavo a riconoscere come sete d’amore e bisogno di riconoscimento.

Il libro di Ammon descrive in maniera molto più dettagliata da quanto espresso da Reich: ‘In vent’anni di esperienze ho avuto ripetutamente occasione di osservare nei miei pazienti processi distruttivi rivolti contro se stessi o contro l’ambiente. … Non sono però riuscito a trovare tracce di un istinto di distruzione o di morte innato, costituzionale. Ciò che poteva sembrare un simile istinto di distruzione, poteva trovare una spiegazione nella psicodinamica e nella storia della vita del paziente. … A mio avviso l’aggressività distruttiva va sempre intesa come una reazione alla frustrazione.’ (id., p. 11)

La repressione reprime tutte le forze, anche quelle semplicemente espressive e amorevoli. Ogni repressione è violenza ma questa chiarezza, pur colpendomi molto, non si definì in maniera incisiva. Ma credo che non avvenne neanche nei colleghi che questo libro hanno letto perché nessuno me ne ha mai parlato. O io non ho mai capito?

Come mai? Come è possibile che una dichiarazione così evidente non riceva l’importanza che riveste nemmeno in ambito reichiano dove si parla tanto di amore, sesso e energia?

È un libro emarginato forse perché mette in discussione l’ideologia dominante e il punto di vista di un personaggio dalle dimensioni di Freud?

Occorre dare un senso a questa deriva, se di deriva si tratta ancorché sociale: ‘L’esperienza mostra che l’asservimento ad una ideologia costituisce spesso l’ostacolo più difficile per la psicoterapia e che può addirittura renderla impossibile. A mio avviso la dinamica dell’ideologia è affine alla dinamica del pregiudizio. (Id., p.16).

Domanda: esiste un pregiudizio nei confronti dell’ideologia freudiana?

Difficile negarlo… I cultori della teoria reichiana si sono sempre sentiti un po’ come i fratelli piccoli di Freud. Un pò impacciati abbiamo voluto definirci Analisti forse perché la psicoterapia ci andava stretta. Diciamoli pregiudizi di contorno, come le verdure che non contano o che apparentemente non sono la sostanza. Ma comunque pregiudizi.

L’aggressività distruttiva, che per Ammon si differenzia da quella costruttiva (ad-gredi), si manifesta specialmente nei gruppi, e quindi nella società sotto forma di guerre, quando la creatività è inibita o soppressa: ‘Perché la psicoterapia, sia individuale che di gruppo, abbia successo, è molto importante che venga data al paziente la possibilità di manifestare la propria aggressività. Solo se gli è consentito di manifestare la sua aggressività, sia nel senso della distruttività che nel senso del costruttivo ad-gredi, la terapia potrà dare risultati positivi.(id., p.18). Almeno in terapia, sì, cerchiamo di essere onesti e sinceri. Siamo aggressivi quando mangiamo, quando giochiamo, quando vogliamo essere bravi, quando gareggiamo per dimostrare di sapere più degli altri. Lo siamo nelle manifestazioni d'amore e in quelle d'amicizia. 

Ma sappiamo anche distinguere la violenza?

L’aggressività distruttiva preferisco chiamarla violenza che si può esprimere nei comportamenti ma anche nelle parole, nei gesti, nel modo di guidare l’auto e nel dare gentilmente (?) la precedenza. Perciò quando la guerra s’impone in una società è probabile che anche una qualche forma di espressività creativa è stata sacrificata e che, anche nei gruppi medi o piccoli che siano, l’informazione ha smesso di rivestire la funzione per  cui è stata creata (la messa in comune del sapere). In tal caso siamo già davanti all’espressione di qualcosa di alieno perché reattivo rispetto alla nostra integralità. Quell’istanza che definiamo NOI, non si accorge dell’estraneazione e del conflitto che lo vive. Noi non ci accorgiamo di vivere in conflitto e quello che striscia sotto la pelle è un IO folle fatto solo di reazioni e pensieri che si costruiscono al di là della consapevolezza. Nello sguardo appare un Io rabbioso e carente, malato di un desiderio di potere insoddisfacibile, perché costituzionalmente vuoto, che nelle relazioni cerca solo il riscatto.

In termini psicoanalitici si può dire che nell’aggressività distruttiva l’uomo non è consapevole dei suoi motivi. L’aggressività sta sotto il dominio e il controllo dell’Io, mentre la distruttività non lo è. L’aggressività non presenta conflitti, mentre la distruttività è generata da un conflitto. Per finire vorrei presentare un modello della psicodinamica dell’aggressività distruttiva, basato sull’esperienza che ho fatto su alcune centinaia di sofferenti psichici durante gli ultimi vent’anni.

Nello sviluppo infantile di questi pazienti ho riscontrato la seguente dinamica familiare: la sessualità infantile precoce era stata respinta dai genitori, e come essa l’ad-gradi, l’esplorazione e la sperimentazione della prima infanzia. … In sintesi si può dire che l’aggressività distruttiva impedisce ed inibisce qualsiasi tentativo di autorealizzazione, di attività lavorativa e di amore. L’ad-gredi invece consente l’attività, l’amore e quindi l’autorealizzazione. (id. p.22)

In questi strani tempi di minacciosi preludi catastrofici, come molti, anch’io ho l’impressione di star vivendo l’esordio di una nuova era. Forse qualcosa sta cambiando davvero nei cuori trepidi dell'umanità.

Mi capita sempre più spesso di incontrare persone dolci, che non aspirano al potere e che mostrano una forza intima definita e decisa. Che perseguono con rettitudine principi decorosi di amicizia e donatività malgrado la disarmonia spicciola quotidiana in cui ci si sperimenta e che ci scopre preda inerme. 

Che poi, nonostante questi cambiamenti relazionali, capiti ancora che anche in questi contesti si esprimano ogni tanto lotte di potere, mi sembra normale e, senza voler rinnovare alcuna caccia alle streghe, forse dovremmo tutti imparare dal Dalai Lama e vedere in questi piccoli mostri, oltre agli strenui tentativi della società malata di asservirci, i maestri che ci mettono alla prova per fortificarci e rinsaldarci nella convinzione di stare agendo nella giusta direzione.

Perciò nei conflitti, che sorgono nelle relazioni e nei gruppi, non bisogna sprecare energie nella reazione ma cercare di comprendere cosa nella nostra comunicazione non è andata per il verso giusto.

… e correggerla!



PS: ma Ammon non è il solo ad avere scritto di istinto, aggressività e violenza. Un altro bel libro, un pò più intenso e mirato a diverse ricerche sull'aggressività, anche quelle che studiano i comportamenti aggressivi di persone intermediari di richieste altrui (coloro che sono aggressivi perché gli viene chiesto da una persona di rango gerarchico superiore), è: 'Aggressività', di Mauro Fornaro del 2004 edito da il Centro Scientifico Editore.

Solo un piccolo passo di questo libro a sostegno di quanto sostenuto da Ammon e Reich: 'Anzitutto l'istinto va distinto dal semplice impulso, o spinta, come ricorda Eibl-Eibelsfeldt, essendo questi altri "meccanismi motivanti", che spingono dall'interno dell'organismo e richiedono una qualche azione evolutiva. L'istinto appare invece un programma o modulo comportamentale a disposizione dell'individuo che, una volta innescatosi in certe condizioni scatenanti, prevede sequenze d'azione prefissate; inoltre esso è preformato, nel senso che fin dalla prima esecuzione si manifesta nella sua forma completa e definitiva (e non per aggiustamenti successivi della sequenza comportamentale); infine, generalmente, l'esecuzione è piuttosto rigida, stereotipata, piegandosi scarsamente alla variazione delle circostanze ambientali. Pertanto l'istinto, se per definizione ha le caratteristiche testé elencate, è senz'altro innato, ereditato e selezionato nella filogenesi. (p.56)

Ma veniamo alla rivalutazione umana per quanto concerne alle reazioni istintive nell'uomo.

...Pure nell'uomo esistono comportamenti istintivi, ad esempio le reazioni di paura del bambino intorno all'ottavo mese di fronte all'estraneo, l'atteggiamento di difesa già alla seconda settimana di vita, quando gli si mostra su unp scherma una macchia che, ingrandendosi, dà l'illusione di un oggetto che gli viene addosso.

La questione appropriata nel caso dell'uomo è, secondo noi, se si può includere nella definizione di istinto l'esecuzione dei tipi di comportamento aggressivo di cui sopra: la caccia e comunque l'uccisione di animali a fini alimentari; i conflitti per il territorio, per l'accaparramento di beni (cause prime di lotte tra singoli, tra gruppi e di guerre tra umani); le contese per l'accoppiamento sessuale, le contese per la gerarchia nel gruppo (carriera, posizione di comando, di leadership nella società) ecc. Che ci siano spinte e motivazioni nella direzione di questi tipi di comportamento, non c'è dubbio; che la loro esecuzione sia in toto dettata da programmi filogenetici, preformati e rigidi, quali sono gli istinti, è assai improbabile. Tanto grande infatti è il peso dell'apprendimento e della cultura nell'esecuzione di questi tipi di comportamento, tanto grande poi è la variabilità nelle modalità esecutive individuali e di gruppo. inoltre le circostanze innescanti non paiono così cogenti come nel caso dei comportamenti analoghi nelle specie animali. (p. 57)

Quindi, in sintesi:

In questo senso non c'è un istinto aggressivo, perché "non esiste una regola di condotta universale nel comportamento competitivo e predatorio" (Wilson, 1975: Sociobiologia. La nuova sintesi., Zanichelli, 1979). Piuttosto, a seconda delle circostanze e delle convenienze, si attua l'uno piuttosto che l'altro programma comportamentale. E in varie occasioni può essere più utile , all'individuo o al suo gruppo, rinunciare all'aggressione, o al contrario esercitarla nelle forme più aberranti. (p. 60)


Giuseppe Ciardiello

giovedì 30 giugno 2022

Psicoterapia o Analisi rileggendo 'Introduzione alla Psicoterapia Sensomotoria'

 


Psicoterapia e analisi

 

Il fatto che la Vegetoterapia sia derivata dalla psicoanalisi non giustifica l’utilizzo moderno del termine ‘Analisi Reichiana’ quando vogliamo fare riferimento ad essa. Quello che il termine aggettivato, Analisi Reichiana, sembra intendere è differente dall’uso terapeutico della Vegetaterapia che, per conservare le sue caratteristiche originali di tecnica terapeutica, necessita di riferimenti epistemici differenti da quelli cui si ricorre in applicazione analitica. A meno che non si voglia intendere qualcosa di diverso che allora andrebbe esplicitato.

Spesso ho cercato di trovare le parole per esprimere il rammarico per la perdita di valore terapeutico dell’Analisi Reichiana quando esclude dal suo repertorio le conoscenze che potrebbero derivarle dall'indagine delle strutture mentali. Purtroppo non sono mai riuscito a trovare il nesso con quanto sentivo di stare vivendo che era sempre più orientato all'individuazione nel corpo delle stretegie mentali.

Oggi voglio provare a rendere pubblico questa opinione avvalendomi di alcune pagine di uno scrittore che purtroppo ha concluso la sua vita troppo presto. Nel suo breve tempo ha però trovato l'estro di efficaci parole per raccontare gli intenti del lavoro cui si fa normalmente riferimento quando si parla di terapia psichica (psicoterapia). Il lavoro psicoterapeutico è quello per cui molti, come me, si laureano in psicologia clinica. Sperano di imparare ad usare la relazione, il rapporto e il contatto per provocare un cambiamento nel modo di comprendere e agire il comportamento delle persone, senza usare necessariamente strumenti chimici, biologi o mentali.

Nell'analisi, si dice, lo scopo non è il cambiamento. Questo, seppur si verifica, accade solo incidentalmente e non riguarda pertanto le preoccupazioni dell'Analista. Ciò su cui si lavora è l'aspetto esistenziale, quasi filosofico della vita, trovando motivazioni epistemiche nel modo di intendere la vita, la propria malinconia, a volte il disamore o, pecca valida per qualunque tema problematico, il non 'saper amare'.

In terapia il cambiamento del comportamento, condizionato dagli stati mentali, è qualcosa che appartiene alla regola e alla norma dell’esistenza umana per cui, nelle relazioni, bisogna ritenere che l’essere umano, fin dal suo concepimento, impara e disimpara a comportarsi privilegiando quei comportamenti, mentali e corporei, più vantaggiosi nell’economia della sopravvivenza.

Il lavoro psicoterapeutico corporeo si pone allora strategicamente sulla linea dei cambiamenti comportamentali e relazionali, con l’intento deliberato di cogliere quelle strategie mentali disfunzionali al comportamento attuale. Solo che le strategie comportamentali agite col corpo sono elaborate dalla mente per cui, il lavoro richiesto ad uno psicoterapeuta è quello di esplicitare sia i comportamenti evidenziati nell'agito sia le strategie mentali adottate dalla mente/cervello così da poterle contenere e modificare.

Ciò richiede anche amore e passione perché l’avventura relazionale è di per sé coinvolgente e quando la si usa professionalmente, ci si ritrova a camminare in bilico sulla lama di un coltello tra la professione e la vita privata e pubblica, tra l’etica professionale e il rispetto per le persone..

Ciò richiede anche una costante presenza mentale. Richiede la conoscenza del funzionamento cerebrale sia da un punto di vista biologico, con le sue molecole e connessioni nervose, sia mentale con i suoi processi, credenze, fedi, superstizioni ecc. Tale approccio richiede la conoscenza di tecniche derivanti da epistemi corrispondenti.

L’introduzione di termini ‘analitici’, che derivano più o meno esplicitamente dalla psicoanalisi classica che, per intenderci, fa riferimento al primissimo Reich quando ancora si pregiava di appartenere alla corrente freudiana, nell’impianto vegetoterapico non è mai servito a rafforzare strumentalmente la tecnica. Anzi si può dire che le manovre cosiddette analitiche, quando vengono agite nel modello vegetoterapico, assumono un aspetto malamente imitativo mancando di solito un training specifico adeguato.

Per questo credo che, quando è necessario insistere nella definizione aggettivale dell’analisi, come sembra aver deciso anche la Bioenergetica che si autodefinisce ‘Analitica’, l’analisi cui si fa riferimento deve essere intesa diversamente dalla psicoanalisi dinamica originariamente riferita a Freud. Ma se così stanno le cose allora andrebbe specificato e ben delineato il senso dell'approccio analitico inteso nel senso corporeo.

Nella narrazione che Giannantonio fa nel suo libro postumo della tecnica sensomotoria da lui utilizzata, ‘Introduzione alla psicoterapia sensomotoria’ edito dalla Alpes nel 2020, , credo si possa individuare sia il senso degli interventi psicoterapeutici sia un esempio circa i processi mentali cui risalire sia le eventuali modalità da adottare per individuare utili suggerimenti relativi agli epistemi e le ricerche da usare per restare fedeli allo spirito psicoterapeutico schiettamente corporeo.

Credo inoltre che questo orientamento sarebbe coerentemente impostato a quanto lo stesso Reich oggi privilegerebbe.

Giuseppe Ciardiello







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