martedì 18 ottobre 2022

Aggressività e violenza. Una vita fa, avevo quattordici anni...

 

Avevo quattordici anni quando, scoperto Reich (l’allievo di Freud che ideò la Vegetoterapia), scoprii qualcosa che sentivo vivo e chiaro nell’animo: l’aggressività che mi pervadeva non era naturale ma era la risposta a quanto accadeva fuori di me. 

Ero un adolescente insoddisfatto. Infagottato in un corpo più grande e appariscente di me, mi sentivo strano e immaturo, per non dire incapace; e questo mi frustrava. Mi rendeva insoddisfatto di qualunque cosa.

Avevo qualche abilità! Mi piaceva leggere e questo mi rendeva più analitico dei ragazzi della mia età. Mi piaceva narrare storie. A scuola, andavo bene in italiano!

Ma ero arrabbiato.

Reich spiegava, a chi lo leggeva, che la rabbia non era riconducibile a un istinto innato. 

Esisteva sì, la libido, ma questa era riconducibile a un’istanza piuttosto che a un istinto. Che nell’uomo non esisteva l’istinto, come quello degli uccelli per intenderci, per esempio le rondini che sembrano ingegneri quando costruiscono il nido, senza essere andati all’università.

Non so se avete mai visto i nidi che costruiscono gli ‘Inseparabili’. Quei pappagallini verdi che a Roma hanno invaso tutte le ville e alcuni parcheggi arredati da grandi alberi. Sono nidi in condominio, enormi, con le entrate nelle parti inferiori e laterali, forse per evitare che la pioggia li allaghi.

Quello è l’istinto; costruiscono quei nidi ‘istintivamente’. Ad un certo punto dello sviluppo si accoppiano e, scattato qualcosa che dà l’avvio, la coppia comincia a costruire il nido conoscendo a priori la tecnica, che è sempre la stessa, migliore.

Noi uomini, alla nascita, non sappiamo nemmeno camminare e per imparare ad andare in bicicletta dobbiamo aspettare diversi anni. Qualcuno l’impara mai!

La nostra abilità sta nel saper imparare. E l’apprendimento non è un istinto ma una facoltà mentale!

Le facoltà mentali, si sa, sono condizionate dalle emozioni così, se siamo frustrati, insoddisfatti, scontenti, impariamo presto o a sopportare o a reagire aggredendo o a scappare o a irrigidirci in un rifiuto mal espresso. Dipende dai campioni di comportamento da cui abbiamo potuto imparare. Dipende dai genitori, dagli amici, dagli insegnanti che appaiono nel corso della nostra esistenza. Dipende dai maestri che ci insegnano a gestire la rabbia o a costruire un buon Io.

Così qualche decina di anni fa ho incontrato il libro di Ammon Gunter: ‘La dinamica di gruppo dell’aggressività’, Astrolabio, 1970.


Quando è uscito questo libro avevo ventisette anni. Disorientato da una realtà che non regala niente, mi stavo confrontando con un Io che nuotava ancora in alto mare.

Questo dice Ammon: ‘Soltanto chi è adattato nei confronti del proprio Io, nel senso che riconosce l’identità del proprio Io ed il proprio valore, saprà anche delimitare se stesso nei confronti di un altro Io rispettando e lasciando intatta l’altra personalità in quanto diversa ed autonoma; solo una persona simile sarà libera da una attrazione simbiotica e dall’attesa e dalla richiesta inconscia che l’altro corrisponda completamente ai propri desideri e che, dal punto di vista psicoanalitico, sia una specie di estensione del proprio Io.

Un dialogo costruttivo è possibile soltanto se si riconosce e si lascia intatto l’altro e, vorrei aggiungere, soprattutto il più debole.’. (Ammon, 1970, p. 33)

Soltanto chi si sente integro (tutto intero), ben formato e non teme di perdere parti di sé, riesce a riconoscere l’altro nella sua integrità e riesce a comunicargli le informazioni di cui è in possesso senza lederlo nella sua identità e senza toccare la sua paura d’essere cambiato.

Ma io ero incerto e arrabbiato. Frustranti le mie relazioni, anche intime, si improntavano al riscatto, in risposta al bisogno di ‘avere’ si coloravano del desiderio del potere (non della potenza, direbbe qualcuno un pò polemicamente). Non lo sapevo, non me ne rendevo conto ma la mia aggressività spesso si manifestava come violenza anche nei miei desideri sessuali e non. Desideri che stentavo a riconoscere come sete d’amore e bisogno di riconoscimento.

Il libro di Ammon descrive in maniera molto più dettagliata da quanto espresso da Reich: ‘In vent’anni di esperienze ho avuto ripetutamente occasione di osservare nei miei pazienti processi distruttivi rivolti contro se stessi o contro l’ambiente. … Non sono però riuscito a trovare tracce di un istinto di distruzione o di morte innato, costituzionale. Ciò che poteva sembrare un simile istinto di distruzione, poteva trovare una spiegazione nella psicodinamica e nella storia della vita del paziente. … A mio avviso l’aggressività distruttiva va sempre intesa come una reazione alla frustrazione.’ (id., p. 11)

La repressione reprime tutte le forze, anche quelle semplicemente espressive e amorevoli. Ogni repressione è violenza ma questa chiarezza, pur colpendomi molto, non si definì in maniera incisiva. Ma credo che non avvenne neanche nei colleghi che questo libro hanno letto perché nessuno me ne ha mai parlato. O io non ho mai capito?

Come mai? Come è possibile che una dichiarazione così evidente non riceva l’importanza che riveste nemmeno in ambito reichiano dove si parla tanto di amore, sesso e energia?

È un libro emarginato forse perché mette in discussione l’ideologia dominante e il punto di vista di un personaggio dalle dimensioni di Freud?

Occorre dare un senso a questa deriva, se di deriva si tratta ancorché sociale: ‘L’esperienza mostra che l’asservimento ad una ideologia costituisce spesso l’ostacolo più difficile per la psicoterapia e che può addirittura renderla impossibile. A mio avviso la dinamica dell’ideologia è affine alla dinamica del pregiudizio. (Id., p.16).

Domanda: esiste un pregiudizio nei confronti dell’ideologia freudiana?

Difficile negarlo… I cultori della teoria reichiana si sono sempre sentiti un po’ come i fratelli piccoli di Freud. Un pò impacciati abbiamo voluto definirci Analisti forse perché la psicoterapia ci andava stretta. Diciamoli pregiudizi di contorno, come le verdure che non contano o che apparentemente non sono la sostanza. Ma comunque pregiudizi.

L’aggressività distruttiva, che per Ammon si differenzia da quella costruttiva (ad-gredi), si manifesta specialmente nei gruppi, e quindi nella società sotto forma di guerre, quando la creatività è inibita o soppressa: ‘Perché la psicoterapia, sia individuale che di gruppo, abbia successo, è molto importante che venga data al paziente la possibilità di manifestare la propria aggressività. Solo se gli è consentito di manifestare la sua aggressività, sia nel senso della distruttività che nel senso del costruttivo ad-gredi, la terapia potrà dare risultati positivi.(id., p.18). Almeno in terapia, sì, cerchiamo di essere onesti e sinceri. Siamo aggressivi quando mangiamo, quando giochiamo, quando vogliamo essere bravi, quando gareggiamo per dimostrare di sapere più degli altri. Lo siamo nelle manifestazioni d'amore e in quelle d'amicizia. 

Ma sappiamo anche distinguere la violenza?

L’aggressività distruttiva preferisco chiamarla violenza che si può esprimere nei comportamenti ma anche nelle parole, nei gesti, nel modo di guidare l’auto e nel dare gentilmente (?) la precedenza. Perciò quando la guerra s’impone in una società è probabile che anche una qualche forma di espressività creativa è stata sacrificata e che, anche nei gruppi medi o piccoli che siano, l’informazione ha smesso di rivestire la funzione per  cui è stata creata (la messa in comune del sapere). In tal caso siamo già davanti all’espressione di qualcosa di alieno perché reattivo rispetto alla nostra integralità. Quell’istanza che definiamo NOI, non si accorge dell’estraneazione e del conflitto che lo vive. Noi non ci accorgiamo di vivere in conflitto e quello che striscia sotto la pelle è un IO folle fatto solo di reazioni e pensieri che si costruiscono al di là della consapevolezza. Nello sguardo appare un Io rabbioso e carente, malato di un desiderio di potere insoddisfacibile, perché costituzionalmente vuoto, che nelle relazioni cerca solo il riscatto.

In termini psicoanalitici si può dire che nell’aggressività distruttiva l’uomo non è consapevole dei suoi motivi. L’aggressività sta sotto il dominio e il controllo dell’Io, mentre la distruttività non lo è. L’aggressività non presenta conflitti, mentre la distruttività è generata da un conflitto. Per finire vorrei presentare un modello della psicodinamica dell’aggressività distruttiva, basato sull’esperienza che ho fatto su alcune centinaia di sofferenti psichici durante gli ultimi vent’anni.

Nello sviluppo infantile di questi pazienti ho riscontrato la seguente dinamica familiare: la sessualità infantile precoce era stata respinta dai genitori, e come essa l’ad-gradi, l’esplorazione e la sperimentazione della prima infanzia. … In sintesi si può dire che l’aggressività distruttiva impedisce ed inibisce qualsiasi tentativo di autorealizzazione, di attività lavorativa e di amore. L’ad-gredi invece consente l’attività, l’amore e quindi l’autorealizzazione. (id. p.22)

In questi strani tempi di minacciosi preludi catastrofici, come molti, anch’io ho l’impressione di star vivendo l’esordio di una nuova era. Forse qualcosa sta cambiando davvero nei cuori trepidi dell'umanità.

Mi capita sempre più spesso di incontrare persone dolci, che non aspirano al potere e che mostrano una forza intima definita e decisa. Che perseguono con rettitudine principi decorosi di amicizia e donatività malgrado la disarmonia spicciola quotidiana in cui ci si sperimenta e che ci scopre preda inerme. 

Che poi, nonostante questi cambiamenti relazionali, capiti ancora che anche in questi contesti si esprimano ogni tanto lotte di potere, mi sembra normale e, senza voler rinnovare alcuna caccia alle streghe, forse dovremmo tutti imparare dal Dalai Lama e vedere in questi piccoli mostri, oltre agli strenui tentativi della società malata di asservirci, i maestri che ci mettono alla prova per fortificarci e rinsaldarci nella convinzione di stare agendo nella giusta direzione.

Perciò nei conflitti, che sorgono nelle relazioni e nei gruppi, non bisogna sprecare energie nella reazione ma cercare di comprendere cosa nella nostra comunicazione non è andata per il verso giusto.

… e correggerla!



PS: ma Ammon non è il solo ad avere scritto di istinto, aggressività e violenza. Un altro bel libro, un pò più intenso e mirato a diverse ricerche sull'aggressività, anche quelle che studiano i comportamenti aggressivi di persone intermediari di richieste altrui (coloro che sono aggressivi perché gli viene chiesto da una persona di rango gerarchico superiore), è: 'Aggressività', di Mauro Fornaro del 2004 edito da il Centro Scientifico Editore.

Solo un piccolo passo di questo libro a sostegno di quanto sostenuto da Ammon e Reich: 'Anzitutto l'istinto va distinto dal semplice impulso, o spinta, come ricorda Eibl-Eibelsfeldt, essendo questi altri "meccanismi motivanti", che spingono dall'interno dell'organismo e richiedono una qualche azione evolutiva. L'istinto appare invece un programma o modulo comportamentale a disposizione dell'individuo che, una volta innescatosi in certe condizioni scatenanti, prevede sequenze d'azione prefissate; inoltre esso è preformato, nel senso che fin dalla prima esecuzione si manifesta nella sua forma completa e definitiva (e non per aggiustamenti successivi della sequenza comportamentale); infine, generalmente, l'esecuzione è piuttosto rigida, stereotipata, piegandosi scarsamente alla variazione delle circostanze ambientali. Pertanto l'istinto, se per definizione ha le caratteristiche testé elencate, è senz'altro innato, ereditato e selezionato nella filogenesi. (p.56)

Ma veniamo alla rivalutazione umana per quanto concerne alle reazioni istintive nell'uomo.

...Pure nell'uomo esistono comportamenti istintivi, ad esempio le reazioni di paura del bambino intorno all'ottavo mese di fronte all'estraneo, l'atteggiamento di difesa già alla seconda settimana di vita, quando gli si mostra su unp scherma una macchia che, ingrandendosi, dà l'illusione di un oggetto che gli viene addosso.

La questione appropriata nel caso dell'uomo è, secondo noi, se si può includere nella definizione di istinto l'esecuzione dei tipi di comportamento aggressivo di cui sopra: la caccia e comunque l'uccisione di animali a fini alimentari; i conflitti per il territorio, per l'accaparramento di beni (cause prime di lotte tra singoli, tra gruppi e di guerre tra umani); le contese per l'accoppiamento sessuale, le contese per la gerarchia nel gruppo (carriera, posizione di comando, di leadership nella società) ecc. Che ci siano spinte e motivazioni nella direzione di questi tipi di comportamento, non c'è dubbio; che la loro esecuzione sia in toto dettata da programmi filogenetici, preformati e rigidi, quali sono gli istinti, è assai improbabile. Tanto grande infatti è il peso dell'apprendimento e della cultura nell'esecuzione di questi tipi di comportamento, tanto grande poi è la variabilità nelle modalità esecutive individuali e di gruppo. inoltre le circostanze innescanti non paiono così cogenti come nel caso dei comportamenti analoghi nelle specie animali. (p. 57)

Quindi, in sintesi:

In questo senso non c'è un istinto aggressivo, perché "non esiste una regola di condotta universale nel comportamento competitivo e predatorio" (Wilson, 1975: Sociobiologia. La nuova sintesi., Zanichelli, 1979). Piuttosto, a seconda delle circostanze e delle convenienze, si attua l'uno piuttosto che l'altro programma comportamentale. E in varie occasioni può essere più utile , all'individuo o al suo gruppo, rinunciare all'aggressione, o al contrario esercitarla nelle forme più aberranti. (p. 60)


Giuseppe Ciardiello

giovedì 30 giugno 2022

Psicoterapia o Analisi rileggendo 'Introduzione alla Psicoterapia Sensomotoria'

 


Psicoterapia e analisi

 

Il fatto che la Vegetoterapia sia derivata dalla psicoanalisi non giustifica l’utilizzo moderno del termine ‘Analisi Reichiana’ quando vogliamo fare riferimento ad essa. Quello che il termine aggettivato, Analisi Reichiana, sembra intendere è differente dall’uso terapeutico della Vegetaterapia che, per conservare le sue caratteristiche originali di tecnica terapeutica, necessita di riferimenti epistemici differenti da quelli cui si ricorre in applicazione analitica. A meno che non si voglia intendere qualcosa di diverso che allora andrebbe esplicitato.

Spesso ho cercato di trovare le parole per esprimere il rammarico per la perdita di valore terapeutico dell’Analisi Reichiana quando esclude dal suo repertorio le conoscenze che potrebbero derivarle dall'indagine delle strutture mentali. Purtroppo non sono mai riuscito a trovare il nesso con quanto sentivo di stare vivendo che era sempre più orientato all'individuazione nel corpo delle stretegie mentali.

Oggi voglio provare a rendere pubblico questa opinione avvalendomi di alcune pagine di uno scrittore che purtroppo ha concluso la sua vita troppo presto. Nel suo breve tempo ha però trovato l'estro di efficaci parole per raccontare gli intenti del lavoro cui si fa normalmente riferimento quando si parla di terapia psichica (psicoterapia). Il lavoro psicoterapeutico è quello per cui molti, come me, si laureano in psicologia clinica. Sperano di imparare ad usare la relazione, il rapporto e il contatto per provocare un cambiamento nel modo di comprendere e agire il comportamento delle persone, senza usare necessariamente strumenti chimici, biologi o mentali.

Nell'analisi, si dice, lo scopo non è il cambiamento. Questo, seppur si verifica, accade solo incidentalmente e non riguarda pertanto le preoccupazioni dell'Analista. Ciò su cui si lavora è l'aspetto esistenziale, quasi filosofico della vita, trovando motivazioni epistemiche nel modo di intendere la vita, la propria malinconia, a volte il disamore o, pecca valida per qualunque tema problematico, il non 'saper amare'.

In terapia il cambiamento del comportamento, condizionato dagli stati mentali, è qualcosa che appartiene alla regola e alla norma dell’esistenza umana per cui, nelle relazioni, bisogna ritenere che l’essere umano, fin dal suo concepimento, impara e disimpara a comportarsi privilegiando quei comportamenti, mentali e corporei, più vantaggiosi nell’economia della sopravvivenza.

Il lavoro psicoterapeutico corporeo si pone allora strategicamente sulla linea dei cambiamenti comportamentali e relazionali, con l’intento deliberato di cogliere quelle strategie mentali disfunzionali al comportamento attuale. Solo che le strategie comportamentali agite col corpo sono elaborate dalla mente per cui, il lavoro richiesto ad uno psicoterapeuta è quello di esplicitare sia i comportamenti evidenziati nell'agito sia le strategie mentali adottate dalla mente/cervello così da poterle contenere e modificare.

Ciò richiede anche amore e passione perché l’avventura relazionale è di per sé coinvolgente e quando la si usa professionalmente, ci si ritrova a camminare in bilico sulla lama di un coltello tra la professione e la vita privata e pubblica, tra l’etica professionale e il rispetto per le persone..

Ciò richiede anche una costante presenza mentale. Richiede la conoscenza del funzionamento cerebrale sia da un punto di vista biologico, con le sue molecole e connessioni nervose, sia mentale con i suoi processi, credenze, fedi, superstizioni ecc. Tale approccio richiede la conoscenza di tecniche derivanti da epistemi corrispondenti.

L’introduzione di termini ‘analitici’, che derivano più o meno esplicitamente dalla psicoanalisi classica che, per intenderci, fa riferimento al primissimo Reich quando ancora si pregiava di appartenere alla corrente freudiana, nell’impianto vegetoterapico non è mai servito a rafforzare strumentalmente la tecnica. Anzi si può dire che le manovre cosiddette analitiche, quando vengono agite nel modello vegetoterapico, assumono un aspetto malamente imitativo mancando di solito un training specifico adeguato.

Per questo credo che, quando è necessario insistere nella definizione aggettivale dell’analisi, come sembra aver deciso anche la Bioenergetica che si autodefinisce ‘Analitica’, l’analisi cui si fa riferimento deve essere intesa diversamente dalla psicoanalisi dinamica originariamente riferita a Freud. Ma se così stanno le cose allora andrebbe specificato e ben delineato il senso dell'approccio analitico inteso nel senso corporeo.

Nella narrazione che Giannantonio fa nel suo libro postumo della tecnica sensomotoria da lui utilizzata, ‘Introduzione alla psicoterapia sensomotoria’ edito dalla Alpes nel 2020, , credo si possa individuare sia il senso degli interventi psicoterapeutici sia un esempio circa i processi mentali cui risalire sia le eventuali modalità da adottare per individuare utili suggerimenti relativi agli epistemi e le ricerche da usare per restare fedeli allo spirito psicoterapeutico schiettamente corporeo.

Credo inoltre che questo orientamento sarebbe coerentemente impostato a quanto lo stesso Reich oggi privilegerebbe.

Giuseppe Ciardiello







domenica 25 luglio 2021

Comunicazione di Sé

 

Narrarsi e raccontarsi

Nello spazio del setting analitico la Vgt privilegia la lettura corporea al racconto verbale.

Questa preferenza non vuole significare che il comportamento verbale non sia considerato.

Al contrario: si considera che per qualunque narrazione di sé le emozioni ‘colorano’ le parole in modo specifico. Di conseguenza è proprio quella coloritura emergente dalle emozioni, relative a quello specifico contesto relazionale, che sarà necessario leggere come se avesse una sua grammatica e sintassi.

E come le parole, anche gli ‘agiti’ (i comportamenti agiti) assumono gli stessi colori.

Nella consapevolezza dei pazienti che vogliono realizzare un desiderio, devono essere messi in luce i bisogni che reggono l’incontro e che si vestono, camuffandosi anch’essi, dell’arcobaleno dei colori emozionali.

In pratica in Vgt le parole sono viste come un altro modo per narrarsi, come un ulteriore comportamento comunicativo di tipo corporeo che, in pratica, non è dissimile da quello respiratorio o deambulatorio o gestuale.

Nel nostro contesto analitico le parole sono come perline infilate in una collana che viene composta e ricomposta ad ogni incontro per cogliere l’accezione di quel  un senso relazionale implicito specifico.

Per questo scopo sono usati tutti gli strumenti a disposizione e quindi gli spazi tra le perline, le perline stesse, la scelta della loro alternanza, la lunghezza della collana e tutti gli altri elementi contestuali considerati necessari per la realizzazione dell’effetto finale.

Fin quasi dall’inizio della sua attività di vegeto terapeuta, Navarro esprimeva la bontà di un intervento capace di curarsi anche dell’aspetto paraverbale. Rifacendosi però un po’ troppo fedelmente alle espressioni di Reich dell’’Analisi del Carattere’, nelle sue osservazioni mancano note relative alla risposta del terapeuta: il controtransfert. Sembra quasi che il comportamento del terapeuta sia dato per, implicitamente, sempre corretto a patto che venga considerato l’aspetto paraverbale dello strumento comunicativo (che poi sarebbe quello terapeutico).

Nella realtà, e restando ancora sulla metafora della collana, il paziente non vuole semplicemente sapere come ha infilato le perline e con quale e quanta maestria l’abbia fatto. Vuole anche sapere se il suo regalo è apprezzato, se è piaciuto e se lui è quindi capace di produrre qualcosa per sostenere l’intimità della relazione. Se è abile nell’approccio relazionale e se ha imparato a curarsi di sé e dell’altro nei modi dovuti e necessari alla cultura di appartenenza.

In pratica, nella risposta del terapeuta è in gioco la validazione del senso d’identità del paziente e il suo senso di Sé.

L’apprezzamento e le considerazioni (le risposte) che il paziente chiede in formati impliciti al terapeuta sulla propria narrazione (cioè, circa la sua vita), non possono essere espresse verbalmente per il motivo molto semplice che la narrazione non è una collana. Non si può confessargli apertamente della noia o dell’interesse che la sua narrazione ha suscitato, dell'amore e della paura che ha smosso o del piacere narcisistico che si è colto o della speranza che ha suscitato e delle fantasie prodotte e del loro potenziale energetico emozionale. Queste risposte rientrano nel catalogo del ‘personale’ del terapeuta e sono di norma taciute. Anche se, una volta represse, non è vero che questi risvolti si cancellino. Se non vengono elaborati ricicciano camuffati negli ‘agiti’ del terapeuta, nei suoi modi di proporre l’acting, nei modi di avvicinarsi o allontanarsi dal paziente, dalle parafrasi e intercalari usati nelle risposte e dal modo che avrà di produrre un massaggio preparatorio all’esecuzione dell’acting successivo. Oppure si rivelerà nei diversi messaggi impliciti che ‘fantastica’ d’inviare per motivi del tutto diversi dai loro "veri" significati.

Ogni intervento, una volta effettuato, dev’essere sottoposto a revisione: vanno ricercati tanto i riflessi del controtransfert inevitabile quanto le espressioni di controtransfert più massicce. Senza eccezioni, il terapeuta scoprirà almeno un aspetto dell’intervento che non lo soddisfa. Potrebbe trattarsi di qualcosa che ha omesso, o di qualcosa che non ha espresso nella maniera giusta. Potrebbe essere una parola scelta male, o un segmento di materiale interpretato in modo falso. Potrebbe darsi che inavvertitamente abbia aggiunto un’osservazione personale o una parte di materiale che il paziente non aveva comunicato. Potrebbe anche aver fatto un intervento troppo lungo, oppure troppo breve.’ (R. Langs, ‘Interazioni. L’universo del transfret e del controtransfert’, Armando, 1988).

Nell’ambito del setting vegetoterapeutico, essendo qualunque tipo di agito un atto comunicativo, ogni elemento avrà un valore transferale e controtransferale, implicito ed esplicito, perché rientra nell'ambito della comunicazione. Lo sono le parole come lo è il comportamento quando asseconda il desiderio di concludere in anticipo un acting; oppure quello che insiste nel proseguimento dello stesso; e anche quando si manifestano difficoltà e sofferenza che "vanno necessariamente" lenite. Lo è l'atto di proporre un acting piuttosto di un altro o quando non lo si propone perché si decide per altro, fose anche il silenzio.

Lo è ogni decisione, presa o non presa!

Le risposte comportamentali che stanno dietro gli atteggiamenti del terapeuta sono evidentissime per i pazienti. Sono specialmente evidenti  nel modo in cui i terapeuti propongono gli acting, di fase e di livello, nei ‘momenti di passaggio’. Nel vissuto di ‘transito’, da un acting all’altro, c’è il modo con cui il terapeuta valuta il tipo di acting, la modalità con cui lo propone e, nelle scansioni temporali con cui lo somministra, si nasconde tutto il corpo delle dimensioni psicologiche che il terapeuta vive nei confronti del paziente.

All’epoca del cenno che andremo a leggere di Navarro, sull’uso delle parole in terapia, si era all’inizio dell’applicazione generalizzata della sua sistematizzazione della Vgt. Forse non era ancora maturata l’idea di dover fare attenzione, oltre che alle parole e agli agiti del transfert, anche al verbale e al paraverbale del terapeuta come aspetti che caratterizzavano il suo, di  ‘agito’?

Può darsi!

Però il fatto è che nel corso degli anni in vegetoterapia questa mancanza non è stata colmata e il controtransfert, pur ammesso, non sempre è stato considerato come un agire nel setting allo stesso modo del transfert. Messa così, la Vgt sembrerebbe assumere un valore miracoloso perché sarebbe come uno strumento (terapeutico) indipendente dal terapeuta.

In realtà, come in ogni psicoterapia, anche in Vgt ambedue gli eventi, transfert e controtransfert,  sono eventi di processo corporeo che emergono in tutti gli agiti dei componenti la coppia terapeutica. Piuttosto che nelle parole, questi due processi si materializzano camuffati nel momento in cui queste due figure interagiscono. Né prima né dopo.

Così contestualizzati diviene anche evidente la loro imprevedibilità. Ma evidente è anche che, proprio perché non possono essere controllati, il desiderio terapeutico deve essere l'esercizio costante della loro osservazione così da diventarne sempre più consapevoli e attenti al loro manifestarsi.

Giuseppe Ciardiello








martedì 20 luglio 2021

Sesso Amore Perversione in un articolo di Mirella Origlia

 

‘Amore e perversione’ di Mirella Origlia.

 

Periodicamente riprende lo scaricabarile, tra scuola, educatori, genitori e agenzie sociali, su chi dovrebbe occuparsi dell’educazione sessuale dei giovani.

Le ricorrenze storiche di quest’argomento si sono presentate come delle tappe sociali in cui si è realizzata, con molta fatica, quella libertà di divorzio, di aborto e di espressione della propria identità sessuale che però, con ancora molto vigore, le tendenze distorte dell’umanità cercano di cancellare.

L’evento Covid19 ha esasperato i conflitti evidenti e latenti.

Laddove ci si era abituati a trascorrere la maggior parte del tempo della propria giornata fuori casa, e ciò vale per le donne e per gli uomini, oggi ci si accorge che la condivisione forzata degli spazi familiari li rende meno intimi o troppo intimi facendoli diventare asfissianti. Inoltre, abituati alla più moderna tecnologia e alla crescente richiesta attentiva, in spazi temporali sempre più ristretti, richieste che diventano sempre più invasive e che annullano i limiti degli spazi personali, si diventa sempre più ‘bionici’ nel senso del dipendere cognitivamente e intellettualmente dalle macchine costruite.

Con quest’andazzo si sta trasferendo nel mondo virtuale anche il piacere, e la sessualità sta perdendo le sue caratteristiche di aggressività (da adgredior), affermatività, carnalità, intimità, modularità e delicatezza.

In questi quasi due anni di pandemia, le coppie che non hanno più rapporti sessuali sono aumentate del 38% (Ordine Psicologi Lazio: Webinar del 18/06/2021 tenuto da Valentina Cosmi dal titolo ‘Sessualità nella terapia di coppia’) e i giovani e giovanissimi (12/14 anni) che fanno uso di pornografia e premono reciprocamente per avere foto di nudo, sono passati dal 6% del 2015 al 18% del 2021 (fonte RAI Gabanelli, in coda al tg7 delle 20.00 del 19/07/2021).

Allarmati, si torna a parlare dell’educazione sessuale e di chi dovrebbe occuparsene rischiando ancora e ancora di tornare a parlare del sesso degli angeli o dell’accoppiamento delle farfalle.

L’educazione sessuale dovrebbe definire il piacere sessuale e la gioia di viverlo. Dovrebbe spiegare come ottenere la completa soddisfazione sessuale e da cosa può dipendere la sua facilitazione o l’incapacità e/o impossibilità a realizzarlo. Dovrebbe raccontare quali sono le fasi evolutive fisiche e mentali attraversate da ogni singolo maschio e da ogni femmina. Ripeterne le similitudini e le differenze. Gli sviluppi psicologici che accompagnano le esperienze e che possono giustificare gli evitamenti e le facilitazioni.

Ai bambini e ai giovani interessa poco come si accoppiano gli animali mentre da subito gli interessano i risvolti del desiderio provato nei confronti delle persone di diverso genere e le motivazioni delle diverse risposte vissute e sperimentate.

Malgrado tutta questa necessità si avverte molta reticenza a parlare del sesso e finanche nei diversi movimenti reichiani questo tema sembra ormai in disuso. La materia sessuale sembra demandata solo agli specialisti della genitalizzazione. Perciò colpisce trovare, nel n.1 del 1982 della rivista ‘Energia Carattere e Società’, nella rivisitazione vegetoterapeutica della perversione, alcuni spunti importanti per una corretta definizione del sesso e della sessualità.

I lavori di Origlia suggeriscono molti altri spunti che sono anche più mirati alla corretta interpretazione ed esecuzione della Vegetoterapia (Vgt). Per esempio ci si può accorgere di quanto, pur utilizzando la Vgt, Origlia tiene in grande considerazione il dialogo all’interno del setting e all’espressione verbale anche dell’interpretazione, con l’accortezza però, di lasciare che sia il paziente a interpretare la propria esperienza.

Il vissuto indotto dall’acting, e sperimentato dal paziente, non è separato dalla propria ideazione che può essere una fantasia o un ricordo. È in tale situazione cognitiva che s'inserisce l’acting (esercizio di Vgt).

Ancora, l’acting non nasce dal vuoto del setting ma è proposto da una persona (il terapeuta) che, assumendosi la sua responsabilità, si concede anche licenze specifiche frutto di esperienza e di sapere personale. Gli acting pur essendo sempre gli stessi, possono essere eseguiti diversamente e, inoltre, possono essere anticipati e seguiti da ‘atti’ comportamentali veri e propri da parte del terapeuta. Atti che hanno un valore interpretativo cui il paziente potrà dare voce.

È ciò che accade quanto la terapeuta appoggia la mano del paziente sul proprio diaframma suggerendogli implicitamente un tocco ‘intimo’, nel senso di profondo. Un con-tatto con una diversa temperatura, un diverso ritmo (respiratorio), una diversa possibilità di toccarsi con le mani ma anche con l’alito, con il proprio respiro, intimo e personale perché leggero, profumato e soggettivo (pag. 34). È questo il caso in cui si può parlare di trasmissione energetica che dimostra che, per lavorare con l’energia organistica, non è sufficiente l’uso della Vgt.

Allo stesso modo il concetto dei blocchi energetici non rimandano necessariamente a un costrutto idraulico rappresentante una diga che impedisce il libero flusso di questo liquido energetico. I blocchi sono un innalzamento di tensione muscolare che, oltre a rendere meno sensibili perifericamente, rendono anche i movimenti meno fluidi e più meccanici. La tensione costantemente trattenuta, per paura, vergogna e altre emozioni, assume una modalità di scarica di tutto/niente. Quando ci sono blocchi muscolari/cognitivi alla libera espressione della propria umanità, l’aggressività diventa distruttiva trasformandosi in odio, livore, invidia, competizione, riscatto. Questa trasformazione si realizza con la modifica dei ritmi respiratori (pgg. 36/37).

Il plurale della frase che precede non è un refuso ma la considerazione del fatto che l’organismo umano non respira solo con i polmoni ma anche con la pelle e con tutti gli altri organi che, ritmicamente, col respiro cercano di armonizzarsi (… anche quello del pensiero).

In pratica, essere naturali significa cercare un equilibrio con la natura che siamo e che ci vive e che, specialmente nella pratica sessuale e nella sessualità, esprime il piacere e la gioia di vivere che si riduce, molto semplicemente, nel sapere come fare all’amore perché ‘fare l’amore fa bene all’amore’.

Giuseppe Ciardiello








martedì 13 luglio 2021

La bocca. Un oggetto ritrovato

 

Ho trovato alcuni vecchi numeri di ‘Energia Carattere e Società’ in cui ho scoperto che, fin dal nostro apparire, come cultori della materia Vegetoterapeutica, abbiamo insistito nel presentare argomenti sempre identici .

Forse per il bisogno di un’identità socialmente e scientificamente negata, abbiamo insistito a parlare di Energia, di Tratti Caratteriali, di Livelli Muscolari frammisti ad articoli che, almeno fino a tutti gli anni novanta, si occupavano della società nella quale si ipotizzavano gli stessi difetti di ‘circolazione energetica’ che si ipotizzavano nelle persone. Questo proponeva l’antico detto per cui, se vuoi cambiare la società devi cambiare te stesso.

Io credo che questo indirizzo, un po’ filosofico, un po’ mistico e un po’ scientifico, ci abbia distratti grossolanamente dalla relazione relegandoci ad un’osservazione esclusivamente intrasoggettiva che, almeno in alcuni gruppi, persevera ancora oggi.

Vorrei ripresentare alcuni articoli così che possano fungere da riferimento sia per posizioni abbandonate da noi stessi sia per posizioni che oggi vanno abbandonate perché terapeuticamente anguste.

I primi due articoli sono di due donne vissute in anni di formazione dei gruppi che si sono occupati di Vegetoterapia: Angela Russo e Giovanni D’Aci.  










Negli scritti dei cultori di Vegetoterapia si è sempre fatto riferimento al comportamento infantile quando si è reso necessario riferirsi ad una forza vitale, intrinseca all’individuo, che lo muoveva nei confronti della realtà. 

L’energia supposta è sempre stata vista come un fiume che, nell’incontro con i diversi ostacoli presentati dalla realtà, prendeva di conseguenza una forma di adattamento funzionale alla sua sopravvivenza. Questa forma era il carattere che era anche condizionato dal tipo di ostacoli incontrati. Questi ostacoli erano diversificati dal periodo dell’incontro perché ogni periodo storico individuale presentava un’erogeneicità differente. Così, se un ostacolo sociale si presentava nel periodo di preminenza orale o muscolare, non potendosi realizzare la naturale forma caratteriale, l’aspetto orale o muscolare prendeva una forma diversa dalla ‘normalità’ di sviluppo.

Al di là del fatto che i presupposti da cui si partiva non erano supportati da osservazioni controllate né da riferimenti scientifici adeguati, appariva evidente che si considerava esistente una normalità di riferimento che, in quanto tale, assumeva le caratteristiche dell’oggettività.

Forse era l’uso del termine ‘energia’ che, riferito al comportamento acquisito interattivamente, dava l’impressione di osservare oggettivamente (scientificamente) il comportamento.

In realtà non c’era e non c’è nessuna evidenza scientifica capace di dimostrare un legame, più o meno stretto, tra la mancanza di montata lattea e l’incapacità del futuro adulto di ‘nutrirsi’ adeguatamente delle opportunità che la realtà gli offre. Oppure tra l’incapacità di nutrire il figlio, da parte di una donna frustrata o arrabbiata o menomata, e la depressione del futuro uomo. Forse il legame c’è ma non dipende dal solo aspetto energetico genericamente inteso.

Oggi è necessario fornirsi di un quadro di riferimento più ampio per poter spiegare fenomeni sociali perché più ampio e dettagliato è l’assetto di discrimine e integrazione che la realtà scientifica ci impone.

Le osservazioni derivanti dalle neuroscienze e dalla materia quantistica se da un lato ci indicano la soggettività fenomenologica dei vissuti, dall’altro ci obbligano a smettere i panni dell’osservazione oggettiva dato che esiste solo una realtà soggettiva che deriva da una costante relazione ed interazione tra persone che assumono, l’uno per l’altro, senso e significato così da dare luogo alla nascita dei processi mentali. In pratica non esiste una realtà normale perché non esiste ‘il significato’ ma tanti significati diversi in relazione a interazioni diverse in momenti e stati diversi.

Allora le problematiche fin’ora definite ‘orali’, ‘oculari’ ecc., solitamente indicate come  ‘blocchi energetici’, vanno ridefinite come difficoltà relazionali che nello scambio interattivo trovano la loro definizione. Per la descrizione di questi aspetti interattivi è molto più utile l’utilizzo delle Dimensioni Psicologiche che sono in grado di cogliere tutti gli aspetti  comportamentali delle persone:  emotivi, cognitivi e corporei.

Se manca lo scambio relazionale, manca il comportamento e vengono a mancare anche il ‘lettore’ e ‘l’osservatore’: ‘Il ripensamento del mondo a cui ci forzano i quanti cambia i termini della questione. Se il mondo è relazione, se capiamo la realtà fisica in termini di fenomeni che si manifestano a sisemi fisici, allora non esiste descrizione del mondo dall’esterno. Le descrizioni del mondo possibili sono, in ultima analisi, tutte dal suo interno. (…) Se immaginiamo la totalità delle cose, stiamo immaginando di essere fuori dall’universo a guardare… Il punto di vista dall’esterno è un punto di vista che non c’è. Il mondo visto dal di fuori non esiste: esistono solo prospettive interne al mondo, parziali, chesi riflettono a vicenda. Il mondo è questo reciproco riflettersi di prospettive.’ ( Carlo Rovelli, ‘Helgoland’, Adelphi, 2020)







Giuseppe Ciardiello


lunedì 5 aprile 2021

Empatia e corpo

 L'empatia è un processo organismico

 Empatia pur essendo un concetto e avendo forma di un'idea, rappresenta un processo che si esprime a livello organismico nel complesso corpo delle persone. 

Non è qualcosa che si ha nella testa, anche se la sua comprensione necessita di uno sforzo cognitivo. Per capirla facciamo ricorso a concetti aggiuntivi quali altruismo, pietà, compassione, simpatia ecc., ma questo accade solo per essere facilitati nel descriverla quando bisogna fare ricorso alle parole, quindi ai simboli verbali, e per poterla adeguatamente descriverla. Ma l’empatia, anche sapientemente descritta, non è facilmente comprensibile se non s'impara a riconoscerla quando è sentita dentro il proprio corpo.

E anche se è un'emozione bella e socialmente positiva, se quando viene provata non dovesse essere riconosciuta, può creare notevoli danni, conflitti e disagi.

Specialmente nelle professioni di cura, dove l’attenzione all’altro si concretizza in un contatto corporeo diretto, la dimensione empatica non può passare inosservata né può essere sottaciuta in un training di apprendimento tecnico operativo. In queste professioni l'empatia è un processo dimensionale che necessita di diventare materia d'insegnamento. 

Ne è una calzante dimostrazione l’esperienza vissuta da un gruppo di terapisti della riabilitazione respiratoria di cui parlo un recente articolo pubblicato da ‘State of Mind’.




In questa esperienza il corpo dei terapisti è inconsapevolmente coinvolto creando inopportune incertezze, titubanze e inconvenienti esiti strategicamente disturbanti la riabilitazione stessa. Immagino che ciò possa valere per tutti coloro che si occupano della riabilitazione e per tutte quelle persone il cui lavoro passa per la relazione che, desidero ribadirlo, è implicitamente corporea anche quando la comunicazione si limita allo sguardo o alla parola. 

Giuseppe Ciardiello


https://www.stateofmind.it/2021/03/covid-19-respiro-relazione/





lunedì 1 marzo 2021

La psicoterapia e le sue tecniche

 A proposito della nostra epoca di tante tecniche psicoterapeutiche

La scoperta di tante tecniche psicoterapeutiche derivanti dal buddhismo (MBSR, Mindfulness, Insight Dialogue, Mindfulness relazionale ecc.) e dal cognitivismo (EMDR, Terapia Metacognitiva, Therapy Remediation, Emotional Freedom Technicques ecc.) ripropongono un tema delicato per gli psicoterapeuti e psicologi.

Lo psicoterapeuta è un professionista che, alla pari di altri, che si occupano di salute o è un particolare tipo di professionista? Cioè a dire, i medici, gli insegnanti, i badanti, gli assistenti sociali necessitano di tanta professionalità e di apprendere tecniche specifiche ma a nessuno di loro è chiesto un ulteriore impegno che affianchi la professione, vale a dire di essere altruisti, compassionevoli, caritatevoli e di fare prestazioni gratuite. Tra tutti i professionisti gli psicologi continuano ad essere visti come quelli che devono mostrarsi amici al punto che anche la compassione oggi è promossa a tecnica psicoterapeutica.

Dovendo far diventare danaro la sensibilità, il sostegno e la compassione, diventa allora legittimo per questi professionisti imporsi d’imparare tutte le tecniche che emergono sotto la spinta dei cambiamenti culturali. Le molteplici offerte fanni il pari con il dubbio d’essere capaci di rapportarsi alla mutevole realtà forse perché mancanti della chiave vincente che, fantasticamente, può risiedere nell’ultima tecnica psicoterapeutica, magari proveniente dall’America. E un’altra domanda è se è veramente necessario, per essere un buon terapeuta, imparare tante tecniche o se non sia meglio approfondire la propria tecnica e cercare di perfezionarla con l’esperienza del proprio bagaglio professionale.

È ovvio che credo sia più valida la seconda opzione perché, immersi come siamo in un campo culturale, una volta appresa una tecnica cambia con noi nel corso dell’intera esistenza e tutto ciò che la cultura impone evolutivamente, l’impone anche alla nostra tecnica. Quindi, sempre che si sia disposti ad ascoltarla, si abbia fiducia nel proprio operato e si sia sufficientemente aperti per sperimentare nuove opportunità, la  tecnica in cui ci si è formati è quella che andrebbe coltivata e perfezionata.

Anche la Vegetoterapia (Vgt), in quanto tecnica, ha sofferto questi aspetti.

Nata dall’attenzione selettiva al corpo nell’ambito della psicoanalisi, e ancora carica di romanticismo seppure all’ombra dell’illuminismo, in quel luogo corporeo la Vgt ha cercato le dimensioni sovraindividuali e spirituali che voleva trovare. L’energia orgonica, individuata da Reich, testimonia bisogni filosofici assolutistici che mettono in comunicazione l’uomo col cosmo. Questa esigenza ha spostato l’attenzione dall’individuale al sovraindividuale e ideando una relazione cosmica ha baipassato la relazione umana e lo scambio intersoggettivo.

Il recupero degli aspetti cognitivi e relazionali nell’ambito della Vgt sarebbe un aspetto importante dell’aggiornamento tecnico e operativo di questa disciplina terapeutica. Oggi si sa che non è sufficiente la semplice somministrazione degli acting per arrivare alla scoperta di traumi più o meno complessi o per stimolare, nelle persone che vi si sottopongono, il racconto spontaneo delle esperienze ricordate e farne una nuova edizione.

Allo stesso modo, la sudditanza alla psicoanalisi ha impedito alla Vgt di avvalersi dei propri costrutti attaccandosi ai valori analitici anche quando quella ha cercato nella relazione nuove dinamiche psichiche. Così, anche quando la psicoanalisi si è fatta ‘relazionale’, la Vgt è rimasta fissata nell’approccio intrasoggettivo lasciando lo sguardo immobile sul soggetto terapeutico e la diagnosi esasperatamente energetica. Le cause dei blocchi e della cattiva circolazione energetica ha continuato ad essere addebitata alle contrazioni fisiche personali e si è sempre evitato di cercare nelle dinamiche relazionali i motivi del disagio. Così anche le interazioni, verbali e non verbali tra diversi interlocutori, sono ancora oggi ricondotte ad espressioni caratteriali piuttosto che occasionali o contestuali.

In tal caso le distonie, le disfunzioni e le nevrosi restano relative al singolo.

Uno sguardo al passato, agli scritti di egregi autori che hanno preceduto questi nostri anni cmplessi, penso sia necessario e opportuno anche perché si rispolveri il bisogno del cambiamento.

Per esempio ‘l’interpretazione dei sogni con l’ausilio di acting di Vgt’ dimostra l’effettiva possibilità di adeguare uno strumento tecnico tradizionale, come la Vgt appunto, alle nuove esigenze emotive e culturali dell’epoca moderna. In questo modo non c’è bisogno di rifarsi al passato né è necessario una conoscenza dettagliata dei simboli e delle dinamiche analitiche perché il soggetto è invitato a fare tutto da solo; agire sul suo sogno, con le sue competenze e conoscenze culturali di gruppo ristretto e allargato dando un senso personale ai resoconti e alle nuove evenienze. Ciò accresce l’autostima e la fiducia nella propria creatività.

Lo sguardo alla propria tecnica terapeutica deve quindi modernizzarsi. La tecnica appresa nel corso degli studi deve essere arricchita con le proprie esperienze di vita professionale e personale. È necessario che l’ambito d’intervento si ampli assumendosi in prima persona il coraggio di ideare operazioni in cui anche i semplici acting siano usati per aspetti e dimensioni anche relazionali. Così si pone in primo piano ciò che fin’ora è sfuggito: la cura della fantasia e della creatività.

Questi due processi sono gli unici che possono facilitare la comprensione della comunicazione intercorporea.

Anche nella semplice comunicazione corporea accade qualcosa, tra i protagonisti, che va al di là delle parole e della possibilità di essere narrato. Quel qualcosa ha a che fare sia con l’apprendimento (implicito) sia con il ‘saper come fare’ che “… comporta una conoscenza simbolica o per immagini che consente a fatti o esperienze di essere portati alla piena consapevolezza in assenza delle cose cui rimandano” (p. 365, ‘Le forme di intersoggettività’ L., Carli e C. Rodini, a cura di, RaffelloCortina, 2008). È evidente allora la necessità per l’analizzato di riappropriarsi della propria capacità simbolica e narrativa che è condizione terapeutica, a sua volta, perché si crei un ‘sapere trasversale’ che rende possibile ripensare alla propria esperienza decostruendola per poi ricostruirla con nuove possibilità narrative (p. 30, ‘Lo sguardo e l’azione’, di O., Rossi, EUR, 2009).

Ogni strumento terapeutico ha necessità di essere ripensato per essere adeguato ai tempi e alle esperienze che, formando gli uomini, formano gli stessi strumenti con cui noi, questi uomini, agiscono percepiscono e costruiscono il reale.

Giuseppe Ciardiello














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