martedì 28 marzo 2017

La difficile scelta della scuola di psicoterapia

L'inflazione della professione psicoterapeutica ha anticipato di poco l'idea di proporre qualcosa di analogo e, al contempo, diverso. Sono nate scuole di counselor ex novo e, di rimando, scuole di vecchia tradizione si sono proposte per questo nuovo approccio.





Ma è veramente un nuovo approccio? O è solamente un nuovo elemento di confusione?





La materia psicologica nasce ambigua per diversi ordini di motivi. Il primo è probabilmente dovuto alla sua tradizione che la vuole figlia della filosofia e della necessità di ricevere consigli. La cura dell'educazione, dell'insegnamento e dell'accudimento si è sempre confuso con la cura all'educazione, all'insegnamento e all'accudimento. Insegnare ad accudire è diverso dall'accudire ma questa distinzione, che prevede anche l'attenzione agli strumenti e alle modalità dell'accudire, è poco curata e spesso si superficializza, il che è come dare per scontato di sapere in cosa consista sia un aspetto che l'altro.

books in my mind:




Altri aspetti possono derivare da motivi pratici quali la difficoltà a spiegare gli strumenti che vengono usati per raggiungere quali finalità. Così le scuole di psicoterapia, che formano professionisti diversi dagli psicologi, spesso non prevedono la possibilità di entrare nello specifico della formazione e, anche quando si pubblicizzano, lasciano largo margine all'immaginazione per quanto attiene alle differenze operative che distinguono gli psicoterapeuti dalle altre professioni e finanche tra i differenti approcci.



Una più puntuale descrizione di queste mancanze è data dalle seguenti righe:


"Sottolineiamo la diffidenza rivolta allo psicologo, perché propone al contempo la ricerca d'aiuto,  di sollievo dai problemi, di soluzione alle difficoltà individuali o sociali, di guarigione da profondi sconvolgimenti emozionali, quali ansietà, angoscia, paura, rabbia, panico, odio, abbandono, solitudine... e la perplessità sulla reale competenza dello psicologo ad affrontare e risolvere quest'ordine di problemi. Spesso, nel contesto sociale, si fa riferimento allo psicologo come al <<medico dell'anima>>, a colui ce si occupa dei disturbi emozionali dei singoli,  della coppia o della famiglia, senza peraltro mai accennare agli strumenti che lo psicologo può usare per affrontare un tale ordine di problemi. Si sa, sia pur per grandi linee, come opera il medico: si conosce la necessità di porre una diagnosi, al fine di decidere quale sia il presidio terapeutico più efficace per quella specifica malattia, individuata diagnosticamente; si conosce la relazione stretta che il medico pone tra diagnosi causale della malattia e farmaco o intervento chirurgico utilizzato per la stessa. In altri termini si sa, sia pur con approssimazione, come opera il medico e quali siano i fondamenti scientifici che ne legittimano l'azione. Non è così per lo psicologo, spesso confuso con lo psicoterapista; qui le cose si fanno particolarmente complesse per una comprensione, da parte del profano, circa i fondamenti scientifici dell'azione psicologica e circa la sua credibilità. Differenti forme di psicoterapia, quali la psicoanalisi, la terapia cognitiva, quella transazionalista, quella sistemica, si rivolgono a persone con la medesima domanda di partenza, utilizzando vari metodi, con durate, costi, modalità pragmatiche molto diverse tra loro; a volte, differendo anche nel fine. Tutto ciò è difficile da comprendere e da accettare per chi fa l'ipotesi di rivolgersi allo psicologo. La scelta, il più delle volte, avviene in base ai consigli, indicazioni di parenti o conoscenti, notorietà dello psicologo, suggerimenti provenienti da altri professionisti stimati, in primo luogo il medico cui ci si rivolge abitualmente. In altri termini, lo psicologo viene scelto entro un contesto, quello degli psicologi appunto, di cui non ci si fida, perché non si conosce e si ritiene poco credibile. Ciò porta all'idealizzazione dello psicologo che si è scelto, e sappiamo che tale processo viene messo in atto per tenere a bada l'aggressività, della quale sarebbe oggetto la figura idealizzata se non fosse, appunto, al riparo dell'idealizzazione. In altri termini, lo psicologo è, nella stragrande maggioranza delle relazioni di domanda, oggetto di emozioni ambivalenti molto forti."



(pagg. 237/238; "Analisi della domanda; teoria e tecnica dell'intervento in psicologia clinica", Renzo Carli e Rosa Maria Paniccia, Il Mulino, 2003)






Allo stesso modo si ignora spesso l'esigenza etica che richiede la professione che ci siamo dati.


Il mestiere dello psicoterapeuta si esplica anche nel proprio agito esistenziale. Lo psicologo e lo psicoterapeuta sono anche figure umane che, nell'immaginario sicuramente, ma anche nella realtà della vita pratica, devono dare dimostrazione della possibilità di quello che vendono.




Al contrario delle altre professioni, per la materia psicologica lo psicologo e il terapeuta sono i primi esempi della validità delle proprie teorie proprio come, per i figli, lo sono i genitori.


"Al limite, un ingegnere o un medico possono essere bravi anche se la loro tendenza ideologica li rende propensi al razzismo, alla discriminazione dei più deboli, dei diversi. Per uno psicologo questo non è possibile: se lo psicologo avesse posizioni ideologiche contrarie all'innovazione, all'accettazione della diversità quale risorsa, se non condannasse ogni forma di discriminazione entro i processi di convivenza, se non fosse critico nei confronti del potere senza competenza e del suo imporsi entro i sistemi sociali, lo psicologo potrebbe giustificare l'atteggiamento di diffidenza nei suoi confronti. Accettare la diffidenza nella domanda, non reagire collusivamente ad essa, guardare ironicamente alle provocazioni che evoca nell'interlocutore, aiutarlo ad un pensiero sull'emozione e sugli agiti che la diffidenza induce entro la relazione di domanda, tutto questo è possibile solo se lo psicologo non viene coinvolto nella relazione, in base alla sua adesione ideologica. Al posto dell'ideologia qualificante e condizionante entro le relazioni sociali, lo psicologo può vivere la fiducia in se stesso sulla base della competenza, della tolleranza verso le provocazioni alle quali l'altro spesso lo sottopone, della speranzo in un ingresso del pensiero emozionato là dove, al momento, c'è solo emozionalità agita." (pagg. 242/243; idem!)





Sapendo spiegare cosa accade nell'animo umano è necessario imparare a spiegare, anche pubblicamente, come si tratta questo materiale perché il trattamento che gli si riserva attiene all'identità professionale che, a sua volta, riflette la fiducia che ognuno ha nel metodo che usa.



Purtroppo anche gli ex allievi, oggi terapeuti, sembra dimentichino gli anni precedenti l'iscrizione e le difficoltà incontrate per decidere quale scuola scegliere. Una volta formati sembra che il lavoro li distragga dalla necessità di raccontarsi al grande pubblico e far comprendere con semplicità il proprio modo di lavorare.





Giuseppe Ciardiello

giovedì 23 marzo 2017

Sogno, immagini, occhi e vegetoterapia

"I sogni sono messaggi diretti che arrivano dall'unità corpo/mente, fornendo informazioni preziose su quello che accade sul piano fisiologico, oltreché emozionale. Prendere coscienza dei propri sogni è un modo per origliare la conversazione che è in corso tra psiche e soma, corpo e mente, e raggiungere livelli di consapevolezza che in genere sono al di là della nostra capacità di percezione.

Che cosa avviene quando si sogna? Le varie parti dell'unità corpo/mente si scambiano informazioni, il contenuto delle quali giunge alla nostra coscienza sotto forma di storia, completa di intreccio e personaggi tratti dalla lingua della coscienza quotidiana. A livello fisiologico, la rete psicosomatica si sintonizza nuovamente ogni notte, in vista del giorno successivo. I cambiamenti si verificano nei circuiti di feedback man mano che i peptidi si riversano nell'organismo e legano con i recettori per avviare le attività necessarie all'omeostasi, o per tornare alla normalità. Le informazioni su questi aggiustamenti penetrano nella coscienza sotto forma di sogno e, dal momento che questi sono gli elementi biochimici dell'emozione, il sogno non è fatto solamente di contenuti, ma anche di sensazioni."


("Molecole di emozioni", Candice B. Pert, TEA ed., 2005) 

La pratica clinica non può eludere il tema del sogno.

Ogni esperienza analitica deve fare i conti con l'esperienza onirica che, tutte le notti, diventa protagonista della vita delle persone al posto della realtà.

Questa sostituzione avviene anche compromettendo il senso di lucidità che ci caratterizza e che è dato dalla costante consapevolezza dello stato mentale. A volte i sogni sono talmente veri da sovrapporsi al senso che si ha del reale per cui è preferibile dimenticarli e fingere di non accorgersi del turbamento che provocano.

Un ulteriore disagio può essere offerto dal materiale che si presenta nello stato di sonno. Il sonno è la condizione in cui le difese sono allentate e la fantasia può esprimersi in tutta la sua forza realizzando relazioni magiche tra le cose psichiche.
Queste soluzioni hanno valore di metafora per la vita quotidiana.

Nell'approccio Analitico Reichiano anche per l'interpretazione dei sogni si può usare lo strumento vegetoterapeutico.

Per questo scopo possono essere usati gli acting oculari; in particolar modo i movimenti orizzontali e obliqui degli occhi.

L'approccio analitico classico al sogno prevede l'interpretazione univoca ed oggettiva delle immagini oniriche sia in senso freudiano sia junghiano. Ambedue questi approcci assumono le immagini oniriche come sovradeterminate e il loro senso, da cui l'interpretazione, è detenuto dall'operatore (analista).

In Vgt questi punti di vista oggettivi vanno rigorosamente tenuti a bada.

Non potendo far finta di non conoscerli, vanno tenuti a mente ma non espressi mentre si cerca il senso soggettivo delle immagini.
Così l'immagine onirica, anche quando è facilmente riconducibile ad interpretazioni classiche, resta un oggetto che rappresenta solo l'esperienza soggettiva. Per esempio, un oggetto cavo, vuoto o contenente materiale specifico, viene riproposto invariato alla fantasia della persona che deciderà autonomamente il tipo di trasformazione da imprimergli.
Sarà proprio il tipo di trasformazione dell'oggetto a suggerire il senso dell'interpretazione. Questo sarà dato dalla forma che l'oggetto si troverà ad assumere, dal suo contenuto, dalla posizione, dai colori, dalla posizione circa il contesto e dall'uso che ne faranno i protagonisti nell'intero percorso. L'intero processo assume un senso dinamico in concomitanza con l'elaborazione che, legata ai movimenti oculari proposti dall'operatore, si colora anche relazionalmente.

Questo modo di trattare il materiale onirico, da un punto di vista concettuale è molto più vicino al sogno da svegli guidato di Desoille (Desoille, R., "Teoria e pratica del sogno da svegli guidato", ed. Astrolabio, 1974) che lascia i protagonisti liberi di stabilire il percorso narrativo da seguire mentre l'operatore svolge la sola funzione di facilitarne l'esposizione.

In Vgt si parte da un'immagine fissa del sogno come fosse un fotogramma cinematografico.
Ogni step narrativo è seguito da un movimento oculare per un numero fisso di oscillazioni. Questo numero fisso è soggettivo e sembra dipendere dagli aspetti di personalità. Ci sono persone che con poche oscillazioni oculari producono molti cambiamenti negli oggetti della fantasia mentre altri richiedono un maggior numero di movimenti.

Questo è uno degli aspetti più intriganti del metodo e che si sta cercando di monitorare.

Un altro aspetto interessante è il vissuto complessivo che si riscontra alla conclusione dell'analisi delle sogno.

A fronte dei vari vissuti transferali, sembra che l'interpretazione dei sogni svolta con l'ausilio della Vgt, nella persona che analizza il sogno comporti un accresciuto interesse circa l'analisi stessa del sogno. Aumenta la curiosità e si ha l'impressione che sorga un senso d'affetto nei confronti del sogno piuttosto che nei confronti dell'operatore.

Questa pratica si presta inoltre anche a costruire un ponte con gli aspetti più propriamente cognitivi da parte delle pratiche motorie e comportamentali.
E' facile verificare quanto il processo interpretativo legato al movimento oculare sia legato sia alla rappresentazione quanto all'immaginazione.
Se si prova, con gli occhi chiusi, a rappresentarsi parti del proprio corpo ci si accorge che gli occhi si dirigeranno nella direzione in cui sono posizionati gli organi rappresentati. Se si cerca di rappresentarsi l'indice della mano destra, che è appoggiata sul ginocchio destro, sarà difficile rappresentarlo tenendo lo sguardo a sinistra o immobile.
Lo stesso vale per l'immaginazione. La corsa di una lepre, immaginata in un bosco mentre ci attraversa la strada, sarà impossibile rappresentarsela tenendo bloccato il movimento degli occhi.
L'immaginazione e la rappresentazione, degli oggetti, delle persone e di noi nello spazio, sono eventi corporei e cognitivi.   

L'interpretazione dei sogni con l'ausilio di un acting di vgt, è stata effettuata per qualche anno nell'ambito della Scuola Italiana di Analisi Reichiana (S.I.A.R. di Roma). Nata come pratica seminariale, per motivi diversi questa proposta è stata poi abortita trovando seguito in ulteriori pochi incontri di laboratorio.
Ad oggi si svolge solo in ambito privato ma, visti i risultati e i risvolti teorici, sarebbe oltremodo interessante se si riuscisse a costituire un gruppo di vegetoterapeuti interessati a proseguire questa ricerca.

Giuseppe Ciardiello





giovedì 5 gennaio 2017

Sistema funzionale e dimensioni psicologiche


Anche in Vegetoterapia (Vgt) è piuttosto frequente l'uso del termine funzionale.

Spesso è usato genericamente riferendosi al controllo/conflitto di istanze psicologiche (... la capacità di gestire funzionalmente la propria corazza) o alla loro integrazione (identità funzionale) o alla meccanica distribuzione dell'energia (...una distribuzione più funzionale della libido).
Gli stessi processi cerebrali, normalmente poco considerati in Vgt perché assimilati ai movimenti corporei (vedi l'identità funzionale), vengono considerati un attributo del pensiero funzionale lasciando un debito esplicativo nei confronti del pensiero che funzionale non è; ci si potrebbe chiedere se un processo cerebrale elementare, inserito in un complesso mentale con esito disfunzionale, sarebbe a sua volta disfunzionale? O, al contrario, un organo disfunzionale rende l'intero sistema disfunzionale o l'adattamento complessivo rimane funzionale?


Mancando di una chiarificazione, il normale uso del termine funzionale sembra riferirsi, da un lato, al migliore adattamento contestuale, senza però specificare se il riferimento è agli elementi che compongono il sistema o al sistema nel suo complesso e, dall'altro, fa riferimento alle funzioni che gli elementi svolgono e, si presume, in relazione agli organi o agli elementi costituenti.

In ambedue i casi non sembra possibile prescindere dall'obiettivo che il sistema persegue.


Il problema non è di poco conto perché l'intelligenza di un sistema, che si realizza nell'adattamento alla realtà, consiste nell'usare gli elementi costitutivi in funzione dell'obiettivo. Gli elementi saranno funzionali se contribuiscono alla realizzazione dell'obiettivo dell'intero sistema il quale, a sua volta, sarà un sistema funzionale.

Ciò vuol dire che, per definire la funzionalità di un sistema, è necessario conoscerne l'obiettivo.


Guardando da vicino questo termine così semplicisticamente usato in ogni ambito, il dubbio che possiamo assumere è che nelle intenzioni di Reich scienziato ci fosse quella di un suo uso generalizzato.

Contemporaneo di Reich (24 marzo 1897; 3 novembre 1957), Anochin Pëtr Kuzmič (14 gennaio 1898; 6 marzo 1974) si occupava di fisiologia e nello studio dell'arco riflesso definì il sistema funzionale.


Nella sua definizione il termine funzionale designa processi complessi capaci di autocorreggersi in relazione al contesto.
Il sistema funzionale di Anochin inquadra le singole risposte fisiologiche e comportamentali in un più ampio contesto funzionale collegando l’input e l’output. Esso è uno schema operativo che descrive, a partire dall’arco riflesso, il processo generativo di atti fisiologici e comportamentali. Esso è costituito a livello cerebrale da:
  1. Una sintesi di afferenze sensoriali (vie nervose afferenti 
  2. Una presa di decisione 
  3. Una programmazione della attività periferica sia neurovegetativa che senso-motoria, che possono costituire l’impalcatura dell’azione 
  4. La realizzazione dell’azione programmata attraverso vie nervose efferenti che stimolano l’attività motoria e secretoria di muscoli e ghiandole 
  5. La verifica della corretta esecuzione del programma attraverso re-afferentazioni neurologiche di ritorno (feedback).

  
Un sistema funzionale è un sistema di coordinamento applicabile ai singoli apparati fisiologici (es. sistema cardiocircolatorio, respiratori ecc.), a “più apparati” coordinati tra loro e ad azioni (la cui componente strutturale è costituita dall’attività muscolare-motoria vegetativa). Il sistema funzionale costituisce l’impalcatura di contesti funzionali complessi che, per praticità, chiamiamo “psicologici”. Secondo questa ottica l’Io è un sistema funzionale sovraimposto a tutte le funzioni dell’individuo. Esso svolge la sua attività attraverso complessi ed articolati rapporti con i sistemi funzionali dell’organismo ed i loro sistemi di coordinazione. Rispetto al modello di Anochin, l’Io, in quanto sistema funzionale integrato, attraverso la sintesi integrata delle afferenze sensoriali, presenta il fenomeno della coscienza (autoconsapevolezza) che genera la comparsa della dimensione psicologica. Spesso succede che, ponendo attenzione alla base neurologica (l’equivalente delle corde di una chitarra nell’esempio del rapporto struttura-funzionale), non si pone abbastanza attenzione al fatto che la dimensione psicologica è presente in ogni atto percettivo, poiché esso implica una operazione di lettura di un evento da parte di un soggetto.


 Da: (Ruggieri, Vezio, “Riflessioni psicofisiologiche su L’Epistemologia romantica di Christian Rittelmeyer,”, in Politecnico le scienze, le arti; Numero 1-3 Anno 2012, Alpes ed.). Nota al Sistema Funzionale di Anochin.(Anochin, P. K., Biologia e neurofisiologia del riflesso condizionato, Bulzoni, Roma, 1975)

Le note di Ruggieri rendono più comprensibile il termine funzionale riconducendo tale definizione ai sistemi complessi che a) cercano di adattarsi all'ambiente e b) rimangono funzionali anche quando c'è un deficit di elementi e così c) realizzano un nuovo adattamento. 

Possiamo affermare che un sistema è funzionale quando realizza compiutamente l'obiettivo per cui è stato realizzato.

Analogamente, un elemento del sistema è funzionale quando svolge compiutamente la funzione per cui è realizzato.

Il termine compiutamente non può che prevedere un range, tra un minimo e massimo, all'interno del quale il funzionamento dell'elemento non pregiudica la realizzazione dell'obiettivo. 
Da quest'ottica il pensiero è a) sempre funzionale (non smette di esserlo solo perchè non piace), b) dipende dal contesto (la relazione) e c) dà luogo a quella funzione particolare, riconducibile alla coscienza, capace di generare la dimensione psicologica (DP)
La DP sarà la modalità soggettiva e personale che le persone adottano nel loro rapporto specifico con la realtà.

Le DP, come prodotto della funzione della coscienza, saranno sempre funzionali perchè corrispondenti agli elementi che il sistema "Io" utilizza per il perseguimento degli obiettivi relazionali.

La valutazione della loro funzionalità sarà sempre soggettiva perchè sarà corrispondente al range che l'Io stesso avrà stabilito di tollerare in funzione del perseguimento dell'obiettivo finale.

Per esempio, la dimensione dell'equilibrio nel Disturbo Panico, si presenta sia come dimensione psicologica (equilibrio psicologico) sia come dimensione corporea (controllo equilibrato del proprio corpo in relazione) sia come dimensione neurologica (controllo dell'equilibrio fisico). 

In momenti di crisi l'Io perde la capacità di controllare la propria integrità e ciò si manifesta sia a livello fisico che psichico.

La non integrazione di quei momenti non è riconosciuta in quanto tale ma vissuta come disintegrazione. 

Riconoscendo tale DP nel panico diventa possibile pensare un intervento terapeutico che preveda una reintegrazione degli elementi costituenti (cognitivi, relazionali e fisico corporei) agendo sia con metodi cognitivi, sia comportamentali sia corporei. In tal modo l'intervento diventerebbe un'esperienza e si caratterizzerebbe dell'aspetto relazionale.

Ciò varrebbe per tutti i disturbi in quanto ogni disturbo è relazionale e mette in campo insiemi di DP che l'Io utilizza come elementi più o meno funzionali.
Le diverse DP compongono le persone e le caratterizzano nelle loro scelte e nel modo di leggere e costruire la realtà; sono come capi d'abbigliamento che si è imparato a indossare nel corso della propria esistenza, dal concepimento all'età adulta.
Corrispondono alla storia relazionale di ognuno costruitasi e confermatasi in tutte le relazioni.
Sono gli abiti nei quali ci si sente a proprio agio, quelli che con più dimestichezza si è imparato ad indossare in momenti specifici e particolari e quelli che si sceglie d'indossare a seconda delle relazioni e dei contesti con cui ci si confronta.

Le DP caratterizzano le persone nelle relazioni normali e in quelle disturbate e le corrispondenti modalità interattive saranno indicative dei tratti di personalità.

Da questo punto di vista le DP possono essere considerate elementi sovradeterminati rispetto alle personalità nel senso che, ogni personalità, darà la propria impronta alla dimensione rappresentata nel comportamento agito.

Le DP sono allora anche gli elementi costituenti del sistema Io e, pertanto, sono sempre funzionali alla realizzazione di un certo tipo di personalità.
La disfunzione potrà essere avvertita solo al momento della rottura collusiva; momento in cui le persone avvertono una distanza tra l'obiettivo comportamentale e l'agito. Comprensione che può essere resa agendo sulle DP nelle loro espressioni metaforiche (cognitive e corporee).
Così, una volta individuate le DP di cui una persona si avvale, l'indagine corporea e verbale metterà a confronto la persona con le proprie modalità di realizzazione delle stesse DP favorendone la disamina, la rielaborazione, la ricostruzione o la sostituzione.



Giuseppe Ciardiello




giovedì 20 ottobre 2016

Panico: incontro gratuito a Roma


Incontro gratuito di presentazione

Cura e prevenzione di panico e fobie.



Il disturbo panico è sempre stato descritto come una serie di sintomi che, alternativi o complementari, formavano il  Disturbo da Attacchi di Panico (DAP).

Il Panico si distingue dal DAP perché gli attacchi che possono accompagnarlo, si legano anche ad altri disturbi.

Il panico è un disturbo che si rivela anche nei tratti di personalità, rimanda al carattere delle persone piuttosto che ai sintomi e, per la sua cura e prevenzione, richiede un intervento che miri ad individuare gli aspetti, personali e generali, che incidono sul combinarsi di quelle strutture psicologiche che hanno, alla loro base, il panico come modalità di relazione.


Questi aspetti sono costruiti nell’intero arco della vita. Si combinano e formano strutture complesse, cognitive e corporee, che diventano il modo d’essere delle persone nelle interazioni. Quesgli aspetti di ognuno, che amano, odiano, prendono decisioni, guardano alla vita, individuano gli scopi, pianificano gli interventi, studiano le strategie e realizzano i comportamenti del tutto inconsapevolmente.


L’automatismo è l’ulteriore colore di questi abiti che, incarnati nella comunicazione, privilegiano il contatto interpersonale.

La prevenzione e la cura deve guardare a tutto questo e nei modi di interagire individuali cogliere gli aspetti personali da modificare.

Per questo la proposta di un gruppo psicoterapeutico che vede il panico come un abito composto da diversi capi (Dimensioni Psicologiche) che si propone di rendere più comodi e funzionali alla relazione.

Saranno usate tecniche corporee relazionali tratte dalla pratica Vegetoterapeutica (terapia ideata da W. Reich) per le quali è necessario usare vestiti comodi.

Il gruppo, condotto dal dr. Giuseppe Ciardiello, psicologo psicoterapeuta, didatta, e analista S.I.A.R. (Società Italiana di Analisi Reichiana), avrà frequenza settimanale e durerà quattro mesi, da novembre a febbraio, con incontri di due ore ciascuno che si terranno a Roma in via Mecenate 22/c (fermata metro: p.zza Vittorio).

La presentazione si terrà il 29 ottobre dalle 10 alle 12, in via Mecenate 22/c presso Artemovimento/Studio Pilates.

Informazioni: 3405638126.


martedì 13 settembre 2016

Vestiti di stress, colorati dal panico






L’ansia che esita in un disturbo panico infastidisce perché costringe la persona a confrontarsi con la propria capacità di resilienza.


Le dimensioni psicologiche che caratterizzano il panico (l’equilibrio, la capacità di abbandonarsi, la fiducia, il controllo, la possibilità di esprimere la rabbia), in occasione di stress sono messe a dura prova. Queste dimensioni caratterizzano gli stati del panico fino a renderli specifici per ogni persona e, in momenti particolari, possono rivelarsi eccessive o deficitarie.


Vissuti dal controllo si può essere controllanti fino all’esasperazione e all’esaurimento oppure incapaci di tenere a bada anche le cose più semplici. Dai pezzi del proprio corpo (cuore, polmoni, stomaco ecc.) ai sentimenti più banali, che colorano i sogni e i rapporti, all’agenda degli impegni e ai quotidiani appuntamenti della nostra vita. È possibile tenere tutto sotto un controllo rigido e fisso oppure lasciare sfuggire ogni opportunità e i fili dell’esistenza e vivere un incerto sentimento di incompetenza generale.





Si può essere equilibrati nel camminare, nel muoversi e respirare, nel confrontarsi con la realtà delle relazioni oppure si può essere troppo razionali o troppo sentimentali. A volte troppo timidi e impacciati, sempre a disagio o, al contrario, troppo disinvolti al punto da sfiorare l’invadenza e, per il troppo essere o non essere, ci si può accorgere di espressioni automatiche di cui si è perennemente pentiti ma per le quali è sempre troppo tardi per rimediare o fare diversamente.


Ci si può svegliare rabbiosi la mattina senza conoscerne il motivo e continuare a vivere sapendo che non si sarà mai capaci di liberarsi dal rancore e dall’odio che alberga nel cuore. E si può anche sapere che questo è il motivo della tristezza ed esserne angosciati e, ancora di più, afflitti dalla consapevolezza di non saperne né poterne parlare, raccontare ed esprimere in una relazione quel mostro nascosto e legato a doppio filo con un profondo senso di ingiustizia, arcaico quanto sconosciuto.

Si può sapere che è in quella dimensione rabbiosa che alberga la depressione e, ciononostante, che non si sarà mai in grado di liberarsene perché spaventati dall’esito perennemente ignoto.

Si può essere afflitti dal tremore che, si sa, è dato dall’incapacità di monitorare quella rabbia; di dargli un senso costruttivo nelle relazioni che si ritengono importanti.

Ancora, automi paradossalmente consapevoli di questi vissuti, si coltiva la sfiducia negli altri perché è in sé stessi che manca principalmente e, non avendo fiducia in sé, non si può avere fiducia negli altri. Se si è capaci di fingere, di recitare l’amore, anche quando dentro si trema di rabbia, allora tutti lo fanno e anche gli altri, tutti, ne sono capaci e perciò, anche per il solo fatto di esserne capaci, recitano.

E se è tutto una recita, come ci si può abbandonare a sé stessi e agli altri? Come è possibile godere, tra le braccia di chicchessia, di momenti di abbandono, di orgasmo e di gioia? O anche solo di semplice riposo?
Al contrario della solita fuga e del consueto comportamento di evitamento, se ci si consente di sperimentare, con le giuste modalità, nei tempi necessari e con l’attenzione di cui si è capaci, gli stati fisici e mentali che accompagnano l’ansia che esita nel disturbo panico, allora questi si possono rivelare un’opportunità e possono essere usati come strumenti per una nuova e diversa consapevolezza.
Il panico non è l’attacco di panico.
Il panico è un vestito soggettivo che diventa evidente nei modi d’essere personali; si è organizzato corrispondentemente alla storia di ognuno e, quando arriva a manifestarsi nelle sue forme esasperate, spesso dovute ad un continuum esistenziale sfuggente e inconsapevole, è capace anche di arrivare al suo estremo limite deteriorandosi e scomponendosi negli elementi costituenti.
Il panico è un abito che necessita di essere curato e i tanti capi, intimi e sociali, non sempre sono scelti. Ma, proprio come quando ci si veste, è dal di dentro piuttosto che dal di fuori che si è colorati dai propri abiti caratteriali e temperamentali. E dato che sono parti indossate da ognuno, quegli stati descritti come disturbo panico hanno bisogno di essere visti e riconosciuti per poter essere re-indossati come, quando e se si desidera.
Le dimensioni psicologiche sono i capi che formano il vestito e, per il modo in cui si indossano, rivelano anche l’amore per il proprio stile.
Giuseppe Ciardiello

PS: per i colleghi terapeuti iscritti al convegno FIAP 2016, che si terrà a Ischia dal 6 al 9 ottobre 2016, le modalità di intervento pratico per dimensioni psicologiche, derivate dalla vegetoterapia, saranno illustrate nel seguente WS.




Translate

Cerca nel blog